Racconti Edizioni

Oggetti solidi

 
 
 

Leggendo Oggetti solidi. Tutti i racconti e altre prose di Virginia Woolf (pubblicato da Racconti Edizioni, curato da Liliana Rampello, che firma un interessante saggio introduttivo dal titolo Il ritmo della prosa, e tradotto da Adriana Bottini e Francesca Duranti), si ha la sensazione che almeno duplice sia la direzione in cui si muove la scrittura dell’autrice inglese: l’andamento è radicalmente orizzontale, da un lato, in quanto pura superficie e ritmo, una sorta di noncurante tensione a procedere, al di là degli eventi raccontati – spesso peraltro minimi: il lettore è quindi spinto ad affidarsi solo a un’intuizione dei legami tra i momenti della narrazione e ad avanzare nell’opera quasi senza capire, come nella vita; dall’altro, il moto della scrittura è verticale: pare, così, che non esistano fatti, cioè dimensioni concluse, nella storia, dal momento che la discesa nella profondità del sentire indaga incessanti movimenti interiori quasi impercettibili all’esterno, attraverso un’analisi minuziosa della realtà invisibile. Nel ritrarre situazioni e comportamenti, l’ironia – sguardo pervasivo nei racconti fino alla metà degli anni Venti, in grado di farsi soffusa trama musicale, capace di lasciare spazio all’esistenza degli oggetti narrativi all’interno di una sintassi più asciutta e misurata – è un esempio di sintesi tra questi due movimenti: si potrebbe dire che consiste nell’imparare a guardare la verità senza cercare una fusione con essa.

Ecco che forse l’esperienza di lettura di questo volume potrebbe non essere troppo dissimile da quella estetica di George Carslake, intento ad ammirare un quadro in Una semplice melodia:

“Era impossibile esprimere a parole questa cosa, né era necessario. Sotto il fremere nervoso di quelle minuscole creature stava sempre un profondo serbatoio: e la semplice melodia pur senza esprimerlo, aveva un effetto strano su di esso – lo faceva increspare, liquefare, lo faceva mettere in moto e vorticare e tremolare nelle profondità dell’essere, sicché di continuo emergevano idee da questa polla che salivano in bollicine fino al cervello. Idee che erano per metà sentimenti. Con quel tipo di qualità emotiva. Era impossibile analizzarle – dire se fossero perlopiù felici o infelici, gioiose o tristi”, p. 317.

Il volume è suddiviso secondo un criterio cronologico in quattro sezioni che coprono complessivamente un arco temporale di trentacinque anni: la prima comprende i racconti scritti tra il 1906 e il 1909; la seconda quelli composti dal 1917 al 1921; la terza riunisce i testi redatti tra il 1922 e il 1925 e l’ultima quelli vergati dal 1926 al 1941.

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Stamattina stasera troppo presto

 
 
 

Pubblicato nell’ottobre 2016 da Racconti Edizioni nella traduzione di Luigi Ballerini, Stamattina stasera troppo presto è un’imperdibile raccolta di otto narrazioni di James Baldwin.

Nei primi due racconti, Il macigno e La scampagnata, dove si ritrovano molti dei personaggi e delle situazioni del romanzo d’esordio dell’autore, Gridalo forte (recensito su questo blog), i due fratelli John (o Johnnie) e Roy, prima nell’età dell’infanzia poi adolescenti, vivono tra il desiderio di autonomia e di avventura e l’oppressione della figura paterna, Gabriel.

Ne Il macigno, “un masso di roccia” (p. 7) esercita una particolare fdfattrazione sui bambini del quartiere, i quali vi giocano sulla sommità. Nonostante il divieto della madre e i moniti del fratello a non disubbidire, Roy si avvicina alla roccia e prende parte ai giochi, fino a che uno spiacevole incidente non lo coinvolgerà: “Dozzine di ragazzi combattevano l’uno contro l’altro sotto la ruvida luce del sole: arrampicandosi sugli spuntoni del masso, picchiandosi con i pugni nudi, mentre le scarpe levigate dall’uso scivolavano sulla viscida roccia, e l’aria luminosa si riempiva di imprecazioni e di urla di giubilo. […] Poi Roy comparve dall’altro versante del macigno. John vide che aveva la camicia strappata. Rideva. Camminò fino a raggiungere la cima del macigno. Poi, qualcosa, forse una lattina vuota, tagliò l’aria e lo colpì in fronte, proprio sopra l’occhio. All’istante il sangue corse giù lungo una guancia di Roy, che cadde battendo la faccia sul masso e rotolò giù”, pp. 11-12.

