Il futuro prossimo squadernautico

 
 
 
 

Con il racconto inedito di Gianluca Bartalucci termina la pubblicazione del materiale che originariamente avrebbe dovuto comporre il secondo numero della rivista cartacea Squadernauti.

In futuro, questo blog letterario adotterà un solo criterio: quello del nostro gusto. Pubblicheremo cioè, senza garantire alcuna periodicità fissa, gli inediti che ci avranno davvero convinto e i libri su cui riterremo importante scrivere qualcosa. Lo stesso per gli “oltraggi”, ossia i nostri punti di vista sulla parola e sul mondo: ve li somministreremo soltanto quando avremo davvero qualcosa da dire.

Ci pare, questo criterio, il più onesto verso voi lettori e verso noi stessi.

Per cui. Scrittori: se avete un racconto inedito, inviatecelo; se lo avete già fatto in questi mesi, vi risponderemo. Editori: se nel vostro catalogo c’è un volume che volete inviarci in lettura, scriveteci.

Grazie a tutti per averci seguiti fin qui, grazie a chi ci seguirà ancora.

 
 

Claudio Bagnasco e Giovanna Piazza

 
 
 

L’attesa

 
 
 
di Gianluca Bartalucci
 

         They dropped down one by one

S. T. Coleridge

 
 
 
 

