Martin il romanziere

 
 
 

Pubblicata nel giugno 2016 da L’orma editore e tradotta dal francese da Carlo Mazza Galanti (il quale firma anche la prefazione al volume), l’antologia di sei racconti di Marcel Aymé, Martin il romanziere, è caratterizzata da una felicissima unione di elementi surreali e quotidiani.

Come evidenziato nella prefazione, le novelle sono state scelte tra quattro differenti raccolte, apparse in Francia tra il 1938 e il 1950 per i tipi di Gallimard.

Nel testo che apre il volume, La carta del tempo, si leggono alcuni estratti del diario dello scrittore Jules Flegmon, costretto in una società in cui per legge a tutti i “consumatori improduttivi”, tra cui “vecchi, pensionati, ereditieri e disoccupati” (p. 19) nonché “artisti e scrittori” (p. 20), è consentito di vivere solo alcuni giorni ogni mese; nelle ore restanti ciascuno di essi, a cui è consegnata una personale carta del tempo, si troverà dissolto nella non esistenza, scomparso in una morte provvisoria. Le differenze sociali e il nuovo regime temporale produrranno effetti comici e grotteschi, in una moltiplicazione di rocambolesche ma più che credibili assurdità, in cui le caratteristiche umane rimangono in ogni caso riconoscibilissime:

“Nel corso del mio ultimo spezzone di esistenza ho avuto l’impressione di un contrasto nascente tra i vivi a tempo pieno e gli altri. […] Anzitutto si tratta di una gelosia reciproca. Gelosia facilmente spiegabile nel caso delle persone dotate di una carta del tempo, e sarebbe perfino sorprendente se non fosse accompagnata da un vivo rancore nei confronti dei privilegiati. Tuttavia questi ultimi, ho occasione di rendermene conto di continuo, ci invidiano segretamente quali eroi del mistero e dell’ignoto, a maggior ragione in quanto essi sentono la barriera che ci separa in modo molto più marcato rispetto a noi, che non ne abbiamo alcuna percezione. La morte relativa appare ai loro occhi come una vacanza, e hanno l’impressione di essere condannati a restare per sempre incatenati al proprio posto. In generale hanno la tendenza a indulgere a una specie di pessimismo e di astio sgradevoli. Al contrario, il sentimento sempre presente della fuga del tempo, la necessità di adottare un ritmo di vita più spedito rendono la gente della mia categoria incline al buonumore”, p. 32.

E cosa succederebbe se all’improvviso venisse stabilito che un anno dura ventiquattro mesi? Nel quarto racconto della raccolta, intitolato Ricaduta, una ragazza diciottenne, Josette, che ha appena scoperto l’amore con il giovane Bertrand d’Alleaume, in seguito a un decreto si ritrova nel corpo di una bambina di nove anni, senza però aver perso l’esperienza e i desideri di una giovane donna, mentre attorno a lei la vita quotidiana si ammanta di incredibilità: “Naturalmente si è parlato molto delle singolari situazioni prodotte dalla legge dei ventiquattro, le stesse con cui i giornali ci avrebbero presto intrattenuti fino alla noia e alla nausea: madri di famiglia di meno di dieci anni, ragazzini provvisti di prole, centinaia e centinaia di soldati dell’esercito e della marina tornati bambini, ufficiali di undici o dodici anni, ottuagenari rifioriti, politici pressoché risorti dalla tomba, prostitute di dieci anni ecc.”, p. 129.

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Il sacrificio del fuoco

 
 
 

Il sacrificio del fuoco di Albrecht Goes (uscito per Giuntina nel gennaio del 2017 nella traduzione di Giada D’Elia, con una prefazione di Anna Ruchat e una breve recensione di Nelly Sachs del 1954, anno della prima edizione in tedesco del libro) ha forse nell’esilità il suo aspetto più sorprendente.

Non solo perché questo racconto, in appena quarantadue pagine, giunge a profondità vertiginose; ma anche perché i silenzi, le reticenze e i gesti minimi, privati, che illuminano le vite dei suoi personaggi positivi, hanno la doppia funzione di rammentarci la misura umana e di fungere da formidabile contraltare alla più tremenda dimostrazione di disumanità della storia moderna, l’Olocausto.

