recensione

Nina sull’argine

 
 
 
 

Dice la scienza delle costruzioni che i materiali possono deformarsi in modo elastico, quando al termine della sollecitazione il campione ritorna alla forma originale, o in modo plastico, quando la sollecitazione lo modifica in maniera permanente. La tesi sviluppata da Veronica Galletta nel suo secondo romanzo, Nina sull’argine (Minimum Fax, 2021), è che un sistema complesso, quale può essere l’argine di un fiume, appunto, ma anche una persona, una coppia, una comunità, possa deformarsi solo in maniera plastica.
 
Nina sull'argine“Il ponte non tornerà nella posizione originaria dopo questa prima prova. C’è una quota parte di deformazione plastica, un assestamento degli isolatori sismici prevista da progetto. Anche per lei è cosi, pensa Caterina, sembra tutto uguale, il caldo, gli uomini in cantiere, perfino le zanzare, ma c’è una parte di deformazione residua che non torna a posto. Un’ isteresi nelle loro vite, che si manterrà anche quando il carico verrà disapplicato. Forse è questo, crescere: capire che i fenomeni non sono reversibili, che ogni traccia lascia un’impronta” (p. 212). E più avanti: “Comprendere che le sagome delle persone cambiano, nel tempo e nella percezione che abbiamo di loro. Lei stessa, è diversa, trasformata, tirata, allungata, deformata dagli eventi, dai giorni e dalle notti dell’ultimo anno trascorso” (p. 214).
 
Questa la riflessione conclusiva di Caterina, giovane ingegnere civile – “Buongiorno, signora. Ingegnere. Signora mi sembrava più gentile. Non siamo qui per scambiarci gentilezze. […] Preferisce ingegnera? […] Ingegnere e basta mi va bene, non pretendo tanto.” (pp. 12-3) – che si ritrova a dirigere il cantiere per la costruzione di un argine e di un ponte e ad affrontare l’ostilità di alcuni residenti contrari alla grande opera, le invidie dei colleghi, i pregiudizi di genere in un ambiente tipicamente maschile, i suoi stessi dubbi per una responsabilità che non sembra supportata dall’esperienza. “Caterina vive sempre questo doppio sentimento. Da una parte la voglia di mettersi di traverso, in un mondo in cui non sa mai bene come collocarsi. Poco esperta, eccessivamente qualificata, ha studiato troppo, e le cose sbagliate. Dall’altra la voglia di ritirarsi, di nascondersi. Come se ci fossero sempre due Caterina. Una parla e l’altra la prega di stare zitta” (p. 46).
 
La doppia personalità della protagonista ne mette in risalto la solitudine, aggravata dalla perdita di Pietro, il grande amore scappato senza dare spiegazioni. “È stato faticoso aprire la scatola di cartone e trovarci dentro il pigiama di Pietro. L’ha appoggiato a terra, accanto al comodino, per tutta la notte. Lo ha guardato spesso, girandosi nel sonno, chiedendosi se fosse pulito o sporco. Se potesse, portandoselo al naso, sentire ancora il suo odore. Chiude gli occhi, li riapre. Non ha voglia di vederselo comparire anche qua, in mezzo al fiume, stamattina. Del resto a casa non si è più fatto vedere” (p. 33).
 
Unica compagnia, il fantasma di un operaio morto sul lavoro anni prima, fantasma capace di consigli indispensabili per l’avanzamento del cantiere: “Il lavoro di chi monta le difese di sponda è molto delicato. Ci vuole talento per capire qual è il masso giusto, e delicatezza nel girarlo. Ci vuole un occhio tridimensionale” (p. 99), ma reticente quando si tratta di parlare della propria storia. “Caterina risale in macchina, accende il motore. Sono tutti uguali. Gli chiedi una cosa e ne rispondono un’altra. Gli fai una gentilezza e si ritraggono” (p. 101).
 