Roberto Orlando entra dall’unica porta e si siede. Ginevra Centi entra e si siede. Luca Toscani entra e si siede. Chiara Fumagallo entra e si siede. Mara Tommasi entra e si siede accanto alla parete bianca. Ciro Toni entra e si siede. Carlo Monelli entra, si tocca il naso due volte e si siede. Giampaolo De Gregorio entra e si siede. Maria Zang entra e si siede. Nestore Giglioli, colonnello settantenne, entra e si mette seduto. Orsa Orsini entra e si siede. Il lunatico Giulio Fulci entra e si siede. Elisa Pontecorvo, alta e flessuosa, una voglia a forma di Spagna sulla guancia, dalla filodiffusione una voce femminile appena udibile, entra e si siede. Mirco Autieri entra e si siede. Guglielmo Bacchi entra e si siede. Annalisa Pelagotti entra, lancia un’occhiata alla locandina sul muro, espira forte e si siede. Matteo Cialdini entra e si siede. Filippo Neri entra e si siede. Il lungocrinito Andrea Corradi, maglietta dei Carcass slavata addosso, entra e si siede. La luce artificiale è diffusa, indiscreta. La temperatura sale. A minuti si comincerà a sudare. Simone Totti entra e si siede. Elisabetta Maldini entra e si siede. L’architetto donnaiolo Marco Baccelli balza letteralmente nella stanza e si siede. Felice Coscia entra e si siede. Maurizio Mercadante entra, rutta, e si siede. Mario Barzilli entra e si siede. Si siede Enrico Montano. Si siede Mariolino Morso. Si siede Maciste Ambrosio. Azzurra Lezzi, scrittrice, nelle ultime notti ha partorito un racconto su di un’adolescente appassionata di fantasy che cade in un tombino e si trova immersa in una subcittà della quale nemmeno sospettava l’esistenza, gremita di nani e sgorbi gentili e grossi topi addomesticati a mo’ di cavalli e barboni in giacca e cravatta che bevono spritz e gustano tartine con salse gialle e pronunciano Tranchant e Surplus con splendida naturalezza, entra, estrae il taccuino dalla borsa per un appunto[1], e si siede. Piero Lampi entra e si siede. Mohamed Torturro entra e si siede. Teo Favone entra e si siede. Pierluca Mastrandrea, vestito e dentatura da assicuratore, entra e si siede. Bisbigli, respiri. Luce bianca dappertutto. Mirko Buffon entra e si siede. Fabiola Gatti entra e si siede. Alessandro Calastrini entra, punta Elisa Pontecorvo, la saluta, si avvicina, le lecca la voglia sfiorandole il sedere con la mano rapace e si siede. Elisa Pontecorvo si alza, arrossisce e torna seduta. Jack Martinelli entra e si siede. Gualtiero Remicci, ottantenne, bastone e mascherina medica, entra e si siede. Sua moglie Primina Diavolacci, frastuono di ossa disarticolate, entra e, molto molto lentamente, si siede. Benito Bussolotti entra e si siede. Melissa Belloni entra smanettando al cellulare e, scovata una sedia libera, si siede. Urano Malvolti entra e si siede. Morena Gilli, truccata da prostituta, minigonna, scarpe col tacco lucidissime, entra e si siede. Franco Mieloso entra e si siede. Il settenne Cristiano Cataldo, cuffie sulle orecchie, mani animate dal ritmo segreto, entra e si siede. Luana Taglialegna entra e si siede. Gastone Sichi, inspiegabilmente dotato di seno, entra e si siede. Monica Mazzarò entra e si siede. Andrea Occhioni, il Corriere sottobraccio, la faccia di chi vorrebbe essere altrove, magari su una spiaggia assolata, magari con i due figli, Giacomo e Sandro, belli di papà, portati via dalla moglie tre anni fa e tuttora irrintracciabili, voci su Brasile e Canada, entra e si siede. Teresa Cassa entra e si siede. Joelle Smith entra, ancora la voce criptica (melodica?) sullo sfondo, e si siede. Caterina Bagnato entra e si siede. Lucia Morandini, fischiettando male Bach, entra e si siede. Giovanni Bianconi entra e si siede. Salvatore Gentile entra, scruta la sala bramando invano una sedia libera, bestemmia e resta in piedi. Peppe Coccoli entra e resta in piedi. Guendalina Remicci entra e resta in piedi. Matteo Sergianni, impiegato statale dal mento minuto, entra e resta in piedi. Maria Renzi entra e resta in piedi. Pio De Sora, il respiro di catarro, entra e resta in piedi. Moira Benetti entra e resta in piedi. Carlotta Innocenti, una piccola chiazza vermiglia tra le gambe, proprio lì, entra e resta in piedi. Marcello “Cacciavite” Gagliardini entra, saluta l’ex collega Jack Martinelli, il quale cortesemente gli cede il posto a sedere, e si siede. Il palestrato Jack Martinelli sorride e resta in piedi. Oreste Bagnai entra e resta in piedi. Lisa Grampasso, concentrata sul significato recondito che una puntuale fellatio di prima mattina – con tutte le sue varianti – può assumere, a livello di giochi di potere, all’interno di una coppia sposata, entra e resta in piedi. Annamaria Lovelli entra e resta in piedi. Gianfranco Sclera entra e resta in piedi. Paolo Bianchi entra, pensa alla bellezza oggettiva del linguaggio HTML e resta in piedi. Carlo Bottarelli entra e resta in piedi. Silicio Bartoli entra e resta in piedi. Luigino Sani, l’incomprensibile voce dell’altoparlante ora chiaramente adagiata su di una stanca melodia, entra e resta in piedi. Tommaso Campana entra e resta in piedi. Siria Matteotti entra e resta in piedi – e tutti si girano, ovvio, si girano sempre tutti quando compare lei, è una cometa nel gelo della notte, maschi e femmine, mio dio, madonna santissima, fissano gli occhi blu oltremare, i capelli, quella ruga esperta tra le guance e la bocca, le forme da fumetto che ogni singolo sano di mente del globo terracqueo vorrebbe possedere. Chiara Bocelli entra e resta in piedi. Luca Martusciello entra, si sistema a fianco di Siria Matteotti, le dice Ciao