Un uomo inutile

 
 
 
 

Uscito nel maggio del 2021 per Adelphi nella traduzione di Giampiero Bellingeri e Fabrizia Vazzana, Un uomo inutile raccoglie quaranta racconti di Sait Faik Abasıyanık provenienti da dieci differenti raccolte, di cui una postuma.

Pochissimo tradotto in Italia, Sait Faik è tuttavia considerato uno dei maggiori scrittori turchi del Novecento.

La sensazione è che finora la critica, almeno quella nella nostra lingua, abbia operato una troppo frettolosa sovrapposizione tra alcuni aspetti della biografia dell’autore e i motivi ultimi della sua opera.

Sait Faik Abasıyanık è stato un flâneur alcolizzato (morirà neppure quarantottenne di cirrosi epatica) e irresistibilmente attratto dagli ambienti più umili. Eppure non c’è mai, nelle sue pagine, alcun compiacimento per la propria condizione, per le proprie inclinazioni. Sait Faik non ha dunque nessuna intenzione di calarsi nel ruolo di scrittore maledetto, orgogliosamente ostile al conformismo e a un’esistenza per così dire confortevole.

Al contrario, i protagonisti di pressoché tutti i racconti che compongono Un uomo inutile – e che, lo ammettiamo, si è sempre tentati di identificare con Sait Faik Abasıyanık – hanno un bisogno estremo di rispecchiarsi negli altri, essere loro pari, condividere l’avventura dell’esistenza: “Ero ubriaco. Il tempo, le luci, la città mi inebriavano in un modo tutto particolare. La gente mi attraeva a sé, con la forza di una calamita. E io avrei voluto abbracciare il mondo e la città senza ipocrisia”, p. 29.

Altrove vengono meglio spiegati i confini di questa ipocrisia, che lo scrittore fa coincidere con la temperanza, con la necessità di dosare le emozioni per mantenerle entro un’intensità socialmente accettabile.

Ma Sait Faik non conosce altro amore che quello assoluto, e in questa dismisura si consuma il suo dramma: come possono essere accettati i sentimenti espressi nella loro pienezza, esibiti senza alcuna necessità (senza alcuna capacità) di fare previsioni o calcoli?

Questa incommensurabilità porta i personaggi che popolano le pagine di Un uomo inutile a un’esistenza isolata, votata all’autodistruzione.

“E in me sorge l’ambizione di diventare un uomo che ama molto, ma molto, gli uomini, e per loro vuole compiere grandi imprese. Percepisco la tensione del mio corpo, dei nervi. Sento, però, da una parte quanto il desiderio sia grande, e dall’altra quanto presto finiscano in frantumi queste mie aspirazioni”, p. 42.

Nel racconto forse più struggente della raccolta, Pioggia, il protagonista segue una giovane donna. Ritenendosi definitivamente escluso dalle relazioni, egli chiede (senza tuttavia pretendere) ciò che avrebbe dovuto essere l’eventuale esito di un accordo soddisfacente per entrambi. Perché, in fondo, le relazioni sono accordi: “«Non si volti. Ho solo bisogno di parlarle. Pensi a un uomo che ha bevuto un bel po’ di birra. Quell’uomo sente il bisogno di dire delle cose a una persona sconosciuta, ma incontrata all’improvviso, che trova straordinariamente bella. Tenga conto di questo e ascolti. Se si voltasse, se mi vedesse, proverebbe un senso di disgusto. Mi chiamerebbe scemo. Se vedesse i miei vestiti, la mia incerata sporca, il mio misero cappello mi riderebbe in faccia. Senza girarsi può dare un senso al mio volto. Può perfino farmi indossare un abito dello stile a lei più gradito […] »”, p. 62.

Ecco dunque che il desiderio, espulso dal mondo, può ancora nutrire l’immaginazione: “Mi sono lasciato prendere da una fantasia: osservando il volto di uno sconosciuto qualsiasi per strada, in una bottega, in un luogo affollato, è possibile imbastire una storia su un frammento della sua vita”, p. 75.

La fantasia, lei sì, è in grado di liberarsi dalla soggezione all’utile e ampliare all’infinito i propri orizzonti. E se allora vivere, confrontarsi, ravviva ogni volta il dolore dell’ipocrisia, nell’intimità del sogno si riesce a recuperare uno sguardo limpido, aperto sull’infinita chiarezza. E ci si può ricordare che “bisogna amare le persone non per quello che sono, ma per quello che sarebbero”, p. 125.