La piena, minaccia incombente e ricordo dei danni causati l’anno precedente, potrebbe di nuovo cancellare strade e paesi: Caterina, da un lato sente la necessità di arginare il pericolo e i suoi effetti negativi, ma dall’altro attende che il tempo, come il fiume grosso, porti via gli scatoloni e i ricordi di Pietro. “Nell’incedere impietoso delle stagioni, ora che è di nuovo estate, il ricordo dell’anno precedente comincia a bruciarle addosso. Adesso che si avvicina il giorno in cui l’anno prima ha avviato i lavori, ricomincia ad affiorare Pietro” (p. 205).
 
Il lavoro, la solitudine e la natura, questo racconta Nina sull’argine, senza conclusioni che consolano, senza nuovi amori o promozioni e scatti di carriera, in un’atmosfera di attesa e fatalismo che, almeno a parere di chi vi scrive, trova una perfetta corrispondenza in questa poesia di Cesare Viviani.

 

Osare dire

Com’è, come sarà
vivere senza ricevere aiuto,
senza favori, protezioni,
senza materne associazioni,
anche quando la febbre sale,
anche quando il fiume straripa
e travolge il riparo, orto e baracca.
Sarà come vive il resto della natura,
vicino ai predatori e senza paura.

 
 
(Giovanni Locatelli)
 
 

Clarice Lispector – Tutti i racconti

 
 
 
 

La crudele necessità di amare, “la malignità del nostro desiderio di essere felici” (p. 154), la fame di esperienze che ci spinge verso il mondo, ma con repulsione e poi pretendere così tanto dalla vita da diventare immorali. “Cosa sto dicendo? Sto dicendo amore. E sul bordo dell’amore ci siamo noi” (p. 425): queste poche righe sono solo un assaggio della dolorosa, misteriosa sensibilità di Clarice Lispector, sviluppata negli ottantatré lavori che compongono Tutti i racconti (Feltrinelli, 2021, traduzione di Adelina Aletti e Roberto Francavilla).
 
Protagoniste dei racconti sono per lo più donne in bilico sul limitare dell’oscurità che “la mancanza di senso lasciava così libere da non saper dove andare” (p. 114), con “quella voglia di sentirsi male per far diventare più profonda la dolcezza con un benessere perverso” (p. 107) e il cui cuore “si era riempito della peggiore voglia di vivere” (p. 117). Donne il cui impegno a domare la vita a volte viene premiato con la consapevolezza di essere più forti del proprio compagno, più intelligenti, più crudeli. Altre, complice una qualsiasi interferenza della routine, magari la sola apparizione di un cieco alla fermata del tram come nel racconto Amore, in cui il medesimo sforzo viene messo in discussione e si rivela fallimentare. “Non c’era scampo. L’involucro dei giorni che lei aveva costruito si era incrinato e l’acqua fuoriusciva. […] Il fatto è che quello che sentiva non era pietà, o non era soltanto pietà: il suo cuore si era riempito della peggiore voglia di vivere” (p. 117).
 
Clarice LispectorOppure, protagonista è sempre e solo Clarice Lispector della quale, in virtù dell’ordine cronologico di apparizione dei racconti, seguiamo la maturazione stilistica e umana. Subito, lo slancio giovanile per la conquista dell’emancipazione dalle norme sociali e dai canoni letterari in voga: “Di che materia sono fatta dove si allacciano ma non si fondono gli elementi e la base di mille altre vite? Ero stata modellata in tante statue, ma non mi ero mai resa immobile” (p. 41).
 
Quindi la consapevolezza di sé, del proprio corpo: di fronte allo specchio, la protagonista di Sogno ed ebbrezza di una giovane, ancora dolcemente ubriaca, mentre rivive la serata precedente, sente il fisico espandersi: “E non appena ebbe socchiuso gli occhi un po’ offuscati, ogni cosa divenne di carne, l’estremità del letto era di carne, la finestra di carne, il vestito di suo marito buttato sulla seggiola era di carne, e ogni cosa doleva quasi. E lei era sempre più grande, vacillante, turgida, gigantesca” (p. 108).
 
