Il libro come accesso al mondo

 
 
 
 

Jorge Luis Borges ha detto: “Che altri si vantino delle pagine che hanno scritto; io sono orgoglioso di quelle che ho letto”.

Cesare Viviani ha scritto (corsivo nel testo): “Saremo come lettori, immersi in una lettura continua, senza scosse o sorprese, inganni o meraviglie, senza emozioni – l’attenzione presa dalla visione. E ora si rivela l’irriducibilità – non c’è misura compatibile – di questo mondo con l’altro: da qui non è possibile conoscere il contenuto della «lettura eterna», ma una cosa è certa: quella storia che abbiamo sempre inseguito e mai raggiunto, sempre cercato di capire senza riuscire, sempre percepito e mai saputo, che non è mai stato possibile tradurre in conoscenza, in parola – eppure avvertivamo che era lì il segreto, il fulcro di ogni civiltà, di ogni mistero –, quella storia finalmente sarà rivelata, sarà tutta davanti ai nostri occhi” (da “Il mondo non è uno spettacolo”, p. 158).

Leggere, allora, è il gesto scandaloso di chi aspira a rinvenire la chiarezza assoluta. Per il desiderio non già di stabilire un primato, ma di cessare la ricerca e acquietarsi nella pura contemplazione.

Nella medesima direzione sembrano muoversi i dieci scritti di Stefan Zweig pubblicati tra il 1905 e il 1931, e ora raccolti da Archinto nel volume Il libro come accesso al mondo e altri saggi, dato alle stampe nel marzo del 2021 (cura di Simonetta Carusi, premessa di Enzo Restagno).

L’autore de Il mondo di ieri mostra tutta la sua passione di lettore nei brani di apertura e di chiusura della raccolta, dai titoli quasi identici (Il libro come accesso al mondo e Il libro come visione del mondo), usciti rispettivamente nel 1931 e nel 1928. Sono due dichiarazioni d’amore nei confronti della lettura, scritte con tale entusiasmo da impedire ogni artificio stilistico. In uno stile piano, reso più incisivo da esempi tolti dalla propria esperienza di lettore, Zweig ci confida che “grazie ai libri io ho intuito per la prima volta l’incommensurabile vastità del mondo e il piacere di smarrirmi in essa” (p. 27).

Il libro come visione del mondo è in realtà un omaggio alla casa editrice tedesca Reclam, capace di rafforzare la caratteristica dei cittadini teutonici “di guardare in tutte le direzioni, di collegarsi con il distante e, grazie a un connaturato spirito metafisico, di considerare sempre il particolare come parte di un tutto”, p. 113.

Gli otto testi centrali sono recensioni di altrui opere, apparse in giornali o riviste. Nelle quali, nuovamente, stupisce la perspicuità di Zweig, capace di mettersi al servizio del volume di volta in volta descritto, non solo con la puntualità del più acuto tra i bibliofili, ma pure con la gioia del più candido tra i lettori.

Ecco dunque che il suo mettersi al servizio non lo fa cedere mai alla tentazione di offrire una propria interpretazione del libro recensito ostentandola come quella più aderente e più giusta.

Chi conosce e ama i libri sa bene come il dialogo infinito tra i testi e i lettori può proseguire solo là dove sia assente la volontà di normare le innumerevoli possibili letture di ogni opera. Proprio come nei rapporti interpersonali, imporre un punto di vista significa interrompere la circolazione del desiderio.

E così, ad esempio, parlando de “Le mille e una notte. Il senso delle novelle di Sheherazade” di Adolf Gelber, Zweig talmente si appassiona al capolavoro letterario anonimo che ne sortisce più un vivido riassunto della trama di questo che non una recensione del saggio di Gelber.

Oppure, nei due testi dedicati a Il libro d’ore e a Nuove poesie di Rainer Maria Rilke, le analisi delle raccolte poetiche si chiudono con un irrituale augurio alla fama del poeta e con un’altrettanto insolita attestazione di incondizionata ammirazione verso la sua poesia.

