Quodlibet

Violenti con intenti filosofici

 
 
 
 

“Le nostre colazioni
sono le stesse da vent’anni
da trent’anni
sono trent’anni che spalmiamo
le stesse cose sullo stesso pane
e beviamo lo stesso tè
non ti pare
che solo per questo
dovremmo suicidarci”
 
Ma il desiderio di eternarsi non è meno malinconico, non è meno misero della ripetizione imperitura dei medesimi gesti.
“Per tutta la vita ci sforziamo
di scrivere due tre pagine immortali
non vogliamo di più
ma questo allo stesso tempo è anche il massimo”

L’avvilimento di essere riconosciuto come persona.
“disprezza la mia essenza più intima
eppure pretende
che io mangi i suoi bignè viennesi fragranti”
 
E così mi ritrovo sospeso tra una vita che sdegnosamente rifiuto e un altrove che mi è precluso.
E così mi ritrovo a essere “un violento con intenti filosofici”.
 
 
 
(Suggestioni e citazioni tratte da Thomas Bernhard, Ritter, Dene, Voss, traduzione di Luigi Reitani, Quodlibet, Macerata 2022)

 
 

Colloqui con il professor Y

 
 
 
 

Ogni lettore smaliziato sa bene che ci si dovrebbe avvicinare a un’opera ignari del suo autore, per evitare la tentazione di sovrapporre la biografia alla vicenda narrata; tale operazione potrebbe infatti creare una serie di ostacoli alla lettura, tra cui inibire la concentrazione e – laddove plausibile – l’immedesimazione; istigare inoltre al giudizio, o meglio al travaso del proprio punto di vista sull’autore in opinione sul testo.

Tuttavia ci sono scrittori la cui personalità debordante investe la scrittura, la innerva, al punto che la parola pare farsi corpo (non corpo autonomo, bensì proiezione dello scrittore medesimo): viene così messa in scacco ogni possibilità di relazione con essa che prescinda da un confronto con il suo artefice.

È certamente il caso di Louis-Ferdinand Céline, che se già nelle opere maggiori adotta un’angolazione autobiografica, in Colloqui con il professor Y (pubblicato nel giugno del 2020 da Quodlibet, traduzione di Gianni Celati e Lino Gabellone, introduzione di Martina Cardelli, postfazione di Gianni Celati) offre al lettore un furioso e nel contempo lucidissimo saggio della propria scrittura-corpo.

Si tratta di un’intervista che Céline immagina di rilasciare al misterioso professor Y, la cui vera identità risponde a quella del colonnello Réséda (e chissà che il grado militare non sia giustificazione o alibi di una certa scolasticità delle domande poste all’autore). Grazie a questo espediente finzionale, lo scrittore ha la possibilità di esprimere, o meglio di esibire, il proprio punto di vista su una serie di questioni che riguardano anzitutto la tecnica narrativa, l’ambiente editoriale e la brama (altrui e propria) di notorietà.

Si sono adoperati gli aggettivi furioso e lucidissimo, che a ben vedere identificano sia la scrittura che la personalità di Céline. Il quale, ancora giovane e sconosciuto, indirizzava all’editore Gallimard missive che presentavano simili passaggi: «Per carità non aggiunga una sola sillaba al testo senza avvertirmi! In un attimo farebbe crollare il ritmo – solo io posso ritrovarlo. Potrò sembrarle uno sprovveduto ma so perfettamente quello che voglio. Non una sillaba. E attenzione anche alla copertina» (da Lettere agli editori, a cura di Martina Cardelli, uscito sempre per Quodlibet nel 2016 e recensito qui).

