Le cose

 
 
 

Ne Le cose (Einaudi 2011) di Georges Perec, libro apparso per la prima volta in Francia nel 1965, si narra il rapporto di una coppia con il mondo o, più precisamente, con il mondo delle cose.

Il primo capitolo del volume è una lunga e dettagliata descrizione di oggetti vagheggiati da una terza persona plurale – per il lettore ancora anonima – che sogna una vita migliore, perfetta:

“Per prima cosa l’occhio si poserebbe sulla moquette grigia di un lungo corridoio, alto e stretto. Le PEREC_cose1pareti sarebbero armadi di legno chiaro, dalle luccicanti guarnizioni di ottone”, p. 5; “Talora avrebbero avuto l’impressione che tutta una vita potrebbe armoniosamente trascorrere fra quelle pareti ricoperte di libri, fra quegli oggetti così perfettamente familiari che finirebbero per ritenerli creati da sempre per il loro esclusivo consumo, fra quelle cose belle e semplici, dolci, luminose”, p. 10.

Ai desideri di ricchezza e alle “offerte ingannevoli, e tuttavia così seducenti” (p. 12) del mondo, si contrappone la realtà in cui vivono i due protagonisti:

“Su una superficie totale di trentacinque metri quadri, che non avevano mai osato misurare, l’appartamento si componeva di un piccolissimo ingresso, di un minuscolo cucinino, metà del quale era stato adattato a stanza da bagno, di una camera di modeste dimensioni, di una stanza per tutti gli usi […] e di un cantuccio mal definito, una via di mezzo fra bugigattolo e corridoio, nel quale riuscivano a trovar posto un frigorifero di formato ridotto, uno scalda-acqua elettrico, un guardaroba improvvisato, una tavola dove consumavano i pasti e una cassa per la biancheria sporca che serviva anche da sedile”, p. 13.

Mentre attendono una soluzione definitiva, un miracolo che li liberi dalla propria condizione precaria (anche se non di povertà), Sylvie e Jérôme modellano desideri e pensieri sull’illusione di una vita piena, protetta dalle cose; al contempo, vivono costantemente alla ricerca di una ricchezza che sia un mondo e un modo a cui aderire con tutta la propria persona.

Dapprima i due giovani appaiono goffi e impazienti, confusi e lontani da ciò che inseguono; imparano tuttavia molto presto a sentirsi sempre più a proprio agio in questa ricerca, acquistano maniere disinvolte e si fanno certi di sapere cos’è la vera felicità. Ma si tratta ovviamente di una felicità data dalle cose, un mondo tutto esterno da conquistare, che lentamente modifica i loro bisogni e i loro desideri.

“Poi, con l’aiuto dell’età, grazie anche alle esperienze accumulate, parvero un po’ meno in preda ai loro fervori più esacerbati. Seppero aspettare, e abituarsi. Il loro gusto si formò lentamente, più sicuro, più ponderato. I loro desideri ebbero tempo di maturare; la loro cupidigia divenne meno astiosa”, p. 18; “Ritenevano di signoreggiare sempre più i loro desideri: sapevano quel che volevano, avevano le idee chiare. Sapevano ciò che sarebbe stata la loro felicità, la loro libertà. […] si sentivano pronti, erano disponibili: aspettavano di vivere, aspettavano il denaro”, p. 19.

Silvye e Jérôme consumano la propria esistenza attorno all’unica passione, all’ossessionante idea del “viver meglio” (p. 20); lavorano come psicosociologi, intervistando la gente su diversi argomenti, ma soltanto per necessità, non amano cioè il proprio impiego, che svolgono unicamente per conquistare un’indefinibile ricchezza, il benessere materiale dato dal denaro.

Immersi in un mondo sempre nuovo, coltivano con distacco e misura amicizie per “dimenticare insieme, […] distrarsi” (p. 39); tuttavia, l’eterna conquista, quel continuo sporgersi sul futuro che dà l’illusione di essere liberi e padroni, si scontra con la brama di una posizione sociale, perché Silvye e Jérôme cercano anche la stabilità, una condizione materiale rassicurante, vogliono cioè ottenere un posto nel mondo, quasi che questo li mettesse al riparo dalla paura del passare del tempo o del sentirsi costantemente inadeguati. Entrambi iniziano quindi a trovarsi intrappolati tra desideri contrastanti, dal momento che “chi non lavora non mangia, sì, ma chi lavora non vive più” (p. 50).

Silvye e Jérôme vivono quindi la storia di “una felicità minacciata” (p. 55), in lotta contro il tempo, con le cose da pagare:

“Fra loro si ergeva il denaro. Era un muro, una specie di respingente contro il quale urtavano a ogni istante. Era qualcosa di peggio della miseria: il disagio, la ristrettezza, la piccineria. Vivevano il mondo chiuso della loro vita chiusa, senza futuro, senza prospettive che non fossero impossibili miracoli, fantasticherie imbecilli che non stavano in piedi. Soffocavano. Si sentivano colare a picco”, p. 56.

Nel corso di questo romanzo originale e avvincente, acuto e ironico, Silvye e Jérôme – personaggi che la voce narrante mette in ridicolo ma per la cui pena di non riuscire a stare al mondo prova pietà – tenteranno altre fughe, cercheranno nuovi rifugi per trovare un senso, per raggiungere la felicità tra le cose, per sfuggire all’inconsapevole paura della fine. E se il libro inizia con una reiterazione di verbi al modo condizionale a mostrare la dimensione del vagheggiamento dei due protagonisti, l’epilogo è segnato dal futuro indicativo, quasi fosse un’apertura che si presenta in fondo anche come una condanna.

In conclusione, questa narrazione non costituisce solamente una critica alla società dei consumi; è di certo la rappresentazione di come l’essere umano intende il proprio rapporto con il mondo, in cui ogni realtà – non solo gli oggetti, ma anche le relazioni, la cultura, la vita stessa – è vissuta come una cosa, definita, delimitata, immobile, slegata, senza storia (perciò non raccontabile), unicamente materiale, semplificata, conquistabile.

Tuttavia da queste pagine sembra quasi di intuire, inoltre, che è impossibile desiderare di appartenere totalmente al mondo, di coincidere con esso, se non rinunciando alla vita, cioè a quel movimento vasto e incontrollabile, irriducibile e gratuito che contiene i viventi; e che non si può che passare attraverso la vita – e l’accettazione della sua fragilità, del suo incolmabile vuoto – per stare nel mondo senza essere a propria volta solamente delle cose.

 
 
 

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