Umberto Eco

E fu così che il mondo

 
 
 

L’anziano scrittore di successo che, durante l’intervista televisiva, si aggiusta la cravatta e ricorda quell’aperitivo in casa di Arbasino, quando sconfisse Eco a scacchi.

Lo scrittore assistente alla poltrona di uno studio odontoiatrico, che ha pubblicato dodici romanzi con altrettanti piccoli editori vendendo in tutto quattromilasettecentodiciannove copie. Un giorno, al Salone del Libro di Torino, Goffredo Fofi gli ha detto: “Simpatico, il tuo ultimo libro”, prima di allontanarsi per telefonare. Non avrebbe mai risposto alle otto mail che lo scrittore assistente alla poltrona di uno studio odontoiatrico, ottenuto chissà come il suo indirizzo di posta elettronica, gli ha inviato.

Lo scrittore che non ha mai pubblicato niente perché crede che letteratura e industria editoriale non debbano incontrarsi. Si reputa il più grande romanziere vivente e la sua compagna – se da lui interpellata a tal proposito – gli conferma questa opinione.

La scrittrice che esordì nel 1987 diventando il caso letterario dell’anno, ma da allora non è più riuscita a scrivere un rigo presentabile. Ogni tanto, specie nei mesi autunnali, se ne rammarica ancora.
 

 
E fu così che il mondo, stipato di biografie degli autori, rimase senza spazio per le parole.
 
 
 

Illustrazione originale di Daria Kirpach.

 
 
 

Moby Dick e altri racconti brevi

 
 
 

In F come falso, Orson Welles si interroga sul significato della verità, nella vita e nell’arte, e si domanda tra l’altro quanto il giudizio sul valore estetico di un’opera sia influenzato dalla considerazione di cui gode il suo autore.

Già Umberto Eco, nel delizioso brano Dolenti declinare contenuto in Diario minimo a partire dalla seconda edizione (Mondadori 1975), gioca col magistero di alcuni testi letterari assurti a statuto di classici. In Dolenti declinare, tuttavia, non c’è vera demistificazione, giacché l’interpretazione bislacca di ciascuno dei libri citati è da addebitare alla lettura frettolosa da parte del redattore protagonista del brano.

Succede qualcosa di simile eppure di assai diverso in Moby Dick e altri racconti brevi, libro d’esordio di Alessandro Sesto, una raccolta di racconti uscita nel 2013 per Gorilla Sapiens (editore col quale, due anni dopo, Sesto pubblicherà una seconda raccolta di racconti, Lascia stare il La maggiore che lo ha già usato Beethoven, già recensito su questo blog).

Se ciò che rende simili il brano di Eco e il libro di Sesto è proprio l’atteggiamento dissacratorio nei confronti di certi classici della letteratura, assai diversi paiono l’intenzione e il grado di cordialità.A. Sesto - MOBY DICK e altri racconti brevi. - Front H

Nel senso che le trentaquattro composizioni contenute in Moby Dick e altri racconti brevi sono – loro sì – davvero demistificatorie (ecco la differenza di intenzione) e trattano quasi sempre di un io narrante alle prese con quotidiani accadimenti tragicomici (ecco la differenza di cordialità).

Lo schema compositivo della maggior parte dei racconti è questo: il protagonista si affida (o meglio, finge di affidarsi) con assoluta ingenuità a un libro-feticcio. Puntualmente, però, il libro non reggerà l’urto con la vita.

Talvolta lo scorno è causato da un eccesso di immedesimazione nelle situazioni e atmosfere narrative. Ne Il paese dei gatti il protagonista, parlando di 1Q84 di Murakami Haruki, dice: “Tutto bene, ognuno scrive ciò che vuole, non essendovi un significato palese ce ne sarà senz’altro uno profondo, però adesso, vittima dell’autorevolezza del Maestro giapponese, ogni volta che mi trovo in un posto per me inusuale temo che sia quello dove devo perdermi, e che non ne uscirò più. […] Anche ieri, nell’ufficio postale di Piazza Mazzini, ho chiesto all’impiegato se quelle fossero realmente le poste o piuttosto il luogo dove io dovevo andare a perdermi, e lui mi ha detto che no, quelle erano le poste”, p. 86.

Altrove, l’eccesso di immedesimazione avviene nei confronti di un qualche personaggio immortale. In Essere protagonisti, ad esempio, l’io narrante fantastica di intrufolarsi nelle case altrui e incontrarvi bionde fascinose, alla stregua di Philip Marlowe, il celebre investigatore privato nato dalla fantasia di Raymond Chandler. Ma i conti paiono non tornare: “Infatti lì dove opera il detective californiano, nonostante sia uno di quegli ambienti dove due persone su tre sono rotte a ogni malaffare, lasciano tutti la porta di casa aperta. Nel mio condominio invece, dove la cosa più grave mai accaduta è stata lo smarrimento di un gatto, le porte sono sempre chiuse. Blindate. Protette da chiavistelli, allarmi e grossi cani feroci, o anche cani non evidentemente feroci e di media e, va bene, anche piccola taglia, ma comunque a me sconosciuti e di cui, pur essendo molto ardimentoso, non mi sento di fidarmi”, p. 24. (altro…)

Lo sturangoscia

 
 
 

Lo sturangoscia è una folie à deux di Davide Predosin e Carlo Sperduti, pubblicata da Gorilla Sapiens Edizioni nel febbraio 2015.

Già il titolo, la copertina di Elisa Macellari e la prefazione (studiatamente impalpabile) firmata da Alessandro Sesto preparano il lettore a questo libro inconsueto.

Lo Sturangoscia cover frontNella struttura, Lo sturangoscia si presenta come un dialogo epistolare tra i vari protagonisti, bizzarri sin dai nomi (due esempi: Girolamo Mercuriale Trincavella e Caio Millesimo Palazzoni).

Poi ci sarebbe la trama. Che però qui, come i significati lo sono per la parola poetica, è forse un pretesto forse un ostacolo. Rendiamone brevemente conto: lo sturangoscia è “una pompa idraulica portatile […] molto utile per estirpare quello spiacevole e indefinito senso di disagio che spesso spinge le persone, tra le altre cose, a occuparsi di questioni ultime” (p. 21). Lo strumento, sottratto al suo inventore Filottete Vasca da un non meglio precisato Autorevole Amico, sarà al centro di una serie di avvenimenti rocamboleschi; e a ben vedere, la sua funzione potrebbe valere metaforicamente da chiave di lettura di questo volume.

Nel senso che Lo sturangoscia è una bella prova di libertà di scrittura e di pensiero, come si legge già nella prima pagina, ruggente di sgangherata e irresistibile inventiva: “Io che l’avevo sempre stimata – persona seria, mi dicevo, il nostro postino, uomo assennato, nonché coraggiosissimo, motorizzato, latore di missive commerciali giuridiche e non – scopro invece che lei adora farsi fotografare nelle fogge più sconvenienti, come quella in cui, vestito da artiodattilo bovide giallo, finge di adirarsi selvaggiamente davanti a un Sistemone Paperone non vincente” (p. 13). (altro…)