I Colloqui con il professor Y mostrano un uomo tutto compreso nel ruolo di scrittore, tanto consapevole della straordinarietà del proprio talento (“[…] il linguaggio scritto era a terra, sono io che ho restituito l’emozione al linguaggio scritto!”, p. 29) quanto insofferente verso la mediocritas dei suoi colleghi: “[…] non sono più romanzi quelli che pubblicano, ma tanti compitini!… compitini sarcastici, compitini archeologici, compitini proustici, compitini senza capo né coda, compitini! Compitini nobelici… compitini anti-razzisti! Compitini per piccoli premi! Per grandi premi!… Compitini Pléiade! Compitini!” (pp. 24-5).

Ma in queste pagine c’è di più. L’atteggiamento di Céline, che vezzeggia quasi spudoratamente l’agio e la fama, non segnala una contraddizione: semmai il suo desiderio di essere riconosciuto, ammirato, premiato, da un lato conferma la sua totale schiettezza, che qui si traduce nell’assenza di falsa modestia, mentre dall’altro ne palesa l’incapacità di adottare le maschere sociali della sobrietà e della temperanza, o forse il suo completo disinteresse verso le cosiddette buone maniere.

E allora viene da pensare che la vera scrittura nasce dalla concentrazione assoluta, la quale esclude non solo ogni distrazione ma pure ogni posa, ogni modalità comportamentale e comunicativa adottata per una qualche convenienza. E così, al termine della lettura dei roventi Colloqui con il professor Y, ci viene restituita l’immagine di Céline come uomo per così dire fuori dal mondo – se inteso come insieme di codici convenzionali utili a garantirsi riconoscibilità e riparo – ma pienamente dentro la scrittura; che è, o dovrebbe essere, proprio un’uscita dal mondo: “[…] le opinioni degli uomini non contano un fico! dissertazioni! bolle di sapone! troiate!… puaah! conta solo la cosa in sé! l’oggetto! capito? l’oggetto! è riuscito? non è riuscito?… per la madonna! e il resto? accademismo!… mondanità!” (p. 41).

 
 
 

Un uomo che dorme

 
 
 
 

Dopo la prima edizione del 2009, nel giugno 2020 viene ristampato, sempre da Quodlibet nella traduzione di Jean Talon, Un uomo che dorme di Georges Perec (del quale su questo blog si è recensito Le cose).

Scritto in seconda persona, come una lunga apostrofe a un anonimo studente di venticinque anni, protagonista della storia, il romanzo è caratterizzato da una curiosa contraddizione: se da un lato si moltiplicano le azioni, si accumulano vorticosamente descrizioni minuziose di percezioni e di gesti, dall’altro pare non accada mai alcunché di emblematico, significativo, esemplare.

“Ma niente è accaduto: nessun miracolo, nessuna esplosione”, p. 141.

Eppure, una tensione silenziosa innerva potentemente le pagine di questo libro, quasi che il senso del racconto fosse semplicemente nel ritmo, nel dispiegamento incessante della vita del protagonista.

Il quale, uscito dalla propria condizione sospesa, sembra risvegliarsi e vedere il mondo:

“Smetti di parlare come un uomo che sogna.

Guarda! Guardali! Migliaia e migliaia di sentinelle silenziose, immobili genti di terra, piantate lungo le banchine, le rive”, pp. 143-144.

Il romanzo pare infatti un percorso dal sonno alla veglia, dall’assenza alla presenza, un viaggio che non conduce il protagonista a particolari conseguimenti, a condizioni speciali, a prestigiose destinazioni, che non comporta per lui acquisizioni di intelligenza né di saggezza, né tantomeno lo accompagna a qualche esperienza estrema di distruzione o difesa di sé: “I disastri non esistono, sono altrove. La più infima catastrofe avrebbe forse potuto salvarti: se avessi perso tutto, avresti almeno avuto qualcosa da difendere, delle parole da dire per convincere e commuovere”, p. 142.

