Non gli sembravano più le sue

 
 
 

C’era una volta uno scrittore in crisi.

Allo scrittore in crisi, la realtà aveva semplicemente smesso di sembrare qualcos’altro. Un albero, una casa, un tramonto, un bambino che giocava col pallone, non gli apparivano più come metafora di alcunché ma erano solo e semplicemente un albero, una casa, un tramonto, un bambino che gioca col pallone.

Lo scrittore in crisi, allora, si era messo a rileggere stralci di libri suoi e di altri autori: e si era vergognato un bel po’, nello scoprire quell’infinità di tentativi, propri e altrui, di far passare la realtà per ciò che la realtà non è.

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E non soffriva mica di depressione, lo scrittore in crisi: anzi! La realtà non gli era mai sembrata così bella, adesso che un albero non era altro che un albero, una casa nient’altro che una casa, eccetera.

Le cose, adesso, allo scrittore in crisi sembravano più piene, più vive, più vere. Soltanto, non gli sembravano più le sue.

E così lo scrittore in crisi, senza la minima difficoltà, smise per sempre di scrivere.

E gli venne un pensiero: gli scrittori si ostinano a credere che la realtà ci parli, mentre la realtà è lì per essere vissuta e non per instaurare dialoghi; e non comprenderlo (o si dovrebbe dire non accettarlo?) è sintomo forse di grande immaturità forse di grande superbia, o più probabilmente è un’atroce, reiterata bestemmia contro la bellezza semplice e muta del mondo.

 
 
 

Illustrazione originale di G. C. Cuveas.

 
 
 

Il villaggio di Stepànčikovo e i suoi abitanti

 
 
 

Nel giugno del 2016 la collana Compagnia Extra dell’editore Quodlibet ripropone un’opera tra le meno conosciute di Fëdor Dostoevskij, Il villaggio di Stepànčikovo e i suoi abitanti, nella classica traduzione di Alfredo Polledro del 1927.

Pur essendo in disaccordo con due affermazioni riportate nell’aletta del libro, cioè che si tratta di “uno dei romanzi […] più riusciti del grande scrittore russo” e di “un romanzo abbondantemente comico”, si ritiene che questo libro scritto nel 1859 sia in un certo senso emblematico dell’autore.

La storia è narrata in prima persona dal ventiduenne Sergèj Aleksàndrovič, invitato dallo zio, il colonnello Egòr Il’ìč, nella sua residenza di Stepančikovo. Qui conoscerà Fomà Fomìč, scostante parassita che millantando erudizione e moralità saprà soggiogare il troppo arrendevole Egòr, la sua anziana madre, l’intera servitù e una serie di individui a diverso titolo legati alla famiglia.

cop. VillaggioAl centro dell’articolata vicenda ci sono poi altre due donne: la domestica Nàsten’ka, di cui è innamorato Egòr Il’ìč, che però Fomà Fomìč vorrebbe far sposare con la ricca (e instabile di mente) Tat’jana Ivànovna.

Se il romanzo, come si diceva, non pare compiutamente riuscito, è proprio per la sua caratteristica saliente: in esso si muovono solo personaggi dal temperamento straordinario; ma che qui, a differenza di quanto accade nei capolavori di Dostoevskij, risultano insolitamente statici, più al servizio della propria pervicacia che dello sviluppo narrativo.

Peraltro, il continuo confronto tra tipi umani estremi e fissi conduce spesso allo scadimento del drammatico in patetico (ma quasi mai, per tornare alla seconda obiezione, nell’“apertamente comico”).

Tuttavia, proprio l’immutabilità dei personaggi conferisce a Il villaggio di Stepànčikovo e i suoi abitanti un’interessante peculiarità: se è vero, come peraltro scrisse Friedrich Nietzsche nel Crepuscolo degli idoli, che Dostoevskij è stato un inarrivabile scrittore-psicologo, la sensazione è che in questo romanzo minore lo studio delle diverse psicologie umane (e dei possibili esiti dei vari incontri-scontri fra esse) sia il vero elemento centrale, a discapito della trama. (altro…)

Il catechismo spiegato ad Alessandro

 
 
 

di Angelo Calvisi

 
 
 

Dovevate vedermi, con gli avambracci legati alla sbar­ra orizzontale, i pioli di ferro infissi tra palmi e polsi. Sudavo sangue come un capretto sgozzato, perché prima di condurmi quassù mi avevano per dispetto fatto passare in mezzo a un roveto e così avevo la fronte graffiata dalle spine, come una corona di ferite. Dovevate vedermi: il perizoma che cingeva le maniglie dell’amore, che tanto avevano contribuito alla nascita e al proliferare della mia leggenda (dopo quelle di Na­zareth anche le donne di Gerusalemme avevano con­cluso che ero il dio della copula), il perizoma, dicevo, mi era stato tolto per mettermi, in piena corsa, un pannolino da incontinenti.