e resta in piedi. Sara Dotti entra e resta in piedi. Aimone Coletti entra, strappa dalla parete, nell’indifferenza generale, la locandina dell’Angelo sterminatore e resta in piedi. L’operaia tessile Ilenia Gori entra e resta in piedi. Alice Stoppani entra e resta in piedi – nell’angolo più lontano dall’ingresso. Michela Ciulli entra, raggiunge Alice Stoppani, la saluta, le ricorda dei bei tempi andati, la scuola, le vacanze, la gita birraiola a Barcellona, quel tipo ricciuto che le portò sulla spiaggia, la bacia sulla bocca e resta in piedi. Oscar Cattelan entra e resta in piedi. Luca Risi, riecco la voce femminea dalla filodiffusione, tedesca e litanica, entra e resta in piedi. Federico Bertoncini entra e resta in piedi. Gianni Lerici entra, si fa largo a spallate, trova un pertugio tra Michela Ciulli e Alice Stoppani e resta in piedi. Antonio Cresti entra e resta in piedi. Pietro Lucherini entra, si incastra tra Michela Ciulli, Alice Stoppani e Gianni Lerici (che ha attaccato bottone con la Stoppani, il cui taglio degli occhi gli ricorda alla lontana quello di qualche attrice hollywoodiana) e resta in piedi. Fa caldo. Cresce la puzza di sudore. Sale il brusio. Bruno Salvini entra e resta in piedi. Il penalista Simone Lucci entra, struscia la suola delle scarpe sul pavimento bianco, ipotesi merda, e resta in piedi. Monia e Chiara Bechetti, omozigote, entrano e restano in piedi – strette strette nella fessura tra Simone Lucci e Oscar Cattelan. Suor Maria Biagini entra e resta in piedi. Matteo Vinci entra e resta in piedi. Paola De Lillo entra, prende atto della situazione, chiede permesso, scusatemi, permesso, si ferma accanto a Federico Bertoncini (appollaiato dietro Michela Ciulli) e resta in piedi. Letizia Magnafuoco entra e resta in piedi. Francesco Chiti entra e resta in piedi, non ha alternative, lo fa mentre dalla filodiffusione, dalle quattro casse in alto agli angoli della stanza, la voce tedesca canticchia più distintamente, un filo stonata, mesta, pare una ninna nanna, è sia pace che minaccia, sia vita che morte. Miriam Palai, magra come un’anguilla, entra e resta in piedi. Caterina Bonistalli entra e resta in piedi. Luisa Rugiati entra e, discreta faccia tosta, chiede a Federico Bertoncini se può prenderla in braccio o sulle spalle. Luisa Rugiati si siede sulle spalle di Federico Bertoncini. Mirella Rossini entra e si siede sulle spalle di Simone Lucci. Il piccolo Francesco Chimenti entra e si fa prendere in braccio (a turno) dalle gemelle Bechetti. Pierpaolo Casalini entra e si accuccia fetalmente in un angolo, tra i polpacci sodissimi che sanno di pino silvestre di Chiara Bocelli. Matthew Lombardo entra e resta in piedi. Quando fa il suo ingresso l’enorme Luana Miglino, centotrenta chili, archimedicamente si spostano una quindicina di soggetti, sommovimenti lenti e conditi di imprecazioni, e Siria Matteotti (per il dispiacere di Luca Martusciello e il piacere di Filippo Neri) va a sedersi sopra il già seduto Filippo Neri, indeciso sul dove piazzare le mani, e Aimone Coletti – per niente omosessuale, anzi – finisce per sedersi sullo sfortunato Mariolino Morso. Loredana Crudeli entra e si siede sui femori friabili di Primina Diavolacci. Tiziana Mancini entra e si siede su Benito Bussolotti. Paride Torre entra e si sdraia sulle gambe dei seduti Orlando, Centi e Toscani. Cinzia Agostini entra e si sdraia sopra Paride Torre. Elettra Mosconi, teorica del gambero fritto, spintona un po’ e si sdraia sopra Cinzia Agostini. Matilde Rimedio entra e si siede sullo sciupafemmine Marco Baccelli. Micaela Zani entra e si affloscia su Andrea Corradi. Paride Torre sussurra un Non riesco a respirare che nessuno può sentire. Gino Micheletti entra e spinge e trova posto sulle gambe muscolose di Piero Lampi. Rosanna Lamberti entra e si siede su quel brav’uomo di Teo Favone. La ninna nanna in tedesco è mesmerizzante e sale di volume assumendo man mano più consistenza. Piero Ambrosini entra e si siede su Pio De Sora. Siria Matteotti mugola di piacere al centro esatto della stanza e resta seduta su Filippo Neri. Filippo Neri, la fronte leggermente lucida, esprime vuota soddisfazione e resta seduto sotto Siria Matteotti. Roberta Giannini entra e si siede su Guglielmo Bacchi. Maurizio Pascale entra e gattonando raggiunge Orsa Orsini e si siede su di lei, un minuto, poi invertono saggiamente le posizioni. Marianna Mughini entra e prende a scalare l’altissimo Giampaolo De Gregorio. Paride Torre smette di respirare. Lorenzo Petrucci entra e s’appiccica a una parete come fosse un geco. Elisa Santarelli entra e si sdraia su Maria Zang e Nestore Giglioli. Kate Muscillo entra e si sdraia su quattro corpi presi a caso. Davide Bertotto entra e si siede su Felice Coscia, sudatissimo. Paride Torre muore (compressione toracica). Carmen Spaggiari entra, calpesta un piede e abbraccia Mohamed Torturro. Susanna Neri entra e si arrampica su Bruno Salvini. Silvia Bucci entra e si siede su Carlo Monelli. La ninna nanna è fortissima, assordante, dolorosa. Il fetore inammissibile. Primina Diavolacci urla. Vittorio Medoro entra e si getta sull’assorta Lisa Grampasso. Vanessa Montervino entra e si siede su Silvia Bucci. Greta Chang entra e si sistema per terra tra i piedi di Annalisa Pelagotti e Matteo Cialdini. Benedetto Emiliano entra e scivola sotto Elisabetta Maldini. Aurora Bonetti entra e si arrampica su Marianna Mughini e, per pochi istanti, è la più alta, troneggia precaria, può persino toccare il soffitto con le sue belle dita affusolate. Presto succederà qualcosa.
 