La maternità, sempre presente in potenza, giunge nella vita e si propaga nei racconti, descritta con correlativi oggettivi quali una scimmietta, un pulcino regalato, la gallina, l’uovo. “L’uovo è l’anima della gallina. La gallina goffa. L’uovo sicuro. La gallina spaventata. L’uovo sicuro. […] Io ti amo, uovo. Io ti amo come una cosa che non sa nemmeno di amare un’altra cosa. –Non lo tocco. È l’aura delle mie dita che vede l’uovo. Non lo tocco” (p. 247).
Frutto della maternità è un figlio che imparerà presto a fare “quel trucchetto dell’essere amato, che grandissima magia piangere per avere in cambio: la madre” (p. 347).
 
Ogni figlio è Gesù, sopporterà il proprio calvario: “Nacque Emmanuel. […] Era un bambino forte e bello che lanciò un grido nell’aria. […] Non si sa se a quel bambino toccò o meno una via crucis. Tocca a tutti” (p. 462). E se Maria das Dores, nel racconto Via Crucis, partorisce Emmanuel pur essendo vergine, l’io narrante di L’uomo che comparve, palese alter ego dell’autrice, vorrebbe essere madre del poeta Claudio Brito, incontrato per caso, ubriaco e fallito, in un negozio di alimentari. “Questo accadde ieri, sabato. Oggi è domenica, 12 di maggio, Festa della Mamma. Come posso essere madre di quest’uomo?, mi chiedo e non c’è risposta” (p. 467).
 
Il percorso di crescita sembra concludersi col racconto Visione dello splendore – Brasilia, ultimo fra quelli pubblicati in vita, in cui l’autrice, descrivendo la capitale attraverso circa 240 attributi, paragoni e metafore – “Brasilia è proteina pura. L’ho detto o no che Brasilia è un campo da tennis? Ecco, Brasilia è sangue su di un campo da tennis”, “Brasilia è un futuro che è accaduto nel passato”, “Ci sono momenti in cui Brasilia è un capello nella minestra” (pp. 509-10) – compone anche il proprio autoritratto: “Vi ricordate che ho parlato di un campo da tennis con il sangue? Ecco, il sangue era il mio, scarlatto, i coaguli erano i miei” (p. 514), “Sono così indecisa. Brasilia è decisione. Brasilia è uomo: e io, così donna” (p. 521), “Ma non voglio che mi comprendiate, altrimenti perdo la mia sacra intimità” (p. 511), “Non ho permesso che i giornalisti sapessero tutto. Ma adesso è l’ora della verità” (p. 515).
 
In effetti, Clarice Lispector concede un’unica intervista televisiva in tutta la sua vita, il 1 febbraio del 1977, anno della sua morte, e alla domanda del giornalista “A suo modo di vedere qual è oggi il ruolo dello scrittore?”, Lispector risponde: “Parlare il meno possibile.”

 
 
(Giovanni Locatelli)
 
 

Lei che non tocca mai terra

 

 

Miriam è la protagonista del secondo romanzo di Andrea Donaera, Lei che non tocca mai terra, edito da NN (2021). Prima di essere una metafora di levità e distacco dal mondo, il titolo descrive letteralmente lo stato della ragazza: in coma, allettata nella sua casa di Gallipoli dopo essere stata investita. A farle visita ogni giorno, a parlarle, è Andrea, un ragazzo conosciuto poco prima dell’incidente, con la vita segnata dal suicidio del padre: “Quando mio padre ha sparato è successo che il proiettile ha fatto molti buchi: uno è nell’anima di mia madre – un altro nella mia testa” (p. 35).Lei che non tocca mai terra

Ma Andrea non è il solo a parlarle. Intorno al letto si avvicendano la madre di Miriam, Mara, il padre Lucio, sindaco della cittadina pugliese, e Gabry, amica stretta che le invia messaggi vocali da Bologna, dove si è trasferita.

Comunicano con lei perché serve al processo di guarigione: “C’è una dottoressa. Dice che fa bene, se parliamo. È una terapia, dice. Si chiama talking cure” spiega Andrea (p. 38). Così tutti si confidano, raccontano. E su quel letto, per proiezione, sembrano stendersi i personaggi in una seduta di psicanalisi in cui emergono i conflitti familiari, fra Mara e suo marito nonché fra madre e figlia, e i traumi del passato comune.

