Un utopista

Un utopista

 
 
 

di Pietro Vizpara

 
 
 
 

Pasquale nasce alle nove del mattino del 12 giugno 1873, una mattina con poco sole e molto vento, una giornata come tante, con una donna che sbuffa e impreca nel tentativo di sgravarsi e un uomo, cinquecento metri più in là, al lavoro nella propria bottega, chino su un tramezzo a respirare l’odore del legno e ripensare a quello che gli è appena stato raccontato da un maestro elementare la sera prima, e cioè che l’Impero austro-ungarico, quell’anno, sta attraversando una grave crisi finanziaria che rischia di portarlo al tracollo se i suoi governanti non sapranno inventarsi qualcosa. Frattanto in Via Degli Aranci, quella mattina, qualche secondo prima che Pasquale si faccia strada nel mondo, un gatto nero di proporzioni immani precipita dal tetto e atterra sul selciato con un tonfo, spaventando un paio di piccioni e una guardia regia che, nell’attesa di vedere affacciarsi alla finestra la sua puttana del cuore, s’era appena addormentata, persa dentro un incubo che la vedeva in Piazza d’Armi con la schiena al muro in attesa di venire fucilata, colpevole di scarso zelo, inettitudine e insubordinazione all’autorità costituita.

anarchic-energy-1939.jpg!LargeNel luglio del 1885 Pasquale è già un ragazzo bell’e fatto dalle spalle grosse, le mani svelte e lo sguardo sornione di chi la sa lunga, un accenno di baffi sotto il naso e i capelli arruffati di chi ha il sonno troppo agitato per riuscire ad alzarsi al mattino fresco e riposato e con la riga nel mezzo come un bravo chierichetto. No, Pasquale ha altro per la testa, e mamma Clorinda lo sa, quando al mattino lo vede uscire di casa a testa china senza nemmeno finire di bere il latte, e anche papà Leopoldo lo sa, che preferirebbe vederlo perdersi dietro le gonne delle ragazze piuttosto che ingrugnirsi ogni volta che qualcuno osa nominare il Re o qualche famiglia nobiliare della città! Per questo, e anche per portare qualche soldo a casa, i coniugi Binazzi spediscono Pasquale a lavorare come allievo operaio al Regio Arsenale della Spezia. E Pasquale ci va volentieri a lavorare, perché dietro quelle mura trova altri musi duri e lunghi come il suo che non sanno che farsene di tutta la rabbia che hanno in corpo e che in segreto confabulano di prendersi tutto il Regio Arsenale e darlo alla città, ragazzi smilzi e rapidi nello sguardo e nei movimenti che ogni mattina, davanti alla porta principale del Regio Arsenale, estraggono dalle tasche delle loro giubbe nuovi opuscoletti che parlano di rivolta, libertà, indipendenza, autorganizzazione, autogestione e astensione, tutta una serie di concetti che Pasquale conosce, sì, ma che non ha mai trovato espressi in forme così limpide e particolareggiate da nessuna parte, un po’ come, confessa a un amico sulla strada di casa, passare anni a scrutare la luna intuendone le forme e poi una mattina, come niente fosse, aprire gli occhi e ritrovarsela ai piedi del letto, in tutta la sua disarmante e nuda bellezza.

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