È la storia della signora Walker, ritrovatasi a gestire da sola la propria macelleria in una non meglio definita città della Germania, in un periodo compreso tra il 1942 e il 1943, in seguito alla chiamata alle armi del marito. Un giorno il Terzo Reich stabilisce che “da quel momento in poi tutti gli ebrei della città avrebbero potuto comprare la carne solo qui, e il venerdì, ogni venerdì pomeriggio dalle cinque alle sette, la macelleria sarebbe rimasta aperta per la «popolazione non ariana», come la chiamavano”, pp. 12-3.

La vicenda, che si sviluppa su vari piani temporali e narrativi, è affidata in larga parte a una lettera scritta dalla signora Walker al narratore di primo livello, il dottor S., assistente alla biblioteca comunale che vive in una stanza in affitto nella casa della donna. Già questa scomposizione della trama in più tempi, in una pluralità di voci, è forse un’implicita dichiarazione di impotenza (è impossibile dire per intero il dramma della Shoah) ma forse anche di speranza: al mantenimento della dignità umana si concorre tutti, assieme, in un eterno movimento che è somma degli sforzi individuali, giacché ciascuno è chiamato a fare – né più ma neanche meno – il bene che è nelle proprie possibilità. (altro…)

Parola di Marlowe

 
 
 

Parola di Marlowe (volume uscito per Il Canneto Editore nell’ottobre del 2016 a cura di Carlo Vita), è un’appassionante raccolta di citazioni – suddivise in capitoli tematici – tratte dai due racconti e dagli otto romanzi di Raymond Chandler che hanno per protagonista il leggendario investigatore privato Philip Marlowe.

La lettura di questa cospicua serie di estratti ha ricordato a chi scrive che, se la letteratura ha il compito di perlustrare le quote più ineffabili del mondo, allora anche i maestri del giallo (o più precisamente dell’hard boiled, come nel caso di Chandler) possono essere considerati a pieno titolo autori di letteratura.

Fin dal primo capitolo, in cui vengono proposti gli incipit delle dieci narrazioni, sorprende come la descrizione di un ambiente sappia essere movimentata da un qualche elemento che, non armonizzandosi con la scena, ha il potere di renderla misteriosa, indocile: “Palazzo Trelloar era, ed è, situato in Olive Street, vicino alla Sesta Avenue, sul lato Ovest. Il marciapiedi, di fronte ad esso, era fatto, originariamente, di blocchi di gomma bianca e nera. Quando ci passai stavano tirandoli su, per darli allo Stato, e un uomo pallido, senza cappello, che dalla faccia pareva il direttore del palazzo, stava osservando i lavori, come se la cosa gli spezzasse il cuore”, p. 13.

La straordinaria sensibilità che permette alla voce narrante di presentire il lato segreto e oscuro delle cose, in Philip Marlowe si declina in un finissimo spirito d’osservazione: “La bambola era in camicetta e gonna scozzese, sotto uno spolverino sportivo. Il cappello, abbastanza fuori moda da far pensare a un rovescio di fortuna, le nascondeva quasi completamente la chioma rossa. Nessun trucco, la faccia confessava i suoi circa trent’anni in quell’espressione tesa, stremata. E la mano che teneva la sigaretta era sin troppo ferma… una mano sulla difensiva”, p. 15. (altro…)

Storie di volti e di parole

 
 
 

Uscito per DeriveApprodi nell’ottobre del 2016 con una prefazione di Silverio Novelli, Storie di volti e di parole è un’opera dalla composizione singolare.

Il libro è infatti suddiviso in quattro sezioni; nelle prime tre, Epoche e luoghi, Il mondo del vino e Donne bizzarre, ai racconti di Luigi Ananìa (scrittore e titolare di un’azienda agricola) seguono le annotazioni psicolinguistiche di Nicola Boccianti (psichiatra e psicoterapeuta), che non compaiono nell’ultima sezione, L’angelo.

