Le cose che abbiamo perso nel fuoco

 
 
 

Appare quest’anno per i tipi di Marsilio Le cose che abbiamo perso nel fuoco di Mariana Enriquez, un appassionante libro di racconti tradotti da Fabio Cremonesi.

Nella prima narrazione, Il bambino sporco, si è immersi nella vita di Sarita, che ha deciso di abitare in un quartiere malfamato di Buenos Aires – quasi che per vivere davvero fosse necessario sfidare se stessi – ed è ossessionata dalla presenza di un bambino di strada nei pressi della propria abitazione: “Questo quartiere mi piace. Nessuno capisce perché. Io sì: mi fa sentire in gamba e coraggiosa, sveglia. Non ci sono più molti posti come Constitución: a parte le borgate di periferia, la città è più ricca, più gentile, è intensa ed enorme, ma è semplice da vivere. Constitución non è semplice ed è bello”, p. 11.

Protagonista de L’Hostería è invece Florencia, una ragazzina che accetta di seguire di notte l’amica Rocío all’interno di un hotel su cui pare pesare un indicibile passato, allo scopo di commettere una bravata destinata a essere interrotta: “Quando stavano per sdraiarsi sul letto matrimoniale appena rifatto, però, da fuori giunse un rumore che le costrinse a chinarsi spaventate”, p. 44.

Anche ne Gli anni strafatti ci si addentra nei momenti nella vita quotidiana di alcuni giovani donne, le quali mostrano di avere una disinvolta familiarità con violenze e droghe e al contempo si comportano come animali impauriti e disperati: “A volte non ci facevamo di cocaina e preferivamo un acido bevendoci sopra. Spegnevamo le luci e giocavamo nel buio con degli incensi accesi; sembravano lucciole e mi facevano piangere, mi ricordavano una casa con il tetto di tegole e il giardino, lontano dalla città, una casa con uno stagno in cui giocavano i rospi e le lucciole volavano tra gli alberi”, p. 58.

Ne La casa di Adela è proprio una strana abitazione dalle finestre murate e circondata da un prato rasato ad attrarre tre bambini, Adela, che al posto del braccio sinistro “ha una piccola protuberanza di carne che si muoveva, con un pezzo di muscolo, ma non serviva a niente” (p. 66), Pablo e la sorellina di quest’ultimo, la voce narrante: “Lei spalancò la porta e a quel punto vedemmo che dentro la casa c’era luce. Ricordo che camminammo tenendoci per mano sotto quel chiarore che sembrava elettrico, benché sul soffitto, dove avrebbero dovuto esserci i lampadari, ci fossero solo dei vecchi cavi che si affacciavano dai buchi come rami secchi”, pp. 74-75.

L’orrore innerva anche le pagine di Pablito inchiodò un chiodino: un’evocazione del Petiso Orejudo: Pablo, che sta per diventare padre, per mestiere conduce i turisti lungo un macabro itinerario di celebri delitti cittadini, i più famosi dei quali sono commessi da un “assassino di bambini e di piccoli animali”(p. 82), il Petiso Orejudo: “Pablo non ricordava perché avere un figlio gli fosse sembrata una buona idea. Lei non parlava d’altro. Niente più chiacchiere su vicini, film, scandali familiari, lavoro, politica, cibo, viaggi. Ormai parlava soltanto del bebè e quando si discuteva d’altro lei faceva solo finta di ascoltare. L’unica cosa che sembrava registrare, come se la svegliasse dal torpore, era il nome del Petiso Orejudo”, p. 86.

In Ragnatela, si legge di un rocambolesco viaggio in auto dall’Argentina al Paraguay che la narratrice compie in compagnia del mal sopportato marito Juan Martín e dell’indipendente e temeraria cugina Natalia, una gita punteggiata da racconti di scomparse e fantasmi, che culminerà in un evento inaspettato: “Buttai giù il caffellatte mezzo freddo con le lacrime agli occhi e andai a cercare Juan Martín. Però quando entrai in camera, lui non c’era. Il letto non era disfatto, come se non ci avesse dormito. […] Iniziai a innervosirmi, mi tremavano le mani. Dissi a Natalia che dovevamo chiamare la polizia, ma lei si rimise a rifarsi la coda, come aveva fatto al mercato, e rispose di no. Non essere sciocca. Se n’è andato, tutto qui, commentò”, pp. 114-115.

Segue La fine della scuola, tesissimo racconto che ruota attorno alla figura di Marcela, la quale – in preda a inquietanti visioni – compie atti di autolesionismo: “Marcela continuava a guardarsi allo specchio, studiando la ferita, senza un gesto di dolore. Fu la cosa che mi impressionò di più: non le aveva fatto male, era chiaro, non aveva neppure aggrottato le sopracciglia o chiuso gli occhi”, p. 119.

