in quella parte della mia memoria

 
 
 
di Angelo Calvisi
 
 
 
 
invocazione o protasi
Canta a me, o diva, del vasto poema
memoriale, tutte le risultanze.
Tendono a chiarità le cose oscure,
si dispongono in versi, le memorie,
e questi in schemi e immagini: figure.
Penso io a questo. Tu canta a me, diva,
in stile telegrafico, ad impulsi,cavaliere-marinomarini
le donne, i cavalieri e tutto il resto.

i: sui programmi
Questi momenti diluiti in parte
e in parte anche dispersi in confusione,
io li raccolgo con ragione in foto,
e li didascalizzo poco a poco.
Questi momenti centrifughi, sfuggenti,
imprecano in continuo, senza requie:
io lascio uscir dai denti un suono antico
che poi è la megalingua, finalmente.

ii: e quindi si vive e si trascrive
Ecco, mi dico, mi spunta un ricordo
e cresce, cresce: c’è dietro tutta una
letteratura. Poi eccomi, dico,
nella mia prima volta al Ferraris.
E allora, dunque, eccomi. Eccomi
che lo scrivo su un pensierino, a scuola,
che a pensarci su, a furia di scrivere,
viene fuori tutto un gioco infinito.

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Una sola, semplice domanda

 
 
 

“Siano maledetti gli aggettivi, gli esempi, le metafore, l’ansia che il lettore possa non capire sino in fondo tutto quello che ho da dire!”, tuona certi giorni lo scrittore.

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E certi altri: “Siano maledette la parsimonia e la civetteria, la presunzione che il lettore possa capire tutto da quel poco che dico!”

Certi altri giorni ancora, invece, lo scrittore libera un canto: “O amate pagine che vi componete come da sole! O amate pagine dove dico quello che ho da dire con assoluta chiarezza, senza nessuna ridondanza, senza nessuna reticenza! O amate pagine necessarie! Perché, però, siete così poche?”

 

Non hai mai pensato, scrittore, che sia così per ogni cosa della vita? Quante parole, quanti incontri, quanti accadimenti illuminano il mondo, tra tutte le parole, gli incontri e gli accadimenti che invece aggiungono buio al buio? Ma non per questo si smette di dire, incontrare, fare. È la vita umana: un enorme dispendio di energie per trattenere un filo di luce.

Allora, scrittore, anziché alterarti tanto, forse dovresti farti una sola, semplice domanda: voglio o non voglio una vita umana?

 
 

Illustrazione originale di G. C. Cuevas.

 
 
 

Novelle

 
 
 

Pubblicato dalle Edizioni Clichy nel 2016, il volume curato e tradotto da Marco Gabellieri raccoglie nove racconti di Arthur Schnitzler, accomunati da una minuziosa indagine delle relazioni dei personaggi con se stessi, con gli altri e con il mondo, figure prese in una costante contraddizione tra meccanica e imprevedibilità.schnitzlercopertinasingola

Sia nel caso in cui la narrazione provenga dalla voce della prima persona singolare (come accade in Fiori, Il sottotenente Gustl, Il diario di Redegonda, La danzatrice greca e La moglie del soldato) sia che nasca dall’assunzione da parte del narratore esterno del punto di vista di un particolare personaggio (come succede in Geronimo il cieco e suo fratello, Il destino del barone von Leisenbogh, L’estranea e La morte del soldato), eguale è l’attenzione da parte di chi racconta alle zone d’ombra, alle inquietanti incompletezze dell’esistenza, all’ingovernabilità dei legami, all’impossibilità di sopportare le proprie colpe e di porre rimedio per sempre ai propri errori, come se ogni evento o azione facesse sempre e comunque parte di una rete resistente che limita la possibilità del cambiamento e induce invece a cedere alla ripetizione; come se ciascun essere fosse fragile e costantemente legato all’altro in un vincolo opaco e inconoscibile, che dura al di là del trascorrere delle stagioni e dell’aspetto visibile del reale.

Contemporaneamente, pare che ogni figura sia schiacciata in modo unico dal proprio particolare peso, che ogni condivisione e ciascun confronto tra i viventi risultino alla fine imperfetti.

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Io in te cerco la vita

 
 
 

Io in te cerco la vita. Lettere di una donna innamorata della libertà (a cura di Elena Vozzi, L’orma editore 2016) raccoglie alcune epistole di Anna Kuliscioff, in gran parte indirizzate ad Andrea Costa e a Filippo Turati.

kuliscioff-solo-fronteLeggendo queste pagine è evidente che, mentre comunica se stessa agli altri, Anna è costantemente in contatto con il nucleo più vero, vitale e libero della propria esistenza.

