Quodlibet

All’estremo limite

 
 
 

Appare quest’anno per i tipi di Quodlibet nella traduzione finora inedita di Gianni Celati All’estremo limite, romanzo di Joseph Conrad pubblicato per la prima volta in Inghilterra nel 1902.

La trama si dipana attraverso la rappresentazione dei protagonisti: il narratore governa infatti il racconto entrando di volta in volta nell’universo di ciascun personaggio.

Quattro figure spiccano sulle altre nel corso della narrazione.

Emerge fin da principio il dignitoso e fiero Capitan Whalley, un uomo di sessantasette anni con “una specie di aria maestosa” (p. 29) alla guida del piroscafo Sofala: egli che confesserà il segreto che a tutti nasconde al signor Van Wick, il quale ha abbandonato il mare per dedicarsi alle piantagioni di tabacco. Così viene descritto quest’ultimo: “Esigente, abile, lievemente scettico, abituato alla miglior società […], egli aveva una latente cordialità ed una capacità di sintonia con gli altrui sentimenti, dissimulate da una specie di altezzosa, spregiudicata indifferenza di modi derivante dalla sua educazione giovanile, e da un certo non so che nel suo modo di parlare che un nemico avrebbe potuto definire frivolo – come un’eco distorta di lontani fasti d’eleganza”, p. 149.

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Mia madre si chiama Loredana

 
 
 

Prezioso e originale poema in prosa e per immagini che ruota attorno alla figura di una donna, Mia madre si chiama Loredana (Quodlibet 2016) di Stefano Ricci – disegnatore e artista grafico qui anche in veste di scrittore – è composto di brevi sequenze di vita quotidiana, frammenti di discorso, ricordi, descrizioni di fotografie, di disegni e di sogni.

mia-madre-si-chiama-loredana_copertinaUna realtà sempre sospesa sull’ignoto visita la voce narrante, si fa presenza che non si può trattenere, mentre colui che dice, racconta – sebbene in grado di sentire e riferire con esattezza – è solo un testimone, persino delle proprie azioni, come accade in una visione o nella dimensione onirica.

Un sentimento di inappartenenza e di silenziosa gratitudine innerva queste pagine (rendere grazie è cioè volgere l’attenzione a ciò che non previene da noi, riconoscerne l’esistenza e l’unicità): le tavole con le immagini quasi simboliche, dai confini netti eppure riempite di oscurità, si alternano ai capitoli, in cui tutto è detto con sicurezza misericordiosa, distinto chiaramente e concluso – sebbene irrisolto – eppure guardato come sempre sul punto di fluire in qualcos’altro, di diventare altro.

Vita che si moltiplica, tesa e pronta a seguire solo l’ordine del movimento, materia ingovernabile: “Non riesco a chiudere il libro, che si apre continuamente in direzioni diverse, come un rampicante, come una pianta matta”, p. 229.

Ogni parte è solo una breve interruzione di ciò che non può che continuare, ogni parte è immersa in un legame, tutto è invisibilmente collegato.

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Invece no

 
 
 

Il grande scrittore è colui che esce dal mondo.

Chi nel mondo rimane non può interpretare chi è uscito dal mondo: la distanza è incommensurabile. Allora si affanna a decifrarne i segni alla luce delle proprie paure (quelle stesse, umanissime paure che lo trattengono nel mondo).

E così, oggi facciamo a gara a dire quanto insopportabile fosse il carattere di Louis-Ferdinand Céline; quanto egli tiranneggiasse i suoi editori; quanto egli fosse attaccato al denaro.

Senza farci venire il dubbio che l’unica fedeltà assoluta di Céline fosse alla parola: “Per carità non aggiunga una sola sillaba al testo senza avvertirmi! In un attimo farebbe crollare il ritmo – solo io posso ritrovarlo. Potrò sembrarle uno sprovveduto ma so perfettamente quello che voglio. Non una sillaba” (p. 30).cover__id1774_w800_t1478165255__1x-jpg

Nessuna intimità è possibile tra chi esce dal mondo e chi nel mondo rimane. L’unica relazione che possa ancora darsi è, forse, quella commerciale: “Ho in odio tutto ciò che somiglia a intimità, amicizia, cameratismo ecc. È un aspetto della vita che mi disgusta. Su certe cose non si cambia. Mi consideri un eccellente investimento, nulla di più, nulla di meno” (p. 38).

La differenza è che solo chi esce dal mondo fa una scommessa assoluta, si scioglie da ogni altro vincolo, si consuma nella ripetizione del gesto: “