Simona Cossentino

Le cose che abbiamo perso nel fuoco

 
 
 

Appare quest’anno per i tipi di Marsilio Le cose che abbiamo perso nel fuoco di Mariana Enriquez, un appassionante libro di racconti tradotti da Fabio Cremonesi.

Nella prima narrazione, Il bambino sporco, si è immersi nella vita di Sarita, che ha deciso di abitare in un quartiere malfamato di Buenos Aires – quasi che per vivere davvero fosse necessario sfidare se stessi – ed è ossessionata dalla presenza di un bambino di strada nei pressi della propria abitazione: “Questo quartiere mi piace. Nessuno capisce perché. Io sì: mi fa sentire in gamba e coraggiosa, sveglia. Non ci sono più molti posti come Constitución: a parte le borgate di periferia, la città è più ricca, più gentile, è intensa ed enorme, ma è semplice da vivere. Constitución non è semplice ed è bello”, p. 11.

Protagonista de L’Hostería è invece Florencia, una ragazzina che accetta di seguire di notte l’amica Rocío all’interno di un hotel su cui pare pesare un indicibile passato, allo scopo di commettere una bravata destinata a essere interrotta: “Quando stavano per sdraiarsi sul letto matrimoniale appena rifatto, però, da fuori giunse un rumore che le costrinse a chinarsi spaventate”, p. 44.

Anche ne Gli anni strafatti ci si addentra nei momenti nella vita quotidiana di alcuni giovani donne, le quali mostrano di avere una disinvolta familiarità con violenze e droghe e al contempo si comportano come animali impauriti e disperati: “A volte non ci facevamo di cocaina e preferivamo un acido bevendoci sopra. Spegnevamo le luci e giocavamo nel buio con degli incensi accesi; sembravano lucciole e mi facevano piangere, mi ricordavano una casa con il tetto di tegole e il giardino, lontano dalla città, una casa con uno stagno in cui giocavano i rospi e le lucciole volavano tra gli alberi”, p. 58.

Ne La casa di Adela è proprio una strana abitazione dalle finestre murate e circondata da un prato rasato ad attrarre tre bambini, Adela, che al posto del braccio sinistro “ha una piccola protuberanza di carne che si muoveva, con un pezzo di muscolo, ma non serviva a niente” (p. 66), Pablo e la sorellina di quest’ultimo, la voce narrante: “Lei spalancò la porta e a quel punto vedemmo che dentro la casa c’era luce. Ricordo che camminammo tenendoci per mano sotto quel chiarore che sembrava elettrico, benché sul soffitto, dove avrebbero dovuto esserci i lampadari, ci fossero solo dei vecchi cavi che si affacciavano dai buchi come rami secchi”, pp. 74-75.

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Quando parlavamo con i morti

 
 
 

Ciò che colpisce maggiormente dei tre racconti che costituiscono questo libro pubblicato da Caravan Edizioni nel 2014 e tradotto dallo spagnolo da Simona Cossentino e Serena Magi, è l’atmosfera di verità inquietante che Mariana Enriquez, scrittrice argentina, riesce a creare sulla pagina attraverso storie capaci, con estrema naturalezza, di tenere insieme normale e paranormale.

Quando parlavacaravan_enriquez_cover_31mar14 - grmo con i morti, che apre il volume omonimo, ruota attorno a una seduta spiritica organizzata da un gruppo di ragazzine adolescenti per avere informazioni sui desaparecidos, loro parenti e conoscenti, esperienza poi interrotta a causa di un evento inspiegabile che segnerà la vita di una delle partecipanti.

Le cose che abbiamo perso nel fuoco è invece la narrazione di un sconvolgente gesto di ribellione e di libertà delle Donne Ardenti, che si muove tra autolesionismo, distruzione di sé e punizione indiretta dell’intero genere maschile.

Bambini che ritornano, il racconto più lungo, vede infine protagonista Mechi, impiegata comunale dedita alla gestione dell’archivio dei bambini scomparsi nella città di Buenos Aires, la quale viene attratta dal caso della giovane prostituta Vanadis. Allorché il corpo di quest’ultima viene rinvenuto privo di vita, iniziano a verificarsi strani avvenimenti, in un crescendo di orrori.

Con una scrittura piena di levità, senza mai derive morbose, Mariana Enriquez fabbrica storie dentro le quali il ricordo di eventi tragici e terrificanti realmente accaduti si misurano con la dimensione dell’inspiegabile e dell’irrimediabile che assedia il reale, in un continuo fronteggiare il tema della morte attraverso i corpi.

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