La resistenza del maschio

 
 
 

Uscito nel settembre del 2015 per NN editore, La resistenza del maschio è un coraggioso romanzo di Elisabetta Bucciarelli, poiché coraggiose sono sempre le prove di allontanamento da sé piuttosto che i ribadimenti delle proprie certezze e competenze.

Il libro narra la vicenda del cinquantenne Marco, docente universitario e curatore di mostre d’arte, chiamato anche l’Uomo come per elezione a stereotipo. Egli ha un’invidiabile posizione sociale e una moglie con cui vive un rapporto amoroso tiepido, complicato dalla sua sordità di fronte alle continue richieste della donna di avere un figlio.

Perché? Perché il protagonista sembra a proprio agio solo all’interno di una forma chiusa, impermeabile al cambiamento, che è misura di tutto: “Lui misura per trovare qualcosa che sente ma non conosce ancora. Per cogliere le relazioni tra le cose e le persone. Per trovare il suo posto nello spazio”, p. 45. La forma, la misura sono dunque per lui rifugi, strumenti che lo mantengono a una distanza di sicurezza dal mondo. Quando ad esempio la suocera proverà a convincerlo ad assecondare il desiderio della moglie, Marco la liquiderà così: “«In questo non siamo biunivoci»” (p. 37), quasi nascondendosi dietro la ricercatezza linguistica.NN-cover-BUCCIARELLI-1

I suoi pensieri, poi, sono talmente schematici da venire spesso presentati come brevi elenchi numerati.

Una sera Marco, tutto assorbito da un’esistenza così geometrica, interamente catalogabile e amministrabile, assiste a un incidente automobilistico: una donna perde il controllo della propria vettura e si schianta contro un palo della luce. Ecco che l’accadimento inconsueto, il turbamento della forma, irrompe scandalosamente nella sua vita: “Sente che il suo respiro è rimasto sospeso a qualche metro dall’incidente. L’imprevedibile ha una misura incerta, è fuori controllo”, p. 46.

Intanto, un’altra storia scorre in parallelo a quella di Marco: tre donne che non si conoscono tra loro, Chiara, Marta e Silvia, si ritrovano da sole in una sala d’attesa di un centro medico polifunzionale, dove dovranno essere visitate da un medico in pesante ritardo. Parlano delle proprie vite, delle proprie situazioni sentimentali presenti e passate, senza sapere che tutt’e tre sono state legate al protagonista, di cui hanno subito prima il fascino e poi l’irresolutezza.

Entrambe le vicende ruotano dunque intorno alla complessa personalità di Marco, considerato un vincente, tuttavia incapace di evadere dal guscio protettivo della forma per avventurarsi nel mondo liquido, incalcolabile.

Davanti alla visione dell’incidente non gli resta che una possibilità: ridurre l’ignoto a noto, l’abnorme a norma. Tramite un amico medico riuscirà a procurarsi il numero di telefono della donna ferita, con la quale intreccerà un rapporto voyeuristico, affidato dapprima a sms e chat, in seguito a singolari quasi-incontri che (sempre per decisione di Marco) non sfoceranno mai in un prolungato faccia a faccia, nemmeno quando lui con una telefonata le segnalerà la propria presenza nel medesimo spazio, il foyer di un teatro dove la donna lavora come coreografa.

Guardare e parlare senza toccare, agire senza prendere decisioni radicali, in questa insolita relazione come nel rifiuto della paternità, sono – intanto – strategie per evitare la sorpresa, il rischio del rimodellamento della propria forma.

Guardare e parlare senza toccare, poi, esonerandolo dall’eventualità di sbagliare, dispongono Marco al godimento estetico: “Da lontano, sua moglie è più bella”, p. 82.

Il protagonista de La resistenza del maschio, a una lettura superficiale, potrebbe a questo punto sembrare un narcisista ossessionato dalla perfezione (“Non riesce a rinunciare a quell’idea di perfezione che gli altri rintracciano costantemente in lui”, p. 97). Perfezione che solo una forma immutabile può garantire ed eternare: “«Sono a posto» risponde l’Uomo. «Al mio posto» conclude”, p. 192.

Ciò che invece ossessiona Marco è più probabilmente la paura del limite ultimo. Come se, ritagliandosi un ruolo decisionale, e dunque portando le cose a compimento, potesse infrangere la fissità in cui è congelato e ritrovarsi lui stesso al cospetto del termine.

Solo l’esperienza della corporeità espone a questo baratro. “«Io conosco solo i gesti, sono abituata a fare, capisco mentre agisco»”, gli dirà la donna dell’incidente (p. 222).

Invece Marco, scegliendo di vivere nell’ombra, affidandosi unicamente alla conoscenza, allo charme, alla distanza calcolata, è come se si illudesse di vivere senza corpo, che è materia destinata alla consunzione, e dunque – in un certo senso – è come se si illudesse di vivere fuori dal tempo, fuori dall’incombenza della fine.

“Se non ci fosse lo scorrere del tempo a creargli pressione, sarebbe anche capace di affermare che la sua vita, in questo preciso istante, gli sta piacendo molto”, p. 72.

 
 
 

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