In effetti, appeso sulla croce da ormai quattro ore, continuavo a cagarmi addosso e tuttavia il head-of-christ.jpg!Largepannolino non serviva a niente. La sera precedente, infatti, a ca­sa di Marco, la cuoca, una vecchia baldracca di Cafarnao, ci ammannì delle uova non proprio freschissime e anche l’harrosset (il timballo di fichi, datteri, noci e vino rosso di cui era maestro quel mentecatto di mio padre, pace all’anima sua) era più pesante dei mattoni d’Egitto che voleva rappresentare.

Tutto ciò mi provocò fin dal momento del Fernet terribili spasmi al ventre e con il freddo della notte fui colpito da un violento attacco di diarrea. Insomma, sulla croce la merda delle mie viscere si era sciolta, li­quefatta, e così lavorata si infilava facilmente nei la­schi interstizi del pannolone e dallo sfintere scivolava giù verso le cosce, venendo poi dissociata dalla mia pelle e trasportata dalla brezza, per depositarsi goc­ciolando come pioggia indesiderata sulle teste dei le­gionari che si incazzavano, e incazzandosi non trova­vano di meglio che vibrare impietose bastonate sulle mie rotule. Ma magari si fossero incazzati per benino. Magari mi avessero inferto un colpo di lancia o di daga e ciao, finita. L’avrebbero fatto più tardi, a freddo e senza esiti mortali, come potete intuire, e anziché al cuore mi venne aperta una spaccatura superficiale tra le prima e la seconda costola.

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Anima

 
 
 

Nel 2015 la casa editrice SE ripubblica, nella traduzione di Nicoletta Spadavecchia, il bellissimo romanzo Anima di Natsume Sōseki.

animaNella prima sezione, Il maestro e io, un giovane studente – di cui il lettore non conoscerà mai il nome – narra del proprio incontro a Kamakura con un uomo che egli chiamerà sempre maestro e al quale si legherà durante la propria permanenza a Tokyo durante gli studi universitari.

“Anche il giorno dopo andai alla spiaggia a quell’ora, e lo vidi. E così il giorno successivo. Tuttavia non ebbi occasione di scambiare con lui né una parola né un saluto. Il suo atteggiamento aveva qualcosa di poco comunicativo: arrivava riservato, sempre alla stessa ora, e se ne andava silenzioso così com’era venuto. Per quanto intorno a lui ci fosse animazione, sembrava non farci caso”, p. 16.

Il maestro è una figura irraggiungibile, lontana, straniera, senza un nome proprio eppure piena “d’amore per gli uomini” (p. 22), e il giovane ne è attratto. Nonostante non nasconda a se stesso la propria difficoltà a comprenderlo, la voce narrante non cede alla tentazione di analizzare e giudicare i suoi comportamenti.

“Mi sembrava una cosa strana. Comunque, non era per fare di lui un oggetto di studio che andavo a trovarlo. E così decisi di non pensarci più”, p. 24.

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L’assessore

 
 
 

di Saverio Cappiello

 
 
 
 

Mimmo, anche se non credeva nel paradiso, ci aveva almeno un santo e si chiamava Enzo. A dirla tutta Enzo era anche qualcosa in più perché al santo il miracolo si chiede, ma non sempre gli viene, mentre a lui sì. Questo gli riusciva perché era stato assessore a Ponto per parecchi anni e si era seminato un sacco di favori da scontare e poi quando era ragazzo, faceva parte del drim tim che salì in Serie C2 che i concittadini non si possono scordare manco da morti. Nonostante i suoi quaranta sfondati, conservava ancora il fisico del calciatore e sia mai a chiedergli l’età: «vent’anni» faceva, e per dimostrarlo sarebbe stato disposto ad arrivare anche in Albania a nuoto. Per questo i vecchi li cacciava con la suola delle scarpe e gli piaceva di starsene coi giovani.

Mimmo, in particolare, doveva stargli parecchio simpatico perché era uno sveglio e caro, e non appenasea-at-night-1906 ci aveva un problema stava pronto a risolverglielo. Enzo era uno di quelli cui bastava andare dalle parti («ciao bello, ciao» faceva alla gente che gli sorrideva) e sbrigava gli impicci. Una volta a Mimmo gli erano stati promessi cinquanta euro come rappresentante di lista che poi non aveva visto nemmeno di colore e così Enzo, appena saputo, se lo caricò in macchina e lo portò da chi doveva e disse «cos’è qua?» e gli fece avere i cinquanta euro col caffè al bar pagato, e poi Enzo gli disse «hai visto cosa ha fatto il tuo fratello maggiore?» e se lo abbracciava tutto mentre Mimmo si tratteneva forte da fare battute perché la sua età entrava almeno tre volte in quella di Enzo.

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