Tina

Tina

 
 
 

Leggendo Tina, romanzo di Alessio Torino uscito per minimum fax nel giugno del 2016, si ha la sensazione di intraprendere due percorsi. Il primo, quello tracciato dalla trama, è agevole, rettilineo, così come la storia narrata da Torino è semplice: Tina, una bambina di otto anni, approda a Pantelleria con la madre e la sorella Bea per trascorrere le vacanze estive. Qui si imbatterà in alcuni personaggi che intrecceranno con lei e tra loro una rete di rapporti inevitabilmente dominati dalla fuggevolezza.

Il secondo percorso, seppure parallelo al primo, è sotterraneo, poco illuminato, e corrisponde all’attrito prodotto dall’incontro fra Tina e questi adulti, tutti in qualche modo irrisolti, che assumono nei confronti della vita due atteggiamenti opposti: c’è chi si rifugia nell’infantilismo e chi nella solitudine; gli appartenenti a entrambe le categorie, insomma, rifiutano il confronto torino_tinadiretto col peso dell’esistenza.

E poi c’è Tina, la cui serenità familiare è stata frantumata dalla scoperta di una relazione tra il padre e una studentessa ventenne.

Protagonista assoluto del romanzo è proprio lo sguardo di Tina, mobile come la sua identità in via di definizione (sia per la giovane età sia per il trauma psicologico patito): “Da quando era arrivata, l’unico che da subito non l’aveva scambiata per un maschio era stato Charles. Però Charles era il tipo più strano […] Veniva dal Canada, beveva, e spesso Andre lo trovava all’alba che dormiva in terrazza con la testa sul tavolino”, p. 10.

Il mondo degli adulti, agli occhi di un bambino, è fatto di gesti misteriosi e grandi. Alessio Torino, pur adottando il punto di vista del narratore onnisciente, è come se si facesse portavoce di tale grazia, di tale ingenuità di prospettiva. Ciò si traduce in uno stile sempre attento a restituire i dettagli mimici: “Uno del diving scoppiò a ridere e gli diede una pacca sulla schiena. Il Decano lo scosse per le spalle, mentre la mamma si alzò per abbracciarlo. Gli si strinse addosso come se lo conoscesse da tanto, poi si chiuse il naso con due dita per non piangere”, p. 67. (altro…)