Un cammino tutt’altro che lineare, ciclico piuttosto, dove però non si verificano precise ripetizioni né esatti ritorni: se a metà del romanzo lo studente raggiunge una condizione di distacco dal mondo, che tuttavia ancora costituisce un luogo privilegiato e del tutto personale in cui annegare, il rifugio in un’uguaglianza indifferente e pacificata con le cose e i viventi, nel finale invece il giovane sperimenterà la vertigine della realtà senza più filtri, la semplicità di non essere, in qualche modo, speciale. Di essere unicamente esposto alla vita presente. Una condizione che pare molto più intensa, precisa e indicibile di un'”esposizione generale ai fenomeni esterni”, come sottolinea Gianni Celati nella postfazione.

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Come si sta al mondo

 
 
 
 

La figura intorno a cui ruota l’intenso romanzo di Davide Martirani, Come si sta al mondo (Quodlibet 2018), è Maria, una ragazza che ha paura.

Della vita, di stare al mondo. Una donna che cerca il proprio posto, purché riparato; che vorrebbe per sé un luogo e un tempo di tregua.

Perché la vita è anche volontà di affermazione e di potere sugli altri. La vita, in questo senso, è violenta e prenderne parte è assumere su di sé la colpa di esserci.

Maria abita con l’anziana signora De Siervo, della quale si occupa, in una grande città italiana mai nominata. Conduce un’esistenza appartata, interrotta soltanto dai pranzi domenicali con la madre Natalia e dal servizio nella chiesa del quartiere, una volta a settimana, durante il giorno di riposo.

Ecco come il narratore dà voce allo sguardo di Maria davanti alla donna che assiste: “Tutti i suoi gesti avevano qualcosa di abominevole, una sorta di candore infantile reso ripugnante dalla determinazione che vi si leggeva sotto, quella volontà sorda e inflessibile di accomodare la realtà al proprio desiderio che tutti i viventi condividono, e che in lei si manifestava indecente, crollato con la vecchiaia lo schermo opposto dall’educazione” (p. 19).

Le acute e sottili percezioni della protagonista non si trasformano in azioni, sono in ogni caso schiacciate in una vita anonima, sebbene turbata da un segreto inconfessabile: da quando è bambina Maria avverte infatti la presenza del diavolo.

“[…] a un certo punto si accorge di un odore strano che le entra nella testa dal naso e invece di perdersi rimane lì e si agita e sbatte, e poi è come se le colasse dagli occhi coprendoli tutti e la chiesa si tinge di un giallo ammalato dove le persone sono macchie nere simili a mosche” (p. 16).

Tuttavia, si tratta di un’esperienza che – seppur ogni volta inedita e sconvolgente – sembra non bastare da sola a produrre dei veri cambiamenti nella sua esistenza: sarà piuttosto l’arrivo in Italia della cugina Roxana a innescare una serie di accadimenti che stravolgeranno la quotidianità della protagonista.

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All’estremo limite

 
 
 

Appare quest’anno per i tipi di Quodlibet nella traduzione finora inedita di Gianni Celati All’estremo limite, romanzo di Joseph Conrad pubblicato per la prima volta in Inghilterra nel 1902.

La trama si dipana attraverso la rappresentazione dei protagonisti: il narratore governa infatti il racconto entrando di volta in volta nell’universo di ciascun personaggio.

Quattro figure spiccano sulle altre nel corso della narrazione.

Emerge fin da principio il dignitoso e fiero Capitan Whalley, un uomo di sessantasette anni con “una specie di aria maestosa” (p. 29) alla guida del piroscafo Sofala: egli che confesserà il segreto che a tutti nasconde al signor Van Wick, il quale ha abbandonato il mare per dedicarsi alle piantagioni di tabacco. Così viene descritto quest’ultimo: “Esigente, abile, lievemente scettico, abituato alla miglior società […], egli aveva una latente cordialità ed una capacità di sintonia con gli altrui sentimenti, dissimulate da una specie di altezzosa, spregiudicata indifferenza di modi derivante dalla sua educazione giovanile, e da un certo non so che nel suo modo di parlare che un nemico avrebbe potuto definire frivolo – come un’eco distorta di lontani fasti d’eleganza”, p. 149.

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