Lascia stare il la maggiore che lo ha già usato Beethoven

 
 
 

Scritto da Alessandro Sesto e uscito nel maggio del 2015 per Gorilla Sapiens Edizioni, Lascia stare il la maggiore che lo ha già usato Beethoven è un libro divertentissimo e non privo di un’inquieta malinconia.

In ventidue brevi capitoli (narrativamente autonomi ma debitori tutti di una medesima atmosfera) un batterista ci racconta vicissitudini, disavventure, progetti e sogni di un gruppo rock dalle capacità tecniche non esattamente eccelse, che si esibisce suonando cover nella provincia di Verona.

I nomi dei musicisti rimarranno ignoti, quasi a voler indicare che il valore dell’opera non si esaurirsce in un resoconto personalistico-giovanilistico (come l’argomento farebbe peraltro sospettare).

Una breve carrellata di esempi aiuterà forse a mettere in luce l’originalità del libro di Sesto, nonché appunto la sua naturaLamaggiore_cover def ibrida, che si potrebbe definire umoristico-esistenziale.

Spesso la scintilla comica scaturisce da situazioni narrative in cui il serio è sotto l’assedio del faceto (qui e nelle altre citazioni, corsivi nel testo): “Se il paesaggio della pianura padana fosse un brano musicale sarebbe una lunga e sciatta variazione, tipo un Bolero di Ravel per sola zampogna. Le coltivazioni verdi e gialle farebbero da tema dominante, i pioppeti e le rare abitazioni da elemento di novità, raggiungendosi un blando picco emotivo quando si incontra un allevamento, e l’eventuale animo fanciullesco in macchina grida: Le mucche! Al tastierista sfugge qualcosa del genere mentre andiamo a Graviolo Mantovano, e il cantante gli fa: – Bravo, saluta tua madre”, p. 11.

Altrove, la battuta fulminante proviene dal ricorso inopinato a metafore e similitudini che poggiano su riferimenti colti: “arriviamo alla discoteca freschi e ben disposti gli uni verso gli altri come i passeggeri della Zattera della Medusa”, p. 12.

Ironia e sarcasmo nascono sempre da un’osservazione attenta della realtà, che si offre come infinito campionario di esempi grotteschi. Copioso, in questo senso, l’utilizzo di stereotipi tolti dall’universo della musica: “Ci deprimiamo e bestemmiamo, bestemmie torbide e decadenti, senza vitalità. Bestemmie da cantautori”, p. 35.

Per non parlare di quando l’ironia è affettuosamente rivolta verso di sé: “Poi arriva un barista […], un ribelle che ci porta di straforo birre e panini gloriosi, dicendoci ogni volta in segno di intesa: – Rock and roll! – A Mahler nessuno portava le birre dicendo: sinfonica! E ogni volta noi gli rispondiamo: – Rock and roll, vecchio. Rock and roll! – e stiamo sempre meglio”, p. 36.

Ecco: l’inquieta malinconia cui si è accennato deriva da una sproporzione tra reale e ideale; tra – per esempio – ruolo sociale e aspirazioni intime: “Anche il nostro cantante tiene i capelli lunghi […], una cosa che fa per dire al mondo che lavora in ufficio ma è artista dentro. Li vedi subito quelli come lui col capello fino alle spalle, in tribunale, alla commissione affari tributari, in banca, all’Inps, che fanno gli avvocati e i commercialisti e i bancari e gli impiegati dell’Inps ma sono artisti dentro”, p. 48.

I ristretti orizzonti esistenziali liberano un’inclinazione allo sberleffo che non risparmia il limite estremo: “Una sera invece che alle prove siamo andati a giocare a bowling […] Dopo un’oretta che facciamo rotolare palle sulla corsia di legno lo sconforto diventa insopportabile, e ci ritiriamo nel vicino american bar, a discutere di come vorremmo celebrare i nostri funerali. Tutti decidono di andarsene con una festa, e ciascuno si rammarica che gli altri non potranno partecipare alla sua, perché già morti da tempo”, p. 77.

Anche gli orizzonti geografici, troppo angusti rispetto a quelli vagheggiati, diventano motivo di celia: “Inizia a delinearsi il paesaggio dell’area valligiana dove si trova Salezze, città che ospita il concerto, chiamato No rules dissing contest, cioè Gara di insulti senza regole. Niente di particolare, ma anche senza volere mettere gabbie intorno a tutto, non sembra il posto giusto. Per spiegarmi, Salezze non è il Bronx. Cosa canteranno i rapper qui, questo roseto è fuori dai confini, bastardi non siete buoni vicini?”, p. 90.

Eppure, talvolta, il poco che si ha può suscitare un’impennata d’orgoglio, pur sempre contrappuntata dall’ironia: “Il giorno più importante della storia non era uno di quei musical senza palle alla Singin’ in the Rain dove ogni tanto la gente parla. Si cantava e si ballava tutto il tempo, era come Jesus Christ Superstar, una vera opera rock. Dieci personaggi con parti soliste, venticinque canzoni, sette balletti, quindici allegorie, cinque/sei temi filosofici essenziali eviscerati a colpi di tamburo, qualche coscia esposta, centinaia di rime baciate. Giusto per buttare giù un po’ di numeri”, p. 116.

La sensazione è che nel libro di Alessandro Sesto il continuo ricorso alla battuta come chiave di lettura del mondo non celi in alcun modo il rifiuto di esso, ma manifesti piuttosto lo strenuo tentativo di farne parte, nonostante la propria inettitudine a decifrarlo.

Ciò induce l’io narrante a un atteggiamento indulgente verso i propri e altrui limiti: “Le prove si tenevano alla Magic Dance School, scuola di musica diretta da un cubano sui quaranta, Jorge, uno alto e grosso che insegnava capoeira, frequentava criminali e si faceva tutte le meglio della scuola, fatti per cui era diventato nostro vate e modello irraggiungibile, finché una sera che eravamo in vena di bevute e discorsi sui massimi sistemi ci aveva spiegato che gli ebrei controllano i popoli con una sostanza che mettono nella Coca-Cola, e allora lo avevamo un po’ ridimensionato”, p. 121.

In conclusione si può affermare che Lascia stare il la maggiore che lo ha già usato Beethoven, benché fitto di passaggi davvero esilaranti, colpisce soprattutto per il senso di caparbietà che lo attraversa, grazie al quale i componenti della band, pur tra un fallimento e un risultato inferiore alle attese, non evadono mai dal faticoso confronto con la realtà: “A questo punto non siamo più sicuri se siamo molto buoni o molto cattivi, comunque siamo contenti di essere qualcosa di un po’ eroico, e allora continuiamo a bere e chiacchierare finché fa giorno”, p. 151.

 
 
 

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