[1]    “Presto succederà qualcosa.”
 
 
 

Gianluca Bartalucci nasce a San Miniato (PI) nel 1976. Laureato in Comunicazione e in Psicologia, è autore del romanzo breve “L’anno di Kurt” (Cento Autori Editore). Il suo racconto “Memolabile” fa parte della recente antologia “Vocabolario minimo delle parole inventate” (Wojtek).

 

Illustrazione di Beatrice Calastrini

 

Beatrice Calastrini è nata a Firenze ed è laureata all’Accademia di Belle Arti in Decorazione. Dipinge da sempre e fotografa documentando posti sconosciuti ai più.
Questo il suo proflo Instagram.

 

 
 
 

Collasso della funzione d’onda

 
 
 
di Diego Rossi
 
 
 
 

Se un albero cade nella foresta e nessuno lo sente, fa rumore? La domanda si sarebbe manifestata solo giorni dopo, richiamata alla coscienza da una lenta forza dragante che aveva operato a fondo nella mia mente. Non durante i giorni cupi dell’agonia, non in quell’immobile giorno di luglio che adesso nella mia memoria è un cubo giallo ocra e odora di belletto e bicarbonato. Ricordo la pesantezza della forchetta nella mia mano, lo sforzo che facevo nel sollevarla: era come se gli oggetti avessero acquisito una nuova e più feroce gravità. Guardavo il pane ancora intero posato al centro della tavola sulla tovaglia e mi sembrava un macigno, un oggetto proveniente da un’altra realtà. La fisica aveva una spiegazione per questo fenomeno? Quanto era importante l’osservatore nei fenomeni naturali, negli eventi dell’esistenza? Quel mezzo chilo di pane pesava davvero mezzo chilo, oppure mia nonna morente sul suo letto nella stanza accanto gli aveva conferito un valore diverso, una nuova densità?

In quei giorni stavo preparando un esame per il mio corso di laurea in Fisica, Meccanica Quantistica (9 Cfu), che poteva essere riassunto come una serie infinita di fotocopie spillate, unti manuali dalle copertine rigide e monocromatiche che erano passati di mano in mano, blocchi di appunti scritti a matita in caratteri minuscoli, mini cassette audio con le registrazioni di ogni lezione, megabyte di dati, tabelle, integrazioni, link, bibliografie. Obiettivi formativi del corso: Acquisire nozioni fondamentali della meccanica quantistica, stati quantistici, operatori e leggi fondamentali; Acquisire capacità di soluzione di problemi semplici. Ero fuori corso da anni, non ricordavo più quale scusa adducevo all’epoca per giustificare il ritardo; mio padre ormai non provava più a chiedermi spiegazioni, si era chiuso nel suo caratteristico silenzio dentro il quale lo vedevo immerso fin dai primi momenti della mia vita che avevano prodotto ricordi. In quel luglio caldo e immobile vivevamo ancora tutti insieme nella casa in campagna, io, i miei genitori e mia nonna, la madre di mio padre, la ex fiascaia, ex modellista, l’ultima rappresentante della sua generazione ancora in vita nella mia famiglia. Era malata da anni, di un male che le aveva corrotto la mente e il fisico rendendola inferma, costretta dapprima sulla sedia a rotelle, in seguito a letto preda di smanie, allucinazioni, piaghe da decubito, il suo corpo ridotto a una prigione di sofferenza senza scampo.