 
 
 

Contro l’insonnia

 
 
 
di Giovanni Locatelli
 
 
 
 

Smetti di preoccuparti. Appoggia la testa al cuscino, chiudi gli occhi, allunga le gambe, rilassa i muscoli. Il tuo mondo sta andando a rotoli, ma non è colpa tua, hai fatto errori su errori, la tua vita fa schifo, tuo marito è freddo, tua moglie distratta, i figli crescono storti, scalpitano, scappano, i figli non ci sono, non sono arrivati o non li hai voluti, non c’è marito né moglie e ti senti sola, solo, non c’è lavoro oppure ce n’è troppo, non ci stai più dietro, sei stanco morto, una moglie, un’amante, il tetto da rifare, un buco nei calzini, sei esaurita, un marito, un amante, la cura dei genitori anziani oppure il pensiero di quando lo diventeranno, di quando dovrai farti carico di tuo fratello, di tua sorella, ti senti in trappola e ti mancano le forze, hai saltato la colazione e il pranzo, non te li puoi permettere, sei povero ed è colpa tua, hai perso soldi al gioco, te li sei bevuti o hai fatto spese inutili… ma magari!, almeno ti saresti divertita, invece soldi ne hai tanti, troppi, ma c’è un vuoto in te che i soldi non possono colmare nemmeno quando li dai in beneficenza… in verità, alle feste, se ti senti osservato, dici di voler donare tutto, ma non l’hai mai fatto, il fatto è che avevi delle ambizioni e hai fallito, non avevi ambizioni e ti senti già vecchio, vecchia e anche un filo depressa, vorresti cambiare vita, ricominciare daccapo oppure l’hai cambiata e vorresti tornare indietro, stavi meglio prima ammettilo, insomma il tuo mondo va a rotoli, hai l’impressione di non riuscire a tenere insieme i pezzi, però pensa, fai parte di una rete, di una maglia, sei un semplice nodo e da te partono semplici fili che raggiungono altri nodi, niente di più, più di tanto non puoi muoverti, nel bene e nel male ti sposti insieme al resto del tessuto, certo qualche filo può spezzarsi, ma non sarai mai libero di scappare e viceversa qualche filo può essere reciso, ma tu resti connessa a chi hai amato, magari solo per vie traverse, magari grazie a una bava di cotone e un bottone che ti sono rimasti in tasca l’ultima volta che hai salutato tuo padre, perché lui entrava in ospedale e non l’avresti più rivisto, perché alle tue spalle si chiudevano le porte del carcere e ci stai ancora dentro e te lo meriti, sei una ladra, un truffatore, sei al fresco per spaccio, ma c’è di peggio: spesso hai pensieri strani, oppure ti muovi senza pensare, fai cose a caso, dai retta a gente senza scrupoli o decidi sempre di testa tua e poi nessuno è disposto ad aiutarti, a perdonarti e quando credi di aver finalmente imboccato la strada giusta, aver rimesso i debiti, aver saldato i conti, ecco che ti capita un colpo di sfortuna, una storta alla caviglia non può essere colpa tua, eppure sei di nuovo a terra, ora tutto ti sembra senza senso, inutile, vano e alzarsi non è facile, non è mai stato facile, con gli anni poi anche le forze ti stanno abbandonando, non ti resta che guardare la televisione sul divano, ti senti un pensionato e magari invece sei molto giovane ed è la prima volta che cadi e ti immagini che questa cosa sia successa solo a te, sei il primo al mondo a provare un dolore simile, nessuno può capirti e quando per strada incontri uno sguardo amico o il sorriso di uno sconosciuto sotto sotto c’è la fregatura, l’offerta libera per i tossici, un nuovo contratto telefonico oppure inaugura un ristorante. Non te ne importa niente, hai ben altri pensieri al momento, sono passati gli anni, hai perso amici, amanti, amori o genitori che forse non erano i tuoi, però niente scompare, c’è continuità nella materia, considera il carbonio, quello nella tua pelle stava già nella corteccia di una pianta nell’Età della Creta e il ferro nel tuo sangue è stato prima in un lupo e poi in un agnello, è un ciclo ininterrotto, come quello che ti provoca emicranie ogni mese, emicranie oppure mal di denti, reumatismi, nevralgie, tutti i giorni ce n’è una, non si può mai star tranquilli, per non dire di peggio, un tumore, un infarto, una figlia malata, lì è sufficiente il pensiero a tenere svegli, ma la stessa cosa vale se a star male è il tuo cane, d’altronde ci fanno compagnia da 50.000 anni, sono di famiglia e come il resto della famiglia sono un sostegno e un impegno, un aiuto e un intralcio, chi ti sta più vicino ti protegge, ti coccola, ti comanda e ti tortura, era già così quando i nostri antenati animisti sedevano attorno al fuoco raccontandosi storie, le stesse storie che ci raccontiamo oggi, le stesse paure, la stessa insonnia curata dando un senso ai fulmini e alle stelle, alla vita e alla morte, magari un senso arbitrario, magari un senso sbagliato, erano uomini e donne spaventati, cosa si poteva pretendere e anche tu sei un uomo che ha paura, una donna spaventata, non ti si può chiedere di più, hai fatto quello che hai potuto, che ti è riuscito e se hai fatto degli errori e li hai pagati stai a posto e se l’hai scampata e te la ridi sei un bastardo, sei una stronza, ma c’è spazio anche per te su questa terra, sei nel paesaggio, sei il paesaggio insieme a piante e vegetali, insieme alle montagne, ai fiumi e agli animali, per cui smetti di preoccuparti, appoggia la testa al cuscino, chiudi gli occhi, allunga le gambe, rilassa i muscoli… smetti di preoccuparti, appoggia la testa al cuscino, chiudi gli occhi, allunga le gambe, rilassa i muscoli… smetti di preoccuparti, appoggia la testa al cuscino, chiudi gli occhi, allunga le gambe, rilassa i muscoli…