Le annotazioni di Boccianti prendono spunto da alcune parole di uso comune presenti anche nei brevi testi di Ananìa, ne tracciano un profilo storico e ne svelano l’utilizzo nelle disciplineCopertina psicologiche.

Il taglio saggistico di questi inserti, va detto, crea un contrasto forse stridente con lo stile vivido, libero, sfrontato delle porzioni narrative. Stile che si mostra subito con grande efficacia nell’incipit del primissimo racconto, Guardando la guerra, che ha per eloquente sottotitolo Montalcino, 2003 (guerra in Iraq): “Ho una bella moglie e una figlia che è un tesoro. Da un po’ di giorni è scoppiata la guerra. Ho trovato il modo di passare il tempo; accendo il mio televisore tedesco e guardo le bombe che cadono e le case che si frantumano. Se mi giro a sinistra vedo una grande finestra a volta e un prugno che fiorisce al sole. Davanti allo schermo posso provare pietà per i volti e gli intonaci che si sfaldano”, p. 13.

Qui, a colpire non è tanto lo iato tra l’autentico strazio del conflitto iracheno e il fatto che, se vissuto da spettatore ben al riparo da ogni rischio, esso possa al più ingenerare una vaga e in un certo modo appagante misericordia; quanto piuttosto la giustapposizione e compenetrazione di atmosfere e situazioni apparentemente irrelate, come se l’esistenza procedesse per accumulo casuale anziché secondo una consequenzialità stringente. (altro…)

Germania, Germania!

 
 
 

Pubblicata nell’ottobre 2016 dalle Edizioni Arcoiris e curata e tradotta da Loris Tassi, Germania, Germania! dello scrittore uruguaiano Felipe Polleri è un’opera tanto appassionante quanto di difficile collocazione all’interno di un genere – romanzo, poema in prosa e libro di racconti – eppure dalla struttura complessiva sùbito evidente: a ciascuno dei tre protagonisti nonché voci narranti, Christopher, Parsifal e Antoine, è infatti dedicato un capitolo di questo libro ricco non solo di riferimenti letterari ma anche di movimenti oscuri e spiazzanti, restituiti attraverso la scrittura con grandissima lucidità e pronti a interrogare e disorientare il lettore.

polleri_germania-germaniaGrottesche e visionarie, incredibili e realistiche nel descrivere l’umano, le pagine di Germania, Germania!, sovente sospese tra storia e fantascienza, in principio dànno spazio al racconto di Christopher, un inglese dall’andatura zoppicante (che dice di essere stato, da vivo, Marlowe e di essere divenuto, una volta deceduto a trentaquattro anni, Shakespeare). Christopher narra di sé da un luogo che nulla ha a che vedere con l’aldilà cristiano – confessando anche di aver accoltellato in passato numerose persone – e trascina il lettore in una dimensione lirica e mostruosa: “Se sono nato così inumano… Se sono nato con tanto poco amore per la vita è perché mia sorella, o mio fratello, quell’angelo, quel bellissimo ermafrodita con i lunghissimi capelli bianchi e il ‘faccino da fata’, dopo avermi spiegato che cos’era la vita (Auschwitz), si è lasciato morire. Ha iniziato a dimagrire, è diventato sempre più piccolo e si è trasformato in un’iridescente farfalla d’acqua che io ho cullato tra le braccia fino a quando non ha sorriso per l’ultima volta e ha chiuso gli occhi”, p. 24.

Un’incessante contraddizione nutre il monologo delirante di Christopher, eroe del controspionaggio e uccisore di nazisti durante la Seconda guerra mondiale, ma anche cittadino onorario di Marte e ospite del Watson Hospital, un istituto psichiatrico: la realtà quotidiana, dove “«amare la vita» […] è «amare il male»” (p. 27), è un luogo insopportabile per i buoni, gli inumani: “[…] devi essere un concentrato di merda per sopravvivere più di sessant’anni in un mondo malvagio come il nostro. Sì. La malvagità di tutto e di tutti è così mostruosa che una persona più o meno buona, o che abbia un po’ di cuore, non può che morire di tristezza al massimo (ma proprio al massimo) a quarant’anni”, p. 13.

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