Legge e letteratura

 
 
 

di Luigi Ramenghi

 
 
 
 

Linguaggio giuridico e linguaggio letterario sembrano agli antipodi. Basti pensare all’assenza di vere e proprie metafore e similitudini nella costituzione italiana o nel codice civile. Il diritto ha a cuore il significato letterale delle parole.
Non che le norme di legge disdegnino la retorica, ma si limitano a personificazioni, litoti, ripetizioni, chiasmi, zeugmi, anastrofi, iperbati e altre figure utili a enfatizzare il contenuto del discorso più che, come fa la lingua dei poeti, il discorso stesso.

450px-Antonio_Canova-Theseus_and_the_Minotaur-Victoria_and_Albert_MuseumRetorica a parte, le disposizioni dell’ordinamento, sia che guidino comportamenti (“Il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento in seduta comune dei suoi membri”) sia che producano effetti giuridici (“Il Presidente della Repubblica è il Capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale”), si esprimono esclusivamente in terza persona (perché la legge si vuole oggettiva) e all’indicativo presente (un presente senza tempo), di solito costruendo la frase secondo l’ordine naturale del discorso (soggetto – verbo – complemento), evitando i deittici (per le note esigenze di generalità e astrattezza) e i connettivi causali (almeno nelle proposizioni principali) e anche le valutazioni, le esclamazioni, le domande, abbondando semmai in proposizioni condizionali (apprezzate per la loro scrupolosità e saggezza).

Le cose non sono sempre andate così: una volta esistevano gli oracoli, gli editti romani magnificavano le loro fonti, Jakob Grimm apprezzava la bellezza del diritto tedesco primitivo.
Ma oggi non è più tempo. Non può darsi né una giustizia poetica né una poesia giuridica. Se le leggi fossero scritte in versi e i romanzi punissero l’omicidio, non si vivrebbe più.
Magari, però, oggi, è tempo di altro: né il passato né il presente ma il futuro.

Si dice che il linguaggio svolga varie funzioni, inclusa quella artistica, e che nello svolgerla il linguaggio ottenga di confondersi con il mondo, cioè con il suo oggetto, il suo esterno, il suo fondamento.
Questo effetto è ottenuto anche grazie ad alcuni accorgimenti formali (ovvero grammaticali, retorici, semiotici ecc.): nei romanzi e nelle poesie il linguaggio si atteggia a mondo, nel senso che, pur essendo nato per occuparsi di altro, si occupa di sé. Si mette in mostra. Si esercita, per gioco e per tenersi in forma.
La letteratura nasce tra l’indifferenza del mondo e la differenza del linguaggio.

Anche nella comunicazione giuridica si può trovare una componente autoreferenziale.
È il caso delle norme costitutive, che operano grazie a enunciati performativi del tipo “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, implicanti premesse quali “Il Capo provvisorio dello Stato, oggi 27 dicembre 1947, sulla Gazzetta ufficiale n. 298, edizione straordinaria, promulga”. La stessa frase scritta sul bagnasciuga o in un romanzo avrebbe effetto diverso.
Circostanze e contesto dunque si rivelano determinanti per la riuscita di questi, come di altri, atti linguistici.

Eppure la circolazione dell’autoriferimento letterario muove in senso inverso rispetto a quella del giuridico: tanto il discorso letterario quanto quello giuridico si distinguono da un qualcos’altro che potremmo chiamare mondo, vita, referente; ma cambia il tipo di rapporto che con questo qualcos’altro stabiliscono.
E qui dall’ambito della comunicazione passiamo a un altro, più profondo e oscuro e incerto, dove sembra formulabile appena un’ipotesi: che il diritto si distacca dai fatti allo scopo di governarli, mentre con il mondo la letteratura intrattiene una relazione più articolata, fatta di abbandono o cattura, oltre che di confusione.

E se il diritto si confondesse con i fatti, come pretende di fare l’arte?
O se almeno smettesse di guardarli dall’alto in basso…

Forse questo desiderio – il desiderio di una legge non sovrana – è giusto, oltre che lecito; tuttavia viene da chiedersi se una legge simile potremmo ancora chiamarla legge.

A meno che la sovranità non stia liquidando la legge per scivolare nei fatti, contagiare il mondo.

 

BIBLIOGRAFIA (in ordine di apparizione)

Bice Mortara Garavelli, “Le parole e la giustizia”, Einaudi 2001.

Uberto Scarpelli e Paolo Di Lucia (a cura di), “Il linguaggio del diritto”, LED 1994.

Claudio Sarra, “Lo scudo di Dioniso. Contributo alla studio della metafora giuridica”, FrancoAngeli 2010.

Roman Jakobson, “Saggi di linguistica generale”, Feltrinelli 2002.

John Austin, “Come fare cose con le parole”, Marietti 1987.

Sandro Chignola (a cura di), “Il diritto del comune”, Ombre corte 2012.

“Nuove frontiere del diritto”, Dedalo 2001.

Giorgio Agamben, “Altissima povertà”, Neri Pozza 2011.

 
 

Luigi Ramenghi è nato nel 1975 a Bologna, dove vive e lavora, come impiegato pubblico (settore giuridico), e dove, nello stesso quartiere in cui è cresciuto, abita con moglie e figlio. Ha scritto pochino e pubblicato pochissimo, giusto qualche racconto in qualche rivista. Nel tempo libero si è occupato di ripubblicizzazione del servizio idrico italiano oltre che dello stato di salute dei corsi d’acqua del suo territorio, e anche di beni di comuni.

 
 

L’immagine proviene da qui.

 
 
 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...