Sull’immediato piano degli eventi, La scampagnata ruota invece attorno al tentativo di Johnnie, Roy e dell’amico David – durante una gita organizzata dalla chiesa pentecostale – di avvicinare una ragazza di cui tutt’e tre sembrano invaghiti, Sylvia, allo scopo di consegnarle in regalo una spilla. Su tutti i personaggi si staglia quello di Johnnie, che prenderà coscienza di sé e dei propri reali sentimenti, sebbene sopraffatto dalla rigida figura dell’odiato padre, il predicatore Gabriel, e soffocato dall’ambiente religioso popolato da uomini e donne presi a gareggiare nella preghiera e nella ricerca della salvezza: “La scampagnata, aveva detto dal pulpito padre James a una settimana di distanza dall’evento, aveva lo scopo di far passare un giorno di tranquillità ai figli di Dio; affinché potessero respirare una boccata di aria pura e adorare in letizia il Signore sotto il tetto del cielo; e non c’era assolutamente niente di frivolo in tutto ciò”, p. 22, corsivi nel testo.

Il mondo dell’infanzia, ritratto sovente nella raccolta, rifulge in modo particolare nel terzo racconto, L’uomo bambino, che narra la tragica storia di Eric, il protagonista di otto anni, osservatore degli adulti che lo circondano e dei loro incomprensibili legami: Eric guarda la madre, il padre e l’amico inseparabile di quest’ultimo, Jamie, senza famiglia né terra (“Jamie era stato costretto a vendere il suo podere, ed era stato il padre di Eric a comprarlo”, p. 60), un uomo che vive insieme a un cane e che non disdegna l’alcol. “«Jamie può sposarsi e avere dei figli suoi, basta che lo voglia» disse la madre di Eric. «No» disse suo padre, dopo una lunga pausa. «Jamie ci ha pensato troppo a lungo.» E d’un tratto si mise a ridere ed Eric si alzò a sedere mentre suo padre dava una sberla sul ginocchio di Jamie. Toccato, Jamie saltò in piedi, gridando, rovesciò il bicchiere e fece cadere la sedia, il cane che aveva di fianco si svegliò e cominciò ad abbaiare. Per un attimo, nel cortile, davanti agli occhi straniti di Eric, non ci fu che baccano e fiamme”, p. 70.

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Sono il guardiano del faro

 
 
 

Otto racconti brevi e uno lungo – l’ultimo, che dà il titolo alla raccolta – compongono Sono il guardiano del faro di Éric Faye, uscito in Francia nel 1997 e proposto adesso (maggio 2016) ai lettori italiani dalla neonata Racconti Edizioni, nella traduzione di Valentina D’Onofrio.

Sono narrazioni in cui le coordinate logiche vengono minacciate da vicende dove staticità e moto, luoghi e direzioni, acquistano caratteristiche inedite e perciò irriconoscibili.

Nel primo racconto, Mentre viaggia il treno, il protagonista si trova appunto a bordo di un treno che viaggia parallelamente a un altro; nessun passeggero ha la possibilità di scendere, dunque il suo rapporto con Antonia, chiusa nell’altro convoglio, non potrà che consumarsi in un dialogo muto: “Antonia m’ha confidato d’essere sposata; ha tracciato un grosso SÌ in risposta alla mia domanda”, p. 14.

fayeNe Il vento delle 6.18 un viaggiatore scopre che il paese di Taka-Maklan, cancellato tempo prima per errore dagli orari ferroviari, a poco a poco è stato abbandonato a se stesso. Mosso da un’irrefrenabile curiosità, egli salterà dal vagone per poi rendersi conto che, in una sorta di diabolica sineddoche, chi abita a Taka-Maklan finisce per smarrire la propria identità.

Un altro viaggiatore è il protagonista di Frontiere: il suo desiderio di scalare i vari livelli di una cittadina ai piedi di una muraglia lo farà piombare in una spirale senza uscita. In questo racconto si esplicitano (forse fin troppo) i debiti di Faye verso Franz Kafka, Friedrich Dürrenmatt e Dino Buzzati.

Nel successivo Notizie dalle porte dell’inferno, un’agenda telefonica trovata su un marciapiede e conservata dal protagonista ne anticiperà in qualche modo il futuro, aggiornandosi autonomamente con nuovi numeri telefonici via via che la sua vita procederà, sino a prefigurargli il momento finale.

Dopo tre racconti assai brevi e più leggeri si giunge a Ibernazione, dove troviamo un uomo che, a casa propria, pare stia aspettando una donna, Anouck; salvo poi rendersi conto che la donna non sarebbe mai giunta e provare una “gioia selvaggia” (p. 78) all’idea di essersi “affrancato dal mondo” (ibid.), come se l’attesa – illusoria sin dal principio – non fosse stata altro che l’estremo legame dell’uomo con la vita sociale, se non con la vita tout court. (altro…)