Nel paese del Magnano

 
 
 
 

Secondo libro di Sandro Campani, la raccolta di racconti Nel paese del Magnano (pubblicata da Italic nel marzo del 2010) provoca un lieto stordimento se letta, come ha fatto l’estensore di questa recensione, dopo i due romanzi usciti per Einaudi rispettivamente nel 2017 e nel 2020, Il giro del miele e I passi nel bosco (che abbiamo recensito qui e qui).

È come se, dopo avere conosciuto un universo adulto con i suoi codici morali, sociali e anche linguistici (codici che, a seconda dei personaggi, vengono seguiti o disattesi in misure e con consapevolezze diverse), ora si ritrovasse quella materia a uno stadio più primitivo, informe, necessariamente più aperto alle possibilità.

Questo in due sensi, o per due motivi, differenti. Intanto perché l’autore vi ha messo mano in un tempo ben anteriore (nella nota iniziale lo stesso Campani data tre dei dieci racconti, per segnalarne la precedente pubblicazione su rivista, e il più antico risale addirittura al 2001). E poi perché i protagonisti delle vicende che compongono Nel paese del Magnano sono giovani o giovanissimi, dotati perciò di un equipaggiamento più fragile rispetto ai personaggi dei romanzi successivi.

CampaniQui occorrono almeno due precisazioni, che dovrebbero non solo indicare la prospettiva di quest’opera di Sandro Campani, ma forse mostrare anche i suoi due punti di maggior forza, originalità e verità.

Intanto, se abbiamo definito fragile l’equipaggiamento dei giovani protagonisti de Nel paese del Magnano, non era per contrapporlo alla presunta robustezza dell’età adulta, e dunque all’ipotetica maggior capacità di far fronte ai colpi della vita.

La fragilità corrisponde al carattere più primitivo e informe cui accennavamo poco prima. La reazione alle cose del mondo scaturisce, nei ragazzini e ragazzi de Nel paese del Magnano, dall’istinto, dall’immaginazione, dal sentimento. Il mondo, da giovani, non è ancora valutato rispetto al suo grado di adesione alle proprie attese; ma casomai si è tanto più pronti a impararlo, il mondo, quanto più esso disattende le aspettative.

Ed ecco la seconda peculiarità dell’opera: la giovinezza non è qui vista come il tempo della conquista del mondo, o della sua piena comprensione; ma, al contrario, come l’età in cui a poco a poco si comincia a esperire proprio lo scollamento del mondo da sé, la sua illeggibilità.

La natura, si scopre già dalla primissima pagina, è una forza grande che decide il tempo del gioco e dell’attesa: “Quell’estate ogni giorno veniva un temporale, più o meno alle tre del pomeriggio, e sembrava già notte, tutto perso e finito e già ora che andassimo a letto, uno scroscio dall’ostia, si troncavano i rami alle piante e veniva giù un fosso per la strada da credere che non avrebbe smesso mai più. Invece alle cinque uscivamo e splendeva un sole nuovo e meraviglioso, ed era come se ci avessero regalato un giorno in più, due giorni in uno” (p. 11).

Tutto si apprende col corpo, senza mediazione di figure genitoriali vere o simboliche. E lo si interpreta con i nomi che si hanno a disposizione, a costo di trasferirli da sé all’epifania: “Vittorio ha raggiunto il sentiero, la pendenza si è fatta più dolce. Il bosco fitto si apriva in radure piene di mirtilli.

È in una di queste schiarite che Vittorio ha visto un uomo morto. L’ha visto da una cinquantina di metri più su, e per un momento si è stupito di come quel tipo potesse star comodo sdraiato con i piedi verso l’alto e la testa verso valle.

Vittorio è sceso e si è chinato su quel corpo: aveva un braccio al petto e il volto bianco. Sembrava fosse morto di stupore” (pp. 55-6).

La vita, più che filtrata attraverso il ragionamento, viene assorbita dai sensi, che tutti i personaggi sembrano avere al massimo grado di acume: “Richiusi la finestra. Sentii due suore che scuotevano gli ombrelli e poi il portone serrarsi e le punte degli ombrelli sbattere nel bronzo del vaso all’entrata” (p. 128).