In un brano che testimonia il piacere di rifrequentare da adulti le letture destinate a bambini e ragazzi, Stefan Zweig ci dice con estrema semplicità e nettezza come le fiabe rilette dopo l’infanzia si affrontino “con la piena coscienza che si tratta di invenzioni, e con il desiderio giocoso di lasciarsi ingannare”, pp. 34-5.

In questi dieci testi, forse, Stefan Zweig non parla di libri, bensì di lettori. Ponendosi con ciascuno di essi in un rapporto paritario e fraterno, Zweig sembra dire non solo che non esistono letture privilegiate, ma che un’opera è – in fondo – la somma di tutte le letture possibili. E che il piacere di leggere dovrebbe corrispondere a quello di far parte, pur dalla propria prospettiva infinitesimale, della storia del mondo.

E chissà che allora la condizione invocata da Viviani, a cui magari è impossibile approdare ma verso cui è possibile tendere, non preveda l’uscita dall’ottica individuale, per confondersi nella somma di tutte le letture che tutti i lettori di ogni tempo hanno dato di tutte le opere mai scritte.

 
 
 

Umani, santi, animali

 
 
 
 

“L’attenzione è la forma più rara e più pura di generosità.
A pochissimi spiriti è dato scoprire che le cose e gli esseri esistono” (p. 13).

“È questo, ai miei occhi, l’unico fondamento legittimo di ogni morale; le cattive azioni sono quelle che velano la realtà delle cose e degli esseri oppure quelle che assolutamente non commetteremmo mai se sapessimo veramente che le cose e gli esseri esistono.
Reciprocamente, la piena cognizione che le cose e gli esseri sono reali implica la perfezione.
Ma anche infinitamente lontani dalla perfezione possiamo, purché si sia orientati verso di essa, avere il presentimento di questa cognizione; ed è cosa rarissima. Non v’è altra autentica grandezza” (p. 14).

“ […] e anche mentre se ne trae sostegno, non dimenticare un solo istante che sotto tutte le sue forme, anche le più apparentemente inoffensive per puerilità, le più apparentemente degne di rispetto per profondità e in virtù dei rapporti con l’arte, con l’amore o con l’amicizia (e per molti con la religione) sotto tutte le sue forme, senza eccezione, il sogno è la menzogna. Esclude l’amore. L’amore è reale” (p. 36).

“Sono convinta che la sventura da un lato, dall’altro la gioia come adesione totale e pura alla bellezza perfetta, implicando entrambe la perdita dell’esistenza personale, siano le uniche chiavi mediante le quali si entra nel paese puro, il paese respirabile; il paese del reale.
Ma è necessario che l’una e l’altra siano pure: la gioia senza alcuna ombra d’insoddisfazione, la sventura senza alcuna consolazione”, p. 40.

 

Vivere da umani significherebbe non distrarsi.

Vivere da umani significherebbe credere che tutto esista.

Vivere da umani significherebbe esseri certi che tutto esista.

Vivere da umani significherebbe accettare che tutto esista.

Vivere da umani significherebbe essere santi. Significherebbe essere animali.

 

 

Tutte le citazioni sono tolte da Simone Weil-Joë Bousquet. Corrispondenza, a cura di Adriano Marchetti, SE, Milano 1994, e provengono dalle lettere di Simone Weil.

 
 
 

Prima o poi incontreremo il mare

 
 
 
di Eduardo De Cunto
 
 
 
 
 
Giorno 177

Anna, mia adorata,

non potrai leggere queste righe, ma ti scrivo lo stesso, giacché è l’unico conforto di questo tempo disperato.

La staffetta non dà notizie di sé ormai da due settimane. Né potrebbe: è partita prima che l’agguato alle gole di Sudbina ci costringesse a ripiegare verso ovest. Le comunicazioni sono interrotte, nemmeno noi conosciamo la nostra posizione.