Il libro offre infatti il ritratto di una donna che ama e che lotta con un’incessante attenzione alla realtà e alle relazioni, anche quando questo comporta il rinunciare a qualcosa di sé, forse non tanto per una decisione opportunistica volta all’autodifesa – anche se è questa l’interpretazione che dà del proprio comportamento la Kuliscioff – quanto piuttosto per stare nel mondo senza volerlo a ogni costo cambiare, senza pretendere di far capire chi si è né di convertire ai propri modi gli altri, senza cercare, in altri termini, di eliminare le distanze tra sé e la realtà:

“È vero che dinanzi alle padrone di casa ti chiamavo mio marito, per rispetto alle loro opinioni e perché non sempre si può rispettare l’opinione della gente da cui si vive e non per altruismo certo, ma per puro e semplice egoismo: così qui dove i nostri rapporti non sono conosciuti o rammentati, non credevo e non credo necessario di parlare delle nostre relazioni passate, che del resto parrebbero uno scandalo alle persone fra le quali vivo”, p. 42.

Accettare il mondo non significa tuttavia cedere alle sue lusinghe, alla vanità, cercare la sua approvazione e i suoi premi: “Avrai la forza, avrai il coraggio di rinunziare per un certo tempo agli ossequi del mondo?”, p. 80.

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Briciole dai piccioni

 
 
 

Vivere non significa necessariamente aderire al mondo, accettarlo, accordarvisi. Càpita di esser vivi, non lo si sceglie: dunque è plausibile percepire l’esistenza come una condizione estranea a sé, che suscita quasi esclusivamente indifferenza, malanimo o sgomento.

Proprio come accade al protagonista di Briciole dai piccioni di Alessandro Turati, uscito per Neo Edizioni nell’ottobre del 2016.

Egli ci racconta la propria vita dividendola in quattro tappe, che corrispondono alle sezioni di cui si compone il volume: Infanzia, Adolescenza, Alcolismo, Disoccupazione.

Nelle pagine dedicate all’infanzia, gli adulti sembrano contravvenire sistematicamente – per caratteristiche sia fisiche che comportamentali – al senso estetico e morale dell’io narrante: “Guardo la vecchia e in lei tutto è sproporzionato: testa, braccia, mani, gambe e piedi. È tutto mal misurato e infilato a caso intorno al tronco. E Cristo, è la persona più brutta della giornata. Se il mondo là fuori copertina_briciole_per_piccioni.inddha di queste creature, penso, io non voglio uscire mai, mai, mi accontento della finestra sul lago o del mio volto riflesso nel vetro. E lo so, non è giusto giudicare le persone dal loro aspetto fisico, tanto basta conoscerle un poco e fanno cagare uguale”, p. 24.

Anche i suoi genitori (i loro gesti, il loro rapporto) sono visti come irrimediabilmente anomali; e l’umorismo delle loro descrizioni pare, più che un effetto narrativo, il risultato di ciò che il bambino osserva senza poterlo ricondurre a un’interpretazione logica: “Poi fanno pace. Papà rientra e si siede in un angolo a gambe accavallate e muove il piede sospeso in modo frenetico. Fuma la pipa. Fa un sacco di smorfie quando fuma la pipa. Secondo me non gli piace fumare la pipa. E mamma si arrabbia di nuovo, ma non per la pipa, non si capisce il motivo, il suo umore cambia rapidamente, il suo sistema nervoso è fuori controllo, a volte non sembra nemmeno parlare con lui, grida contro le pareti e i quadri da quattro soldi appesi storti da papà”, p. 29.

La sordità e la ferocia degli umani verso i propri simili si declinano in dialoghi spesso irresistibili, che gli interlocutori concludono non per un raggiunto accordo ma per reciproco sfinimento:

“«Sei un bugiardo!»
«Troia!»
«Cosa?»
«Puttana!»
«Così mi fai piangere!»
«Ti puzzano i piedi da morire!»
«Mi sto mettendo a piangere!»
«Me ne sbatto!»
«Piango…»
«Fai sul serio?»
«Sì, piango…»
«Dai, mi dispiace».
«Sei cattivo!»
«Scusami».
«Perché dovrei?»
«Scusami».
«Va bene, ti perdono, non importa».
«Davvero non importa?»
«Davvero, non importa».
«Giurami che non importa».
«Giuro che non importa»”, pp. 32-3. (altro…)