Si spia e si rimirano i larghi spazi, si ama e si detesta, ci si intimidisce e ci si atteggia a gradassi. Si fanno insomma le prove della vita, della realtà. Alla quale anche i personaggi de Nel paese del Magnano, allora giovani e oggi chissà, sono chiamati ogni giorno a obbedire: “Va in bagno per lavarsi, e solo adesso, camminando in corridoio, l’impressione del sogno comincia a andare via, e le cose a ridisporsi al loro posto, così come sono in realtà” (p. 112).

 
 
 

Mastro Geppetto

 
 
 
 

È il desiderio che mette in relazione la durezza del mondo con quella umana. È il desiderio che fa la realtà porosa, elettrica, vibrante. È il desiderio che permette alla vita di pulsare.

Ed è il desiderio che rende “una corteccia dura da catasta” (p. 17) un figlio agli occhi di un anziano falegname.

Con Mastro Geppetto (uscito per Sellerio nell’ottobre del 2021) Fabio Stassi scrive la struggente biografia di un uomo capace di sacrificare tutto al proprio unico desiderio, appunto: quello della paternità.

Mastr’Antonio crede di giocarlo, regalandogli un pezzo di legna nodosa e assicurandogli che è magica; ma sarà Geppetto a burlarsi di lui e di tutti quelli che, in combutta o meno con Mastr’Antonio, rideranno alle spalle di questo vecchio bislacco, solitario e incapace di abdicare alla propria tenacia.Mastro Geppetto

Una volta spiccato Pinocchio dal legno, Geppetto andrà all’Anagrafe a denunciarne la nascita, baratterà la propria giacca “che indossava almeno da trenta inverni” (p. 44) con un abbecedario e due fogli di carta fiorita, che diventeranno il vestito per il primo giorno di scuola del suo agognato figlio.

Ma il burattino non uscirà mai dalla scuola assieme ai bambini, e così Geppetto lascerà tutto per mettersi alla sua ricerca.

E poco importa che Pinocchio sia una creatura animata solo nell’immaginazione del falegname (perché, come si legge nel Congedo dell’autore dal personaggio in forma di lettera, “i pezzi di legno non piangono e non ridono, e le fate esistono soltanto nelle fiabe”, p. 203, corsivo nel testo).

Poco importa: per ritrovare il figlio perduto, ripetiamo, Geppetto è disposto a perdere tutto. Non tanto ciò che di concreto possiede, già prossimo al nulla. Il suo è piuttosto un percorso di progressivo allontanamento da ogni azione o strumento che rende confortevole l’esistenza e appagante la socialità. E che, in fondo, distrae dall’impresa pressoché sovrumana di dedicarsi a un solo compito.

Mastro Geppetto, nelle sue peregrinazioni e nei suoi incontri, verrà schernito e picchiato. Patirà la fame. Sarà preda di un’afasia sempre più grave: d’altronde a cosa serve il linguaggio, se non al commercio dei reciproci desideri? Ma quando il desiderio che assorbe non è negoziabile, ecco che la comunicazione verbale non ha più quasi alcun significato.

Non per questo il mondo ha smesso di parlare a Geppetto. Semmai, tutto assorbito com’è dal suo viaggio infinito verso Pinocchio, il falegname scorge in qualunque nuova piega della realtà un presentimento della propria vicenda. Come quando per la prima volta vede una ferrovia. “Per quanto ne sa lui, potrebbe correre da un continente all’altro senza mai interrompersi, traforare le montagne, innalzarsi sopra un ponte. L’avrà inventata un altro padre separato da un figlio”, p. 143.

Anche l’incontro con i pochi personaggi non ostili (come il burattinaio) o addirittura benevoli (come Romeo) non modifica l’intensità della sua vocazione, poiché essa è assoluta.

Non è facile, né magari necessario, dire per chi o su chi sia questo racconto, composto da Fabio Stassi con una cura della parola che si percepisce amorevole. Proprio come fa l’artigiano, che istante dopo istante si domanda quale effetto avrà ogni minima aggiunta o sottrazione sull’equilibrio complessivo dell’opera.