In mancanza di direttive, ho deciso che muoveremo verso nord. Prima o poi incontreremo il mare; da lì, proseguendo lungo la costa in direzione di levante, raggiungeremo la capitale. Se Dio vorrà, ci ricongiungeremo al resto dell’esercito alle porte di Ničije Mesto.

Ora il nemico da affrontare è la penuria di viveri. Non vi è possibilità di rifornimento: pochi giorni ancora e finiranno.

Tuo,

Cristiano

 
Giorno 181

Anna, mio bene,

per la prima volta in vita mia soffro la sete.

I territori del Nord si sono rivelati inospitali: lo scenario è desertico, non abbiamo incontrato corsi d’acqua, né flora, né fauna, fatta eccezione per i serpenti. La truppa si nutre di quelli, ma ormai è allo stremo. All’orizzonte, verso ponente, si scorge un profilo montuoso. Andremo lì, nella speranza di trovare l’acqua.

Tuo,

Cristiano

 
Giorno 183

Il Tribunale delle Nazioni non mi assolverebbe. È dunque un bene che non possa consegnare queste carte alla staffetta, altrimenti nemmeno potrei scriverle. Non potresti perdonarmi neanche tu, Anna, moglie mia, pur conoscendo l’uomo che sono. Prego allora che mi assolva Dio.

Nella valle ci siamo imbattuti in un villaggio.

Più ancora che questa terra ostile, stiamo esplorando la nostra natura. Gli uomini, dopo giorni di fame e fatica, avevano sguardi di bestie. La guerra fa anche questo, ci consegna uno specchio che riflette la verità di ciò che siamo.

Ho lasciato che mettessero a sacco il villaggio. L’ho fatto per la mia salvezza: tenere a freno i soldati non era più possibile. Alcuni ordini non possono esser dati, per quanto li impongano le leggi scritte e i trattati della guerra. In certe situazioni, vigono leggi non scritte, più crudeli ma più coerenti con il nostro mestiere.

L’insediamento era pressoché sguarnito: i loro uomini sono tutti a difesa della capitale. La poca resistenza che abbiamo incontrato è stata spezzata con ferocia. Ogni casa è stata depredata.

I miei soldati non avevano solo fame di cibo, ma anche di donne. Ho lasciato che saziassero anche questo bisogno: non mi trovo in una posizione di forza e non posso rischiare ammutinamenti o diserzioni.

Non consentirò tuttavia che accada ancora.

Lo sguardo di una donna mi ha ferito. Aveva i tuoi occhi, quelli che hai dato a nostro figlio Andrea, la loro stessa malinconia. Mi ha ferito e ha risvegliato un demone che alberga anche in me: ho provato a mia volta un desiderio di bestia.

Aveva i tuoi occhi ma non sei tu, mia salvezza, mia luna sempre piena nella notte.

Non ho violentato quella donna.

Proseguiremo ancora verso nord. Il contatto con la popolazione ha giovato al corpo degli uomini, ma non al loro spirito. Sono spaventati. Sostengono che le donne di Istina possiedano arti magiche, e che il Nord sia terra di stregoni. Ho vietato che si diffondano tali dicerie, pena la fustigazione. Non voglio che le superstizioni di questo popolo barbaro entrino nelle menti dei miei soldati. Andremo a nord, mostrerò loro che non c’è nulla da temere, se non l’esercito nemico. Se Dio vuole moriremo in battaglia. Quando ci penso non provo dolore, ma sollievo. L’unico rammarico è per te. E forse per mio padre: non tramanderò il suo cognome.

Tuo,

Cristiano

 
 
Giorno 191

Anna, amore mio,

il mare è ancora lontano.

Non abbiamo incontrato altri insediamenti, e questo è un bene per la salvezza delle nostre anime. Ci siamo imbattuti però in un camposanto, con migliaia e migliaia di sassi disposti a cumuli. È segno che altri insediamenti non sono lontani.