Al centro dei drammi narrati c’è la figura di Papa Nanni, santone ed esorcista, fratello di Lucio. A portarci al suo cospetto è Andrea, che suona il tamburello durante i riti di liberazione dal Maligno e che in lui ha trovato una figura paterna, una guida per elaborare la presenza del Male nella vita umana. Male di cui Papa Nanni ha una concezione dogmatica, manichea, che adesso applica alla relazione fra il ragazzo e Miriam: “Ho detto che quella ragazza ha il Male dentro. Ho detto che io non posso permettere che il Male infetti il mondo. Perché sono stato mandato da Dio proprio per combatterlo, il Male.”  (p. 20)

I fatti narrati, concentrati nell’arco di una settimana, si dipanano attraverso le voci in prima persona dei personaggi che costruiscono pagina dopo pagina un romanzo corale dalla prosa paratattica, rapida, dotata di grande immediatezza espressiva e molto vicina al parlato, da cui mutua anche inflessioni dialettali (Lucio è il personaggio più connotato in questo senso).

La mimesi del parlato lascia però spazio a momenti di lirismo, soprattutto nella voce di Miriam, che col suo incedere spezzato, incerto, nella dissolvenza della coscienza in coma, trasforma interi segmenti di testo in veri e propri componimenti poetici. Non a caso, la poesia è un elemento centrale nell’identità di entrambi i protagonisti: un verso di Se mi emoziona di Michele Mari racchiude il loro desiderio di vivere insieme, Argonauta con sirena di Antonio Riccardi, acquistato dalla ragazza nel negozio sotto casa di Andrea, li spingerà al primo incontro, i versi di Biografia sommaria di Milo de Angelis segnano i momenti cruciali della loro storia, Andrea legge a sua madre La ragazza Carla di Elio Pagliarani per riscuoterla dal torpore in cui è caduta.

Lungo tutto il testo c’è un’attenzione evidente alle strutture sintattiche, alle singole frasi o parole che, isolate e ripetute, creano un crescendo emotivo nella narrazione (si pensi alle anafore, “Hanno detto che aveva contusioni […] Hanno detto che aveva pure segni […] Hanno detto che […] Hanno detto che è strano […] Hanno chiesto”, p. 146; alle enumerazioni, “L’asfalto, il fango e il nevischio, la terra nera, il vento, i rami, gli ulivi, il fango, i tuoi passi, il rumore del vento, la spina dorsale”, p.14 o all’uso del polisindeto “E ho pianto, certo che ho pianto. E lì c’era una specie di leggio […] E allora ho preso una candela […] e l’ho avvicinata […] E gli ho dato fuoco”, p.144).

Tali registri, come già visto nel libro di esordio di Donaera, Io sono la bestia (NN editore, 2019), si mescolano con naturalezza al flusso del parlato e convivono con l’ambientazione gotica a base di magia, violenza e morte; una favola nera in cui il santuario di Papa Nanni “sale dalle viscere del terreno, in mezzo a un uliveto immenso, come le case delle streghe nei boschi delle favole” (p. 73) e Miriam viene più volte definita “bella addormentata”.

La presenza del Sud magico, da questo punto di vista, gioca un ruolo decisivo: esorcismi, maledizioni, il tamburello intriso di olio santo e la scopa di saggina benedetta. Ma attenzione: non si tratta di decorazioni o effetti impressionistici. La magia è radicata nelle relazioni in atto nella storia: Papa Nanni esercita una sorta di incantesimo sui personaggi con cui interagisce e gli effetti sono quelli tipici della fascinazione meridionale. Il meccanismo, scomodando le pagine di Ernesto Di Martino, è quello noto di “Una condizione psichica di impedimento e di inibizione, e al tempo stesso un senso di dominazione, un essere agito da una forza altrettanto potente quanto occulta, che lascia senza margine l’autonomia della persona, la sua capacità di decisione e di scelta” (Sud e magia, Feltrinelli, p. 15).