 
 

Giovanni Locatelli (Gio Diesis su FB e IG), ingegnere e scrittore (e musicista), viaggiatore che ha perso o mancato qualcosa, o forse non esattamente perso… più come se stesse aspettando qualcosa, cowboy a cui non è stata data una giusta chance, a cui non avrebbero nemmeno dovuto darla o a cui dovrebbero dargliene un’altra. (cit. Malcom Lowry – Sotto il vulcano). Alcuni suoi racconti sono apparsi su Squadernauti, quiqui e qui.

 

Illustrazione originale di Carlotta Mazzi.

 

Carlotta Mazzi (03/04/1992)
Ho studiato all’Accademia di Belle Arti di Brera dove ho conseguito il Diploma di II Livello in Grafica d’Arte. Oltre alla passione per la grafica e la stampa d’arte coltivo da anni l’interesse per l’illustrazione. Oggi parallelamente alla ricerca artistica personale sono occupata come docente di arte e grafica nella scuola secondaria di I e II grado. Alcune mie tavole sono apparse su Squadernauti, qui e qui.

 
 

Acari

 
 
 
 

Acari, esordio narrativo di Giampaolo G. Rugo, è un’insolita raccolta di racconti uscita nel maggio del 2021 per Neo Edizioni.

Insolita nella composizione: si tratta di narrazioni sì autonome, ma che lette consequenzialmente danno piuttosto l’impressione di un romanzo scomposto. Vediamo perché.

Le vicende dei personaggi, ambientate a Roma, si sviluppano lungo un arco temporale che va dagli anni Ottanta del Novecento a oggi. I tredici racconti sono altrettante istantanee di momenti di volta in volta significativi per uno dei protagonisti dell’opera, e quasi irrilevanti per gli altri.

Nel senso che, di narrazione in narrazione, i vari personaggi che animano Acari si alternano nel ruolo di primattore; essi, uno dopo l’altro, si trovano coinvolti in accadimenti cruciali o comunque notevoli per sé. Mentre chi compare come comprimario avverte appena (se lo avverte) quanto sta succedendo.

È questo uno dei motivi centrali del libro: mostrare come il flusso della vita, uno solo per tutti, crei tuttavia punti di massima condensazione differenti per ciascun individuo. E non c’è empatia possibile: il carattere necessario di un evento rimane personale, inavvertito o misconosciuto da chi non ne sia direttamente investito.

L’irriducibilità a relazione del nostro nucleo più intimo è dunque opportunità e limite: “Ognuno di noi è un mistero, ognuno può nascondersi in un punto dell’anima agli altri sconosciuto, in un luogo immaginario dove nessuno potrà mai trovarlo. Questo pensiero consolatorio diventa, oggi, il suo contrario: come può esserci comunanza, amore, se una parte di noi può sottrarsi all’incontro con l’altro?”, p. 178.