La sessione d’esami estiva era in pieno svolgimento quando le condizioni di mia nonna si aggravarono, prendendo quell’abbrivio fatale lungo il piano inclinato che l’avrebbe condotta alla fine dell’esistenza. Dapprima fui sollevato nell’apprendere la notizia, pensando che uno stato comatoso o d’incoscienza avrebbe posto termine ai suoi continui tormenti. Nelle orecchie avevo ancora le sue urla, rivedevo lei in preda alle convulsioni che tentava di alzarsi dal letto, non riuscivo a dimenticare le mattine in cui un tonfo secco come di tanti bastoni che cadevano a terra mi svegliava, sentivo ancora i lamenti che seguivano a quel tonfo, potevo ancora ricordare i passi di mio padre che si alzava per raccogliere mia nonna caduta, lo sentivo chiamare me o mia madre per farsi aiutare a sollevarla. Negli ultimi tempi eravamo costretti a tenerla ferma con una corda stretta sulle sue gambe e intorno al letto, in modo che non potesse cadere durante i suoi raptus. Ma il sollievo che provai alle parole del dottore che ci descriveva il suo peggioramento fu di breve durata: sulle prime non compresi di cosa si trattava, ma qualche giorno dopo mi fu chiaro il significato di quei brividi che mi sentivo correre su tutto il corpo mentre il dottore parlava.

Il tempo non ha un andamento costante: certe volte sembra che rallenti per darti modo di analizzare le cose che ti circondano, per vederne da vicino la grana. Quel giorno di luglio il tempo si fermò sulla nostra tavola mentre pranzavamo, e io potei sentire ogni fibra di cotone intessuta a formare la tovaglia, ne saggiai le piccole imperfezioni sotto i polpastrelli, riuscii a percepire le minuscole briciole di cibo conficcate tra le fibre. L’acqua nel mio bicchiere sembrava piombo fuso, il mercurio fuoriuscito da qualche gigantesco termometro spezzato in un universo parallelo. E poi quel pane alieno, quella massa tridimensionale impossibile da sollevare che doveva avere un peso inconcepibile, folle.

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Mia madre, un ricordo

 
 
 
 

In una cinquantina di pagine si dipana il racconto di Richard Ford dedicato alla figura materna, Edna Akin. Una narrazione intima e personale che tuttavia oltrepassa la dimensione autobiografica.

Mia madre, un ricordo (pubblicato da Archinto nel 2018, nella traduzione di Giovanna Baglieri) è la descrizione di una vita, dopo che questa si è già compiuta e conclusa, almeno nel mondo degli eventi.

Eppure, se da un lato in questo libricino la scrittura avanza pacatamente dando forma e ordine al passato, dall’altro essa produce aperture improvvise su episodi irrisolti. Alcuni accadimenti restituiscono quella verità dell’altro che continua in ogni caso a essere inaccessibile a chi scrive, come se la verità di cui parla Richard Ford non avesse a che fare con il desiderio di completezza. In fondo, ricordare, sembra suggerire Richard Ford, equivale ad accettare l’avventura della conoscenza, più che a ricomporre un oggetto conosciuto.

“[…] qualcosa, l’essenza della vita, non emerge del tutto da queste parole. Non ci sono parole bastanti. Non ci sono eventi bastanti per riagguantare la vita, e raddrizzarla, correggerla” (p. 42).

Così, la scrittura si mostra come un atto di totalità ogni volta necessariamente mancata, una perpetua ricomposizione di immagini che si susseguono, accendendosi e spegnendosi, e che incrinano la sicurezza di una visione rigida e definitiva del passato. Lo spazio di incompiutezza dei nostri gesti è anche il luogo in cui l’altro esiste senza di noi.

“[…] mia madre, che amavo e conoscevo piuttosto bene, mi lega a quella estraneità, a quella cosa, altra, che fu la sua vita, di cui in realtà so così poco, ora come allora. […] I genitori ci legano, confinati come siamo nel nostro mondo, a qualcosa che noi non siamo ma loro sì; un senso di separazione, un mistero forse, di modo tale che, anche insieme, siamo soli” (corsivo nel testo, p. 8).

Scorre silenziosamente nel testo l’intuizione che in fondo l’esistenza sia una cosa semplice, al di là delle congetture, dei pensieri, dei desideri, delle aspirazioni, dei sentimenti, degli stessi fatti. Al di là di noi. Sia una serie di cose che accadono.

“Non ho mai compreso sino in fondo quanto poco contino in realtà le nostre azioni” (p. 32).

Ecco che Edna è una bambina mandata a studiare in un collegio di suore da una madre ostile, a cui preme far credere a tutti di essere sua sorella, dopo aver sposato in seconde nozze un uomo di otto anni più giovane. Edna è una ragazza che incontra il futuro marito e trascorre gli anni della giovinezza seguendolo nei suoi viaggi di lavoro. Richard scoprirà che Edna non è solo sua madre, bensì anche una persona che ha una realtà pubblica. Una donna con dei segreti.