Proprio il libero arbitrio è il nemico principale di Papa Nanni, che punta alla spersonalizzazione dei suoi discepoli, all’annichilimento delle loro individualità: si guardi al commento del santone riguardo al tentato suicidio di Andrea dopo la morte del padre, “Papa Nanni dice che questo è successo perché ho reso la morte di mio padre esemplare, senza comprenderla per quello che invece è stata davvero: un’ennesima tragedia causata dal libero arbitrio” (p. 130), all’annientamento del ragazzo durante gli esorcismi, “Mi serve quella specie di sparizione che riesco a ottenere quando mi metto a suonare per bene, che sembra che non c’è niente, soltanto io, le mani, il suono, e un niente, un niente bello che ci starei dentro per sempre” (p. 167), al giudizio di Gabry riguardo ai riti celebrati in paese: “Per lei era una delle tante caratteristiche senza forma e senza volto del paese di merda” (p. 93) o, infine, al vuoto in cui sembrano caduti molti personaggi: ”Mia madre è malata di vuoto” (p. 35) dice Andrea e, descrivendo quella di Miriam, “E poi guarda me, gli occhi mò senza spavento: vuoti, ora, come quelli di mia madre” (p. 107).

Il meccanismo dell’essere-agito-da e la conseguente perdita di identità, dovuti non solo alla condizione post-traumatica in cui vivono i personaggi ma ai meccanismi fascinatori messi in atto dal santone, sono un elemento strutturale del testo. E il percorso tracciato dai protagonisti è proprio quello di una liberazione, una conquista di autonomia dal malamore, dal malesangue che infetta la loro vita sotto l’influenza di Papa Nanni.

Come già accaduto nel romanzo d’esordio, anche in Lei che non tocca mai terra Donaera costruisce un testo dall’incedere rabbioso, fulminante, una prosa poetica dotata a un tempo di grazia e ferocia in cui i personaggi, seppur coinvolti in fatti di assoluta crudezza, sono capaci di mettere a nudo la propria profondità psicologica e umana.

 

(Agostino Bimbo)

 

I vagabondi

 
 
 
 

Una bambina intrappolata in una scuola: così inizia I vagabondi di Olga Tokarczuk (Bompiani 2018, traduzione di Barbara Delfino) ed è l’unico punto fisso dell’opera, è il voi siete qui delle cartine agli incroci nelle città turistiche – non per niente il capitolo si intitola proprio Sono qui –, è il centro di un sistema di assi cartesiani rispetto al quale misurare la distanza percorsa pagina dopo pagina leggendo un lavoro che spesso potrebbe disorientare, sicuramente difficile da etichettare. Lo si può definire un romanzo di viaggi, oppure una raccolta di racconti brevi e a volte brevissimi, una guida turistica, seppure sui generis – d’altronde l’autrice considera anche Moby Dick una guida turistica –, un taccuino di appunti zeppo di aforismi, riflessioni, curiosità, una Wunderkammer cartacea, un manuale per costruire un oceano, persino, sebbene il recensore nutra qualche dubbio, trattandosi di istruzioni scovate dall’autrice su una rivista, ma in sogno. Senza dubbio, questo è un libro costellazione, un libro in cui la concatenazione causa-effetto viene annullata, e al suo posto – come nelle costellazioni in cui stelle appartenenti a galassie diverse formano disegni intelligibili solo alla fantasia umana – si sostituisce una sequenza di storie non necessariamente interdipendenti, a volte vicine nella tematica, altre del tutto discordanti.
 
I VagabondiLa misteriosa sparizione della moglie di Kunicki, le lettere di Josephine Soliman all’Imperatore d’Austria Francesco I per la restituzione del corpo imbalsamato del padre, i racconti da Mille e una notte di una poetessa che si reinventa guida turistica, i brevi capitoli sulla psicologia di viaggio, neo-scienza insegnata nelle sale di attesa degli aeroporti, sono solo alcuni esempi a cui si aggiungono gli innumerevoli riferimenti ai viaggi e alle mappe da un lato e all’anatomia, alla tassidermia, alla plastinazione, allo studio e alla conservazione dei corpi dall’altro.
Vagabondaggi e imbalsamazione sono i due estremi lungo cui si dipana il lavoro di Tokarczuk: il continuo mutamento della vita e la perfetta staticità della morte, verrebbe da pensare, ma nella morte, in natura, non vi è nulla di statico. Fermare il tempo è l’obiettivo troppo umano dei diversi trattamenti di conservazione descritti minuziosamente, a volte con sguardo da scienziato, altre con la curiosità del turista. Che siano tutti destinati a fallire non preoccupa l’autrice, la quale considera “che è sempre meglio ciò che è in movimento rispetto a ciò che sta fermo; che il cambiamento è sempre più nobile della stabilità. Ciò che non si muove è soggetto alla disintegrazione, alla degenerazione, e a ridursi in cenere, mentre ciò che si muove potrebbe durare addirittura per sempre.” (p. 7), presupposto certamente scomodo per chi intenda scrivere un romanzo.
 