Quella dei sassi è l’usanza del luogo. L’interprete mi ha spiegato che sono deposti sui sepolcri in caso di morte prematura, e rappresentano gli anni non vissuti. Deve allora trattarsi di un cimitero di guerra; i seppelliti sono giovani, a giudicare dalla quantità di pietre: una per ogni anno in meno rispetto ai cinquant’anni d’età, la loro aspettativa di vita. Ogni sasso è posato perché gravi sulla terra e l’affanni.

Accanto a uno dei cumuli, su una tavola di legno, era incisa una scritta. Ho chiesto all’interprete di tradurla. Lui non voleva. Mi ha detto che era una poesia, e che non era stata scritta per noi stranieri. Persino quest’uomo che tradisce il suo popolo, di fronte ai sepolti, ha avuto un sussulto di dignità. Non l’ho punito per questo, ma l’ho pregato di tradurla ugualmente, perché anche il carnefice potesse tributare omaggio alla vittima. Allora lui ha mormorato:

Accanto

alle rovine

rimane

la piazza,

Dule mio,

a contenere il tuo ricordo.

A volte vi ritorno

a spiare

le bocce dei vecchi

rotolare,

e sollevare polvere.

Mancassero,

potrei immaginarla

anche senza di te.

Non so se fosse un lamento di madre o di moglie. Mi ha commosso.

Tuo,

Cristiano

 
Giorno 192

Anna, anima mia,

la scritta accanto al cumulo di sassi ha fiaccato la mia determinazione. Ma sono un comandante, e devo anteporre il dovere verso la Patria alle bizze del cuore. È sera tarda e per stanotte ci accamperemo. All’orizzonte appare un altro villaggio.

Proteggi il mio sonno,

tuo,

Cristiano

Giorno 193

Abbiamo ancora viveri, ma non so se potremo recuperarne altri prima di arrivare al mare. Spero ci consegnino le scorte senza combattere: questa volta le donne andranno risparmiate, e se possibile anche i pochi uomini rimasti. Ho disposto la fucilazione per chi trasgredisce.

Anna, il filo di cui tieni un capo mi trattiene alla soglia della follia. Ma ho paura si spezzi. Tra i soldati si sono diffusi racconti di stregonerie, nonostante il divieto, e la loro paura mi contagia. Solo a te, e solo per immaginazione, posso confessare ciò che a loro nego: questo popolo ha qualcosa che mi turba. Le loro parole, i loro sguardi, suonano stranamente familiari. È come se condividessimo gli stessi fantasmi.

Tieni stretto il filo, mio amore, mio irritrovabile approdo.

Tuo,

Cristiano

 
Giorno 195

Cara Anna, moglie mia (o mio sogno d’ambra?),

la realtà sembra smembrarsi davanti ai miei occhi, a stento trattengo il ricordo del tuo viso e della tua figura.

La sortita nel villaggio ha avuto un esito del tutto imprevisto. Gli uomini sono stati respinti, ma non dalle armi. Sono tornati indietro in preda a un sortilegio, piangendo come bambini. Sostengono che i villani abbiano facce cangianti, e di aver visto nelle case…

Follie, mio fiore, follie che non riporto. Soffrono la mancanza dei propri cari e qualcosa deve averli suggestionati. Ho detto loro di riposarsi: sono uomini stremati. Ho provato a quietarli. Ma a me niente porta quiete, se non la tua ombra.

Ieri non sono entrato nel borgo, ho lasciato che a presidiare l’operazione fossero i luogotenenti. Ma è stato un errore: non possiamo rinunciare al rifornimento, domani andrò io stesso a vedere.

Tuo,

Cristiano

 
Giorno 196

Anna, mia ragione smarrita,

il filo che tenevi si è spezzato, e io non sono più né un soldato, né un uomo assennato. Non raggiungeremo Ničije Mesto, non morirò combattendo.

Le vie del villaggio erano deserte, ma dalle finestre una foresta d’occhi controllava ogni nostro passo. Gli Istini hanno occhi scuri di noce, occhi come i tuoi, mio spirito del mattino.

Ho varcato la soglia di una casa. Era minuscola, e sembrava vuota. Stavo per uscirne, quando un fuciliere mi ha fatto notare una piccola porta, celata da un pesante cassettone. Un nascondiglio. Abbiamo spostato il mobile e sono entrato.

Ho lasciato che gli occhi si abituassero al buio del ripostiglio. Per ciò che ho visto poi, ho temuto che il cuore mi cedesse.

Lui era lì, accanto al cibo, rannicchiato con le spalle al muro e le braccia avvolte alle ginocchia. Il colore dei suoi capelli era quello che abbiamo amato. La sua pelle di seta scura, la pelle che ti ha rubato, era la stessa, la medesima, proprio quella che sai. E lo sguardo che mi ha trafitto, quando ha sollevato il capo… pure quello era il suo, di nessun altro al mondo.

Lì, sul pavimento di quella casa, in quel borgo remoto e straniero, c’era Andrea, nostro figlio. Aveva l’età di quando lo perdemmo.

 

Eduardo De Cunto è nato a Benevento nel 1983. Ha condotto studi giuridici e oggi vive e lavora a Bari. Voleva tuttavia fare anche qualcosa di serio, per cui scrive canzoni, racconti, romanzi. Recentemente, alcuni suoi racconti sono apparsi sulla rivista Risme, nella raccolta Come salmoni, a cura della Lorem Ipsum, sulla rivista Voce del verbo. Altri racconti appariranno a breve su altre riviste: non si impara mai dagli errori passati. Collabora ogni tanto con il blog letterario Vita da editor.

 

Illustrazione originale di Sara Camagnoni.

 

Sara Camagnoni (Reggio Emilia, 1980). Vive e lavora da sempre in natura e con gli animali. Ama disegnare, soprattutto cavalli, le piace sperimentare e sperimentarsi con altre tecniche, strumenti e temi.

 
 

Sulla seduzione

 
 
 
 

Il melangolo nel novembre del 2020 ha riproposto – in una nuova versione tradotta e curata da Laura Liva, con una prefazione di Isabella Adinolfi e col titolo anch’esso inedito Sulla seduzione. Silhouettes – il breve saggio Silhouettes. Passatempo psicologico contenuto in Aut-Aut, la principale opera del filosofo danese Søren Kierkegaard.

O meglio, nella prima parte di Aut-Aut, che comprende i testi scritti dall’immaginario autore A, cui spetta il compito di illustrare la prospettiva estetica della vita, a differenza di B, che si occupa della visione etica dell’esistenza.

In Sulla seduzione Kierkegaard indaga l’afflizione di tre personaggi letterari femminili, accomunati dal fatto di essere state abbandonate: Marie Beaumarchais da Clavigo nell’omonima tragedia di Goethe; Donna Elvira da Don Giovanni nell’opera di Mozart; e Margherita dal Faust goethiano.

Un altro elemento rende simili tra loro le tre figure: il fatto che il loro sia un dolore segreto, e la loro sia – con espressione dal significato ambiguo, che attraversa tutta l’opera – una “pena riflessa”.

Dove l’aggettivo riflessa può essere inteso sia come oggetto della propria riflessione, sia come sinonimo di indiretta.

Ci aiuta a comprendere la locuzione un passaggio dell’introduzione di Isabella Adinolfi: “Le tre protagoniste del saggio sono infatti donne moderne, appartengono a un’epoca che ha sostituito l’azione tragica con il dramma intimo: tutto accade nell’io, tutto è spostato nell’interiorità, che è divenuta la vera scena del dramma. Nulla trapela all’esterno. Nulla c’è di oggettivo, tutto è riflesso del soggetto e rimane circoscritto al soggetto”, pp. 14-5.

La pena riflessa dà vita a una gamma di emozioni mutevoli, che non sanno trovare un approdo definitivo perché Marie, Donna Elvira e Margherita sono tormentate dal dubbio sulle ragioni dell’inganno patito; e sulla stessa natura – ingannevole o meno – del proprio abbandono.

Ed è in queste tre elucubrazioni, nocive proprio perché segrete e inesauribili, che si insinua Kierkegaard. Forse – e qui per una volta il dato biografico non è ozioso – per replicare sulla pagina la propria scelta di abbandonare la fidanzata Regine Olsen, decisione che lo tormenterà per tutta la vita.

Nella presentazione delle tre silhouttes il filosofo, come cercando riparo nella forma, spiega con gelida logica le difficoltà che si incontrano nel descrivere la pena riflessa: “L’esterno non contiene qui che un minimo indizio che conduce sulle tracce e, talvolta, nemmeno quello. Artisticamente questa pena non si lascia rappresentare, giacché l’equilibrio tra l’interno e l’esterno è infranto, e perciò non risiede in determinazioni spaziali. Anche sotto un altro aspetto la pena non si lascia rappresentare artisticamente, dal momento che non ha quiete interiore, ed è in perpetuo movimento”, pp. 42-3.

Ma quando passa ad analizzare la psicologia delle tre donne abbandonate, Kierkegaard mostra di volersi (e sapersi) esporre al fuoco, abbandonando la prospettiva squisitamente intellettuale per raggiungere sorprendenti profondità di indagine.

Parlando di Marie Beaumarchais, il filosofo spiega che proprio la mancata certezza di aver subito un inganno genera in lei una “fluttuazione costante” (p. 57) dei sentimenti. Fino a quando, impossibilitata a trovare una soluzione definitiva, “Marie prende il velo. Non va in convento, ma prende il velo della pena, che la nasconde da ogni sguardo estraneo” (p. 65), per consumarsi in quello che Kierkegaard chiamerà un infinito “interrogatorio”, dove la donna di volta in volta accuserà e assolverà ora se stessa ora Clavigo.

Elvira, lei sì, è stata “educata alla disciplina del convento”. E, una volta abbandonata da Don Giovanni, non avrà dubbio alcuno sull’inganno. Tuttavia: “Per amor di se stessa deve allora amare Don Giovanni, è la legittima difesa che glielo ordina, e questo è lo stimolo della riflessione che la costringe a tenere lo sguardo fisso su questo paradosso: se lei lo possa amare, nonostante l’abbia ingannata”. Ecco da dove nasce, in Donna Elvira, la pena riflessa, e lo struggimento che ne deriva.

In Margherita, infine, la pena riflessa – ossia intima e irrisolvibile – origina dal fragoroso contrasto tra la nullità della considerazione di sé e l’amore assoluto provato per Faust: “Non solo ha amato Faust con tutta l’anima, ma questi fu la sua forza vitale, grazie a lui Margherita venne all’esistenza”, p. 113.

Kierkegaard termina ciascuna delle tre sezioni giungendo a immaginare momenti di monologo interiore delle donne. Come se, entrando in una consonanza sempre più assoluta con esse, finisse per incarnarle.

Si sarebbe quasi tentati di dire che il suo tentativo di far rivivere il dolore patito da Regine Olsen, ragionando così sull’afflizione di lei anziché sulla propria, sia la pena riflessa dello stesso Kierkegaard. E assieme all’ironia e alla solitudine, che hanno caratterizzato l’esistenza del filosofo, sia una resistenza al mondo, alle possibilità. Possibilità che, secondo il pensiero del filosofo, conducono all’angoscia e alla disperazione.

 
 
 

Tristezza

 
 
 
 

Uscito per Neo Edizioni nel febbraio del 2021 (traduzione di Dario Falconi, postfazione di Andrea Tosti), Tristezza è un graphic novel scritto da Federico Reggiani e illustrato da Angel Mosquito, entrambi argentini.

La vicenda è quella di un manipolo di sopravvissuti a una pandemia che rende tristi, concede un ultimo impeto di rabbia e poi conduce alla morte.

Una breve parentesi per dire che Tristezza non è un instant book che voglia raccontare quanto è accaduto con la diffusione del Covid-19: è stato scritto e pubblicato in Argentina tra il 2010 e il 2013 sulla rivista Fierro, e Neo lo ha opzionato prima che dilagasse il Coronavirus.

Provincia di Buenos Aires, autunno del 2030: alcuni reduci della quasi fine del mondo, divisi in piccoli gruppi, sono alla strenua ricerca di un luogo in cui stabilizzarsi. Con estrema difficoltà, perché del tempo di prima (locuzione che ritorna in più punti del volume) non rimane più nulla: né le organizzazioni statali né la tecnologia, né un sistema di istruzione né soprattutto la memoria.

Anche la stessa modalità di azione del virus, che prima rende irrimediabilmente mesti e malinconici, poi fa scaturire un estremo impulso d’ira e infine uccide, sembra la metafora di un’umanità al crepuscolo, incapace di gestire e dosare la propria emotività; forse perché l’eccessiva offerta di esperienze da fare e di cose da ottenere ha portato al definitivo allontanamento dalla coerenza, a favore di una multiformità comportamentale che dà modo di adattarsi a ogni diversa occasione. Il virus della tristezza, che ha decimato l’umanità, assomiglia dunque al senso di spaesamento provocato dalla mancanza di un’identità definita e compiuta.

E se la pandemia sembra la concretizzazione della perduta memoria di una vita condotta in modo univoco, i sopravvissuti – dicevamo – hanno una memoria del tutto personale e parziale del cosiddetto tempo di prima.

Ogni personaggio che appartiene allo sparuto gruppo di fuggitivi-girovaghi palesa clamorose dimenticanze nei confronti del mondo pre-pandemico. “E cosa fanno gli architetti?”, “Case”, si legge ad esempio a p. 25, senza che nessun elemento giustifichi l’amnesia che coglie uno solo dei due partecipanti al dialogo.

Ai momenti di inconsapevolezza, di cui a turno saranno preda tutti i protagonisti, se ne alternano altri di nostalgia quasi infantile, come nel dialogo di p. 71, in cui due personaggi parlano dei passati abusi della classe dirigente a Buenos Aires, ritrovando per qualche istante un fervore del tutto inopinato rispetto al contesto che stanno affrontando.

Sono notazioni non casuali, che inducono un sospetto: quello cioè che i pochi reduci non siano immuni dallo stesso atteggiamento istintivo e incongruente che ha permesso la diffusione del virus. O che quanto meno ne ha caratterizzato le vittime.

La prima tavola di “Tristezza”

La sensazione che l’umanità superstite non sappia emanciparsi da sé diventa ingombrante realtà nella seconda parte del graphic novel, quando i sopravvissuti entreranno in una comunità organizzata. Che presto si svelerà pericolosamente gerarchizzata, e i cui componenti mostreranno una serie di peculiarità tipiche di tante società moderne: fede ingenua negli idoli, ruoli cristallizzati, aggressività repressa (quando non sfogata) e maschilismo più o meno latente.

Gli unici estranei alla riproposizione di una nuova-antica civiltà sono un gruppo di ragazzini che vivono in uno stato di feroce primitività: si esprimono solo col turpiloquio, tra di loro non fanno che consumare rapporti sessuali e verso gli estranei liberano la più incontrollata violenza.

Questa narrazione di un ipotetico secondo ciclo di umanità alle prese con l’apocalisse, la cui atmosfera è allo stesso tempo allucinatoria e familiare, viene tratteggiata con sapienza sia dai dialoghi sempre in punta di assurdità di Reggiani che dalle tavole di Mosquito, il quale adotta un tratto essenziale e sporco, oltre a prediligere i colori freddi. I due autori danno così vita a esseri umani mai sufficientemente ragionevoli, mai sufficientemente gradevoli, mai sufficientemente diversi da noi.