“C’era qualcosa di quel periodo che per mia madre non doveva essere raccontato. Qualcosa di inutile o che non meritava di essere menzionato. Mio padre, che comunque non era un grande affabulatore, non ebbe mai occasione di parlarne. E io, che non ero abituato a voler colmare le lacune del passato – come succede a certi ragazzi – non feci domande. Sembrava un territorio privato, inviolabile” (p. 15).

Dopo aver tratteggiato la vita di Edna prima della propria nascita, il narratore ricorda attraverso brevi sequenze i primi anni di vita trascorsi con lei. Nella dimensione quotidiana, Edna si ritrova infatti a crescere Richard da sola, poiché il marito lavora fuori casa cinque giorni la settimana. Fino a quando, Richard sedicenne, un evento tragico irromperà nella normalità della famiglia.

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Densità potenziale

 
 
 
 di Lerio
 
 

la densità potenziale di una particella di fluido alla pressione P
è la densità che la particella acquisirebbe se fosse portata
adiabaticamente a una pressione teorica di riferimento P0

 
 
 
 

Le luci delle gru suggeriscono figure geometriche sopra ai cantieri senza fine, ma nessuno, sulla terrazza, pare farci caso. Boule di ghiaccio, batterie di birre, musica elettronica dallo spettro sonoro limitato. Non ho mai sopportato le feste aziendali. Il caldo e la folla ammucchiata su questo tetto mi fanno sudare più di quanto dovrei in una notte berlinese. Sento le gocce accumularsi fra le pieghe dei vestiti, sul naso, sulle labbra. Qualcuno fuma, tutti bevono nello sforzo di divertirsi. Risalgo la corrente delle conversazioni, i più parlano di lavoro, come se fossero obbligati a fingere che abbia ancora una qualche importanza. Colleghi stranieri fantasticano di spostarsi altrove, dove “la lingua è più facile/il clima è migliore/gli stipendi più alti”. Anch’io faccio parte dell’enorme numero di espatriati, e continuo a ripetere che la mia è una ricerca, non una fuga, un moto ascendente difficilmente adiabatico viste le previsioni dei climatologi. C’è chi si lamenta del caro affitti a Berlino, chi degli immigrati, chi fa notare che gli immigrati siamo noi e così via, discorsi già sentiti un milione di volte. Non siamo troppi solo su questo tetto, a Berlino o in Italia: siamo troppi e basta. Qualunque sia il punto di saturazione del nostro ecosistema, l’abbiamo superato da un pezzo e ora non ci resta che precipitare.

Torno dentro, scendo le scale alla ricerca del bagno e vedo gli uffici moltiplicarsi per tutta la superficie del piano disabitato: scrivanie, monitor, tastiere, sedie, persino piante e vasi identici, combinati in tutte le possibili permutazioni che i pochi oggetti di arredamento permettono. Là fuori nella notte, altre facciate illuminate dall’interno mostrano repliche di quello stesso spettacolo che non posso più sopportare. Il bagno è occupato, c’è la fila, la gente tira fuori la cocaina ancora prima di entrare. Senza pensarci davvero scendo tutti e sette i piani facendo i gradini a due a due, prendere l’ascensore mi risulta inconcepibile tanto quanto rimanere un secondo di più. Solo quando supero l’ingresso e le porte scorrevoli si chiudono dietro di me, scopro con piacere di avere lasciato il badge nella giacca, in ufficio, dodici metri sopra al livello del marciapiede. L’impossibilità di rientrare nell’edificio mi fa sentire più leggero di qualche kg.

Mi allontano dall’edificio e dai residui sonori della festa. I lampioni illuminano una strada deserta, gli spazi occupati di giorno dagli impiegati sono ora colmi di rifiuti umani e non. Circumnavigo cumuli di biciclette e monopattini elettrici, bidoni sfondati e bottiglie spaccate, mi infilo sotto a impalcature perenni, fingo di non vedere un uomo seminudo con la mano nei pantaloni. Sento passi metallici e sirene in lontananza. Evito le carcasse compenetrate di un comodino e un televisore e mi appresto a pisciare sul primo albero triste di Kopernikusstraße. Sempre meglio della cabina telefonica usata dai tossici. Mentre spremo la mia prostata contro un altro essere vivente, mi guardano male sia un vecchio indignato che un ubriaco dalla pancia strabordante; questo si ferma, ansima e sputa ingiurie in un tedesco particolarmente aggressivo.
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