Due storie emergono prepotenti: quella di Philip Verheyen, chirurgo e anatomista fiammingo vissuto fra Sei e Settecento, che, sezionandone accuratamente i tessuti, scoprì il tendine d’Achille nella sua stessa gamba, amputatagli in giovane età e conservata in attesa della resurrezione dei corpi in un liquido a base di brandy e pepe nero, diventata fonte di dolore fisico e ossessione psichica per il chirurgo, che nei suoi appunti dichiara: “Ho passato la mia vita in viaggio, ho viaggiato nel mio corpo, nella mia estremità amputata.” (p. 199); e quella di Annuška, giovane donna che abbandona il figlio e il marito e vaga senza meta nella metropolitana di Mosca finché non viene arrestata insieme a una senzatetto che borbotta invettive contro qualsiasi ordine costituito: “Chi fa una pausa diventerà pietra, chi si arresta verrà infilzato come un insetto, il suo cuore sarà trafitto da un ago di legno, le sue mani e i suoi piedi saranno infilzati alla soglia e al soffitto. […] Muoviti, vai. Beato è colui che parte.” (pp. 243-4).
 
Se ciò che ritorna è una mera ripetizione-costellazione, se i numerosi leitmotiv sono da considerare ritornelli, necessari a dare solo “una parvenza di interezza sistematica generale” (pag. 75), allora elevarli a struttura portante equivarrebbe a normalizzare questo lavoro, imponendogli un ordine che non sembra essere nelle intenzioni dell’autrice. Per la stessa ragione, è importante dare il giusto valore a ciò che compare una sola volta nel testo: “Solo ciò che è diverso sopravvivrà” dice l’io narrante a p. 21 e sono molti gli argomenti-capitolo senza alcun seguito, apax legomenon tematici, numeri primi che ricorrono senza un ordine prestabilito: assorbenti igienici con scritte curiose sulla confezione; asini che fra i tanti turisti sanno riconoscere quelli di provenienza nordamericana e solo con loro recalcitrano; le riforme di Atatürk; appartamenti che si sentono abbandonati dai loro abitanti, in quanto usciti di casa o perché scomparsi dal mondo, descritti nel capitolo più enigmatico, Appartamenti abbandonati, appunto, con quell’accenno alla mano senza corpo che sembra scrivere appoggiata a un tavolo, priva però di penna, di carta e di scrittura.
 
A collocarsi nel centro ideale dell’opera potrebbe essere proprio uno di questi singoletti, intitolato Il tempo e il luogo giusti: la necessità di spostarsi, sembra dirci Tokarczuk, nasce dalla ricerca del luogo perfetto, ma lo spazio da solo non basta, va occupato nel momento propizio per poter “incontrare il grande amore, la fortuna, vincere al lotto o scoprire un segreto per il quale tutti si scervellano da anni; oppure la morte” (p. 77). Richiamato nell’ultima riga dell’opera: “forse rinasceremo e questa volta lo faremo nel luogo e nel momento giusto” (p. 374), l’auspicio si candida a possibile nesso fra i viaggi e la conservazione dei tessuti organici: e se fosse l’eventuale resurrezione dei corpi – dei corpi, non certo delle anime, “in fondo cosa ce ne frega dell’anima” si legge persino a p. 122, ma anche “il corpo e l’anima sono in realtà la stessa cosa” (p. 195) – se fosse la reincarnazione il sistema più estremo per vagabondare alla ricerca della felicità?

 
 
(Giovanni Locatelli)