Ecco apparire sulla pagina, in tutta la loro dolcezza e crudeltà, la donna più vecchia del mondo, un ex calciatore che vorrebbe fare del proprio figlio la celebrità sportiva che lui non ha saputo diventare, un collezionista di cimeli nazisti, un gruppo di liceali alle prese con la bellezza abbagliante della vitalità e con il buio assoluto e inedito della morte, il disabile Gimbo e il suo amorevole amico Mario.

E poi c’è Claudia, il personaggio che più spesso ritorna, forse perché pare racchiudere in sé più vita – più verità, più coraggio, più intransigenza – degli altri. Una vita che ne ha trasformato il corpo: prima bellissima e desiderata, dopo un periodo di dipendenza dall’eroina Claudia finirà per ingrassare oltremodo e per diventare una pervicace venditrice di aspirapolveri.

Lo stile adoperato da Giampaolo G. Rugo assomiglia in qualche modo a uno sguardo misericordioso. Le situazioni più intime e drammatiche sono tratteggiate con una lingua precisa ma semplice e una sintassi piana; come se ogni solitudine – pur privata, indicibile e non replicabile – provenisse da una medesima matrice. E fosse sempre netta, spoglia, resistente a ogni tentativo di intellettualizzazione.

La cifra stilistica di Acari sottintende così un’implicita fratellanza universale, in virtù non già di un’identità di posizioni ma di una comune impossibilità di entrare davvero, completamente, in rapporto. I vuoti e non i pieni che ci abitano sono gli stessi per tutti. Solo questo àmbito di assoluta parità può portare non la salvezza ma almeno il sollievo di sapersi insieme, ugualmente inermi, senza privilegiati.

Allora, offrirsi quotidianamente al mondo significa condividere con gli altri, con tutti gli altri, il soggiorno nella sua illeggibilità.

“Eccoci io e il mio amico Gimbo, in una piazza del quartiere Prati, dopo una rocambolesca vittoria della Juventus, stesi sull’asfalto a ridere senza riuscire a fermarci.
Penso a questo e chissà, invece, cosa pensa Gimbo, che alza lo sguardo quando dalla finestra irradia la luce del sole apparso laggiù nel mare cobalto e sembra un miracolo. È il nuovo giorno che sostituisce il vecchio: il ritmo incessante della vita che si ripete ottuso.
Proviamo ad affrontarlo come possiamo, insieme agli altri.
E vediamo come va a finire”, p. 148.

 
 
 

Sul fiume

 
 
 
 

Sul fiume, scritto da Esther Kinsky e pubblicato dal Saggiatore nell’aprile del 2021 (traduzione di Silvia Albesano), ha un merito grande: quello di ricordare ai lettori che un’opera di narrativa non deve necessariamente essere antropocentrica.

Si è vittima, con la letteratura, di un fenomeno di assuefazione simile a quello per cui – osservando per tutta la vita planisferi e cartine concepiti secondo la proiezione di Mercatore – ci si convince che l’Europa sia al centro del mondo, e che abbia dimensioni maggiori rispetto a quelle reali.

In estrema sintesi: perché l’uomo, essere marginale nel pianeta (e quanto altri mai nocivo alla sua salute), è quasi invariabilmente il protagonista delle narrazioni?

Nel suo romanzo, Esther Kinsky si occupa di ristabilire più congrue proporzioni tra gli esseri umani e gli altri elementi, animati e inanimati, che fanno il mondo.

Sul fiume narra la storia di una donna che si trasferisce in un sobborgo di Londra, nei pressi del fiume Lea, per vivere una vita solitaria.

Camminando lungo il fiume, il piano del suo presente si intreccia con quello di altre latitudini ed epoche, vissute sempre a ridosso di un fiume (il Reno negli anni dell’infanzia, e poi – ad esempio – lo Yarkon in Israele, o l’Hoogly, ramo occidentale del delta del Gange).

La protagonista, nei suoi itinerari senza costrutto, incontra luoghi per lo più desolati e personaggi spesso eccentrici.

Se inevitabilmente c’è un accumulo di incontri e situazioni, esso non è mai funzionale a un accrescimento del proprio io: come il fiume che, con il suo passaggio, tocca (senza scegliere né preferire, e senza potersi mai soffermare) tutto ciò che incontra, così la protagonista del romanzo vede, conosce ma senza entrare in relazione. Senza cessare di andare.

Non a caso, Sul fiume è del tutto privo di dialoghi. Lo strumento che accompagna i cammini della donna è una vecchia macchina fotografica, ma le immagini catturate non sono mai oggetto di successive riflessioni (alcune fotografie sono riprodotte nel libro).