La protagonista di Zero carne su di noi, un altro racconto che indaga l’ossessione umana per il corpo, parla invece a un teschio e sogna di liberarsi della pesantezza della carne, mentre cerca a proprio modo di infondere vita allo scheletro, l’unica presenza amica della sua esistenza: “Una settimana dopo aver smesso di mangiare, il mio corpo cambia. Se sollevo le braccia, compaiono le costole, anche se non molto. Sogno: un giorno o l’altro, sedendomi su questo pavimento di legno, al posto delle natiche avrò ossa e le ossa attraverseranno la carne lasciando tracce di sangue per terra, taglieranno la pelle dall’interno”, p. 128.

Un’altra donna sola si staglia sulla scena de Il cortile del vicino: trasferitasi in una nuova casa e decisa a riprendere in mano la propria vita, Paula, ex assistente sociale impegnata nella tutela dei minori e caduta in depressione dopo il licenziamento, è certa che il vicino di casa nasconda un terribile segreto: “Non vide il gatto, e, quando stava tornando ai vestiti umidi, percepì un movimento in cortile. Non era il gatto: era una gamba. La gamba di un bambino, nuda, con una catena attaccata alla caviglia”, p. 139.

Determinata a risolvere il caso dell’omicidio di Emanuel López, quindicenne gettato dalla polizia nell’inquinatissimo fiume Riachuelo, è la procuratrice Marina Pinat, che si inoltrerà nella borgata Moreno, il quartiere più degradato di Buenos Aires, popolato da bambini deformi e loschi figuri: “«[…] Lo sai cosa ci finisce qui? La merda delle case, tutto lo schifo degli scarichi, tutto! Strati e strati di schifo perché quella cosa rimanesse morta o addormentata: fa lo stesso, credo non ci sia differenza tra il sonno e la morte. E funzionava, finché non hanno iniziato a fare una cosa impensabile: nuotare sotto l’acqua nera. E l’hanno risvegliato. Sai cosa vuol dire “Emanuel”? Vuol dire “Dio è con noi”. Il problema è: di che Dio stanno parlando.»”, Sotto l’acqua nera, p. 170.

In questo libro non manca nemmeno un’incursione nel mondo del web: in Verde rosso arancione, attraverso il racconto della ex fidanzata, si legge di Marco, un ragazzo che vive chiuso in una stanza davanti allo schermo di un computer, attratto dalla visione di violenze sempre più disumane: “Marco non mi fa mai paura, tranne quando parla del deep web. Dice che ha bisogno di conoscerlo. Dice proprio così: che ne ha bisogno. Il deep web sono i siti non indicizzati nei motori di ricerca. È molto più grande del web visibile che usiamo tutti. Cinquemila volte più grande. Non capisco e mi annoiano le sue spiegazioni su come raggiungerlo, ma lui assicura che non è così difficile. Cosa contiene, gli chiedo. Si vendono droga, armi, sesso, mi dice. La maggior parte di quello che contiene non mi interessa, dice, ma ci sono certe cose che voglio vedere”, corsivi nel testo, pp. 180-181.

Conclude il libro Le cose che abbiamo perso nel fuoco, racconto che dà il titolo alla raccolta e già apparso in Italia nel volume edito nel 2014 da Caravan Edizioni, Quando parlavamo con i morti (recensito su questo blog): accompagnando Silvina, protagonista incredula e sgomenta, la voce narrante conduce il lettore a scoprire la vera natura di un atto violento di cui, nel corso del racconto, un numero sempre maggiore di donne pare essere vittima: “Credevano che stessero proteggendo i loro uomini, che li temessero ancora, che fossero sotto shock e non potessero dire la verità”, p. 189.

Ciò che più sorprende è osservare come la scrittrice argentina riesca a dare un ritratto concretissimo e inquietante del male senza cedere alla morbosità, come se il male, incalzante movimento sotterraneo di tutti questi testi, non potesse mai diventare una totalità dietro o dentro cui ripararsi.

Non esistono luoghi sicuri in questo libro: la casa, l’infanzia, le relazioni più intime, il proprio corpo, i sogni: tutto è minacciato, tutto diventa sconosciuto e imprendibile.

Mariana Enriquez si esercita ad accogliere la dismisura incombente nelle vite comuni, un eccesso che attrae, che sgomenta.

Eppure non c’è una vastità del male, non c’è grandezza: il male non è un generale terrore che sovrasta la vita né una chiara presenza nemica da fronteggiare.

Il male è qui piuttosto una possibilità perennemente in agguato, come un insinuante animale visibile e invisibile che lentamente divora i corpi, mentre l’uomo si divincola dal desiderio di abbandonarsi a esso e dalla tentazione di fingere, al contempo, che questo non esista.

 
 
 

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