E forse è davvero un grande omaggio alla concentrazione e alla separatezza, Mastro Geppetto, alla capacità di uscire dal trambusto del mondo per ritrovare, attraverso l’esercizio di una sola passione, il suo ritmo uniforme e implacabile, il suo silenzio.

Allora, come dicevamo, la comunicazione verbale non ha più quasi alcun significato. Tranne quello, prezioso e puro perché estraneo a ogni prospettiva utilitaristica, di veicolo delle narrazioni, oasi di parità: “Il vecchio somiglia a una di quelle candele che si accorciano un giorno dopo l’altro, ma fino all’ultimo, a osservarle per bene, mandano un pochino di luce. Sta raccontando una storia, e per quanto possa apparire incredibile, nel cerchio di questo camerone, la sua voce è un fiume in piena”, p. 193.

 
 
 

Nova

 
 
 
 

Il koan, nel buddismo zen, è un’affermazione paradossale che – potremmo dire – mette in scacco la razionalità, per aprire a una comprensione più profonda del mondo.

O meglio, per mettere a cospetto della sua illeggibilità, del suo versante oscuro, inverificabile e imparagonabile ad alcunché di noto.

Per Adelphi è uscito nell’ottobre del 2021 Nova, secondo romanzo di Fabio Bacà (di cui qui abbiamo recensito il brillante esordio, Benevolenza cosmica).

Nova racconta la vicenda del neurochirurgo Davide, che vive nella periferia meridionale di Lucca con la moglie Barbara, una logopedista, e il figlio Tommaso, un timido adolescente con la passione dell’astronomia.

L’esistenza di Davide e del suo nucleo familiare sembra governata dal desiderio di riconoscere, nominare e dominare quanto dell’esistenza è dato loro di frequentare. Non a Novacaso, i mestieri di entrambi gli adulti consistono in fondo nel ricondurre l’abnorme alla norma. E anche l’interesse del figlio (e la sua competenza, la precisione terminologica che usa e la gelosia con cui lo custodisce) pare scaturire dalla necessità di amministrare almeno un settore dello scibile. Barbara, poi, è un’inflessibile vegana.

La quotidianità dei tre scorre dunque all’insegna di una serenità monotona e controllata, al punto che ogni loro azione o frase risuona come al confine con l’ossessione. In questa direzione sembra anche andare l’uso quasi maniacale della puntualità semantica, caratteristica già mostrata da Bacà nel primo romanzo, e che qui dà ai personaggi sfumature grottesche, teatrali. Come se la parola fosse un luogo di ansiosa affermazione di sé, della propria posizione nel mondo.

Eppure, è sufficiente un’aggressione verbale subita da Barbara in un ristorante, e il successivo intervento di un estraneo (Diego, che poi avrà un ruolo centrale nel romanzo), perché la normalità satura della famiglia di Davide deflagri.

Da quel momento non è più possibile, per il neurochirurgo, neutralizzare il disordine, circoscriverlo nel pensiero che ogni mattino, al risveglio, egli dedica alla morte. “Considera il tutto una specie di rituale, un antidoto ai periodi complicati che assume periodicamente da più di quindici anni. Apre gli occhi, fissa il soffitto di legno e riflette sulle implicazioni della fine della vita” (p. 19).

Ma adesso quel rituale non basta più. (altro…)

Noi, il mondo

 
 
 
 
Noi, il mondo

Adesso basta con la scrittura.

Ci sono già troppi punti di vista sul mondo. Alziamo la testa dal foglio e guardiamolo, una buona volta, il mondo. Il suo punto di vista è uno, immutabile; e ugualmente, irrimediabilmente lontano dai nostri.

Quanto tempo abbiamo perso, amici scrittori. Quante energie spese nella folle pretesa di spiegare agli altri qualcosa che nemmeno noi conoscevamo.

Sapevamo di mentire? O ci illudevamo davvero di custodire noi (proprio noi, solo noi) la parola della chiarezza assoluta?

 

Ma le intuizioni, allora? Le pagine che funzionano, vibrano, brillano di una luce bianca così simile alla verità?

Diciamolo meglio: simile alla nostra idea di verità. Quelle pagine non ci avvicinano di più al mondo, ma a noi stessi.

 

Allora il peccato originale è stato quello di confondere noi stessi col mondo.

 

L’immagine proviene da qui.