Vivere accanto a un fiume costringe alla marginalità, alla sostituzione dello sguardo all’azione, oltre a insegnare l’impossibilità di versare il proprio spazio in quello altrui: “Il Reno è stato il primo confine che io abbia mai sperimentato, ed era sempre presente. È stato lui a insegnarmi il qui e il là. Il «nostro» lato, con la sua essenza paesana soggetta a un’inarrestabile disgregazione, con le fabbriche, le baracche e i treni merci, contrapposto a quel che c’era di là, dove il sole tramontava”, p. 36.

La periferia nei pressi del lungofiume, evidentemente esclusa da ogni piano urbanistico, si compone di paesaggi abbozzati e opere architettoniche abbandonate durante il loro farsi, metafora visiva dell’incompiutezza e separatezza della vita: “Nella mia infanzia c’erano stradine come quelle, asfaltate in tutta fretta senza che portassero da nessuna parte, nell’attesa che sorgessero insediamenti tra il fiume e il paese, lungo i terrapieni della ferrovia, oltre i sottopassi umidi, e all’ombra di tremanti alberi appuntiti”, p. 121.

Vivere vicino alla sponda di un fiume significa avere costantemente la vista della distanza tra sé e gli altri: “Ogni fiume è un confine: era uno degli insegnamenti dell’infanzia. Forma lo sguardo sull’Altro, costringe a fermarsi, a esaminare con attenzione quel che c’è dalla parte opposta. Il fiume è il palcoscenico in movimento cui la riva di fronte si unisce formando un’immagine fissa, un dipinto sullo sfondo che si imprime nella memoria”, p. 169-70.

A seguire gli itinerari muti della protagonista di Sul fiume, ci si ricorda che ogni vita è un passaggio, e al suo limite estremo nessuna esperienza è valsa più di un’altra, nessun tentativo di trattenere persone, cose o esperienze è stato fruttuoso, tutto è stato trascinato via dalla corrente del fiume, e quel fiume eravamo noi.

 
 
 

Ballo di famiglia

 
 
 
 

Libro d’esordio pubblicato negli Stati Uniti nel 1984 dall’allora ventitreenne David Leavitt (e uscito in Italia nel 1986 per Mondadori), Ballo di famiglia viene riproposto nel febbraio del 2021 da SEM nella traduzione di Fabio Cremonesi.

Si tratta, originariamente, di una raccolta di  nove racconti; alla quale l’autore, proprio in occasione della nuova edizione italiana, ha deciso di aggiungere un decimo (e brevissimo) racconto finora inedito, scritto l’anno dell’edizione mondadoriana. A spiegarlo è lo stesso Leavitt nell’appassionata introduzione.

La sensazione, a leggere le nove narrazioni primitive, è quella di una tale unitarietà di temi e toni da rendere superfluo ogni accenno alle trame (peraltro esili) di ogni singolo racconto.

La suddivisione in testi autonomi, anzi, appare quasi pretestuosa, e l’opera si presenta piuttosto come una sorta di polittico le cui ante hanno sì ciascuna una propria cornice, ma non sono che parti funzionali alla rappresentazione complessiva.

Ballo di famiglia è il resoconto di situazioni intime che si svolgono negli Stati Uniti negli anni della prima presidenza di Ronald Reagan, dominati da quella quasi ossessiva ricerca del benessere esteriore che prende il nome di yuppismo.

Sono vicende occorse in famiglie nel senso ampio del termine: protagonisti sono soprattutto giovani adulti, ma compaiono anche i loro genitori (dei quali, spesso, si intravedono amanti ed ex coniugi) oltre a cugini, zii e amanti.

Il bisogno di riconoscersi in un’estensione (arbitraria e forzata) del proprio nucleo familiare somiglia a quello – quasi ineludibile in quegli anni per la upper middle class americana – di mostrarsi disinvolti e metamorfici nei rapporti interpersonali.

Tuttavia la famiglia, così come la società, non solo non assolve la funzione sperata di strumento di conferma e amplificazione delle proprie inclinazioni e ambizioni; al contrario, la cosiddetta famiglia allargata, nella sua artificiosità, finisce semmai per confermare e amplificare frustrazioni e fallimenti individuali.

Gli attriti fra i personaggi delle narrazioni riguardano spesso figure appartenenti a diverse generazioni. Un espediente utilizzato in più racconti è quello della reciproca sordità tra la madre, una donna di mezz’età, e il figlio o figlia, un adulto poco più che ventenne. (altro…)