Un uomo che dorme

 
 
 
 

Dopo la prima edizione del 2009, nel giugno 2020 viene ristampato, sempre da Quodlibet nella traduzione di Jean Talon, Un uomo che dorme di Georges Perec (del quale su questo blog si è recensito Le cose).

Scritto in seconda persona, come una lunga apostrofe a un anonimo studente di venticinque anni, protagonista della storia, il romanzo è caratterizzato da una curiosa contraddizione: se da un lato si moltiplicano le azioni, si accumulano vorticosamente descrizioni minuziose di percezioni e di gesti, dall’altro pare non accada mai alcunché di emblematico, significativo, esemplare.

“Ma niente è accaduto: nessun miracolo, nessuna esplosione”, p. 141.

Eppure, una tensione silenziosa innerva potentemente le pagine di questo libro, quasi che il senso del racconto fosse semplicemente nel ritmo, nel dispiegamento incessante della vita del protagonista.

Il quale, uscito dalla propria condizione sospesa, sembra risvegliarsi e vedere il mondo:

“Smetti di parlare come un uomo che sogna.

Guarda! Guardali! Migliaia e migliaia di sentinelle silenziose, immobili genti di terra, piantate lungo le banchine, le rive”, pp. 143-144.

Il romanzo pare infatti un percorso dal sonno alla veglia, dall’assenza alla presenza, un viaggio che non conduce il protagonista a particolari conseguimenti, a condizioni speciali, a prestigiose destinazioni, che non comporta per lui acquisizioni di intelligenza né di saggezza, né tantomeno lo accompagna a qualche esperienza estrema di distruzione o difesa di sé: “I disastri non esistono, sono altrove. La più infima catastrofe avrebbe forse potuto salvarti: se avessi perso tutto, avresti almeno avuto qualcosa da difendere, delle parole da dire per convincere e commuovere”, p. 142.

Un cammino tutt’altro che lineare, ciclico piuttosto, dove però non si verificano precise ripetizioni né esatti ritorni: se a metà del romanzo lo studente raggiunge una condizione di distacco dal mondo, che tuttavia ancora costituisce un luogo privilegiato e del tutto personale in cui annegare, il rifugio in un’uguaglianza indifferente e pacificata con le cose e i viventi, nel finale invece il giovane sperimenterà la vertigine della realtà senza più filtri, la semplicità di non essere, in qualche modo, speciale. Di essere unicamente esposto alla vita presente. Una condizione che pare molto più intensa, precisa e indicibile di un'”esposizione generale ai fenomeni esterni”, come sottolinea Gianni Celati nella postfazione.

“Impari a camminare da uomo solo, ad andare a zonzo, a tirar tardi, a vedere senza guardare e a guardare senza vedere. Impari la trasparenza, l’immobilità, l’inesistenza. Impari a essere un’ombra e a guardare gli uomini come se fossero pietre. Impari a restare seduto, a restare coricato, a restare in piedi. Impari a masticare ogni boccone, a trovare in ogni briciola di cibo che porti alla bocca lo stesso identico neutro sapore”, p. 57.

“Non hai imparato niente, tranne che la solitudine non insegna niente, che l’indifferenza non insegna niente: era un’impostura, una fascinosa e ingannevole illusione”, p. 140; “Non sei più il padrone anonimo del mondo, quello su cui la storia non aveva presa, quello che non sentiva cadere la pioggia, che non vedeva venire la notte. Non sei più l’inaccessibile, il limpido, il trasparente”, p. 144.

Seppur breve, il romanzo è una piccola opera-mondo, dove coesistono, da una parte, il catalogo, l’elenco, l’accumulo, la reiterazione e, dall’altra, uno stile improntato alla chiarezza, all’evidenza, alla rapidità, alla frontalità.

“Quello che ti proponi non è di andare nudo, bensì di vestirti senza che ciò debba implicare ricercatezza o trascuratezza; quello che ti proponi non è di lasciarti morire di fame, bensì di unicamente nutrirti. Non che tu voglia compiere tali atti in uno stato di totale innocenza, ché innocenza è parola troppo grossa: vuoi solamente, semplicemente (ammesso che questo «semplicemente» possa avere un senso) lasciarli in un terreno sgombro da ogni valore, un terreno neutro, evidente, palese, fattuale e non riconducibile a nient’altro, ma soprattutto non funzionale, poiché il funzionale è il peggiore di tutti i valori, il più subdolo e il più compromettente; che quindi non ci sia altro da dire se non: leggi, sei vestito, mangi, dormi, cammini, e che queste siano azioni, gesti, ma non prove e non monete di scambio: il tuo abbigliamento, il tuo cibo e le tue letture non parleranno più al tuo posto, non te ne servirai più per fare il furbo. Non gli affiderai più l’estenuante, impossibile, mortale compito di rappresentarti”, pp. 66-67.

Il romanzo incarna, inoltre, la cronaca di una attesa infinita, di una divagazione senza scopo e del vagare fisico, a piedi, del protagonista per le strade di una città, questa sì nominata, Parigi; il diario della solitudine del giovane, del suo progressivo ritrarsi dal mondo (“Poi, il giorno dell’esame arriva, e tu non ti alzi. Non è un gesto premeditato, d’altronde non è neanche un gesto, bensì un’assenza di gesto, un gesto che non fai, dei gesti che eviti di fare”, p. 20), la narrazione di un lungo silenzio, di un apprendistato al distacco e all’indifferenza che rimarrà un gioco, una sospensione, un’illusione.

Costituisce, infine, anche una provocazione, il romanzo, nella sua struttura fondata su un’unica voce che continua a dire tu, disvelando l’illusorietà di un io personale, sebbene le vicende riguardino, in fondo, sempre un unico personaggio. Una voce narrante interna eppure lontana, capace di non identificarsi con alcunché di particolare, ma solo con il flusso, con il tempo.

“Il tempo, che su tutto veglia, ha trovato tuo malgrado la soluzione. Il tempo, che conosce la risposta, ha continuato a scorrere”, p. 143.

Forse perché più di tutto pare essere, Un uomo che dorme, il racconto di ciò che vibra rimanendo invisibile nella superficie, nell’ordinario, nel quotidiano, la restituzione sorridente e profondissima, acuta ma mai gratuitamente brillante, della vita dietro, dentro e al di là delle forme e dei significati.

 
 

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