Moby Dick e altri racconti brevi

 
 
 

In F come falso, Orson Welles si interroga sul significato della verità, nella vita e nell’arte, e si domanda tra l’altro quanto il giudizio sul valore estetico di un’opera sia influenzato dalla considerazione di cui gode il suo autore.

Già Umberto Eco, nel delizioso brano Dolenti declinare contenuto in Diario minimo a partire dalla seconda edizione (Mondadori 1975), gioca col magistero di alcuni testi letterari assurti a statuto di classici. In Dolenti declinare, tuttavia, non c’è vera demistificazione, giacché l’interpretazione bislacca di ciascuno dei libri citati è da addebitare alla lettura frettolosa da parte del redattore protagonista del brano.

Succede qualcosa di simile eppure di assai diverso in Moby Dick e altri racconti brevi, libro d’esordio di Alessandro Sesto, una raccolta di racconti uscita nel 2013 per Gorilla Sapiens (editore col quale, due anni dopo, Sesto pubblicherà una seconda raccolta di racconti, Lascia stare il La maggiore che lo ha già usato Beethoven, già recensito su questo blog).

Se ciò che rende simili il brano di Eco e il libro di Sesto è proprio l’atteggiamento dissacratorio nei confronti di certi classici della letteratura, assai diversi paiono l’intenzione e il grado di cordialità.A. Sesto - MOBY DICK e altri racconti brevi. - Front H

Nel senso che le trentaquattro composizioni contenute in Moby Dick e altri racconti brevi sono – loro sì – davvero demistificatorie (ecco la differenza di intenzione) e trattano quasi sempre di un io narrante alle prese con quotidiani accadimenti tragicomici (ecco la differenza di cordialità).

Lo schema compositivo della maggior parte dei racconti è questo: il protagonista si affida (o meglio, finge di affidarsi) con assoluta ingenuità a un libro-feticcio. Puntualmente, però, il libro non reggerà l’urto con la vita.

Talvolta lo scorno è causato da un eccesso di immedesimazione nelle situazioni e atmosfere narrative. Ne Il paese dei gatti il protagonista, parlando di 1Q84 di Murakami Haruki, dice: “Tutto bene, ognuno scrive ciò che vuole, non essendovi un significato palese ce ne sarà senz’altro uno profondo, però adesso, vittima dell’autorevolezza del Maestro giapponese, ogni volta che mi trovo in un posto per me inusuale temo che sia quello dove devo perdermi, e che non ne uscirò più. […] Anche ieri, nell’ufficio postale di Piazza Mazzini, ho chiesto all’impiegato se quelle fossero realmente le poste o piuttosto il luogo dove io dovevo andare a perdermi, e lui mi ha detto che no, quelle erano le poste”, p. 86.

Altrove, l’eccesso di immedesimazione avviene nei confronti di un qualche personaggio immortale. In Essere protagonisti, ad esempio, l’io narrante fantastica di intrufolarsi nelle case altrui e incontrarvi bionde fascinose, alla stregua di Philip Marlowe, il celebre investigatore privato nato dalla fantasia di Raymond Chandler. Ma i conti paiono non tornare: “Infatti lì dove opera il detective californiano, nonostante sia uno di quegli ambienti dove due persone su tre sono rotte a ogni malaffare, lasciano tutti la porta di casa aperta. Nel mio condominio invece, dove la cosa più grave mai accaduta è stata lo smarrimento di un gatto, le porte sono sempre chiuse. Blindate. Protette da chiavistelli, allarmi e grossi cani feroci, o anche cani non evidentemente feroci e di media e, va bene, anche piccola taglia, ma comunque a me sconosciuti e di cui, pur essendo molto ardimentoso, non mi sento di fidarmi”, p. 24.

Per non parlare di quando è la figura dell’autore a cigolare. Leggiamo in Febbre nervosa: “Non ho mai sofferto di febbre nervosa per motivi sentimentali. […] Eppure ogni storia d’amore secondo Dostoevskij finisce per causare febbri nervose […] Ovviamente nessuno può neppure ipotizzare di mettere in dubbio l’autorità di uno scrittore ed essere umano tanto formidabile quale Fëdor Dostoevskij, sulla temperatura corporea come su qualsiasi altra cosa. Sarebbe folle. Probabilmente ho una fibra eccezionalmente refrattaria alle febbri nervose, tutto qui”, pp. 43-4.

Sono davvero numerose le scintille umoristiche che vivacizzano questi racconti. Limitiamoci a citarne ancora due dei più irresistibili.

In Situazioni löwyiane, Sesto ci spiega che tale locuzione dovrebbe sostituire l’abusata situazioni kafkiane, giacché (si parla di Franz Kafka) “tutti quei tratti che maggiormente lo caratterizzano, quali ansietà, pessimismo, introversione e arrendevolezza, sono caratteristici della famiglia della madre, i Löwy, mentre il temperamento tipico della famiglia paterna, i Kafka, è esattamente l’opposto” (p. 106).

Poeti maledetti, densissimo di trovate esilaranti, non è che una lunga tabella divisa in due colonne: in quella di sinistra è illustrata la giornata-tipo di un Non poeta maledetto, nella destra quella di un Poeta maledetto. E se alle ore 16.30 il Non poeta maledetto “Controlla Facebook” (p. 123), il Poeta maledetto “Controlla Facebook in un’ottica nichilista” (ibid.).

La risata, a leggere le pagine di Sesto, deriva spesso da un espediente stilistico che, in parallelo col piglio dell’io narrante, si fonda su una sorta di finta svagatezza, per cui la battuta viene collocata nella frase quasi involontariamente, dunque senza essere segnalata né godere di una posizione di spicco (come a dire che l’assurdo e il comico fanno fisiologicamente parte della realtà). Due esempi: “Le antiutopie sono storie ambientate in un futuro pessimo, o comunque peggiore del presente, salvo che per i vestiti delle ragazze, che spesso sono tute aderenti o tuniche corte”, p. 109; “Detto questo, una sera in cui eccezionalmente non ho partecipato a eventi culturali d’avanguardia, mi è capitato di guardare un film alla televisione”, p. 146.

Occorre infine rimarcare la caratteristica forse saliente dello stile (e della Weltanschauung?) di Alessandro Sesto. Se nella recensione alla sua seconda opera si era parlato di un “libro divertentissimo e non privo di un’inquieta malinconia”, anche qui i numerosi sorrisi strappati paiono in fondo un inesausto tentativo di addomesticare, di rendere sopportabile, la tragedia di esistere: “Il tempo trascorre invano, e giungono la morte e la dannazione senza che abbia compiuto nulla di significativo. Così seduto sulla panchina guardo le barche e vivo la mia identificazione letteraria con il Dottor Faust. E quando penso alla solitudine e alla fine, mi dico che come Faust ho deciso troppo tardi di bruciare i miei libri, e che sono disgraziatissimo, però non disgraziatissimo come un coglione qualunque, ma disgraziatissimo come Faust, e questo assurdamente mi consola un poco” (p. 163, corsivo nel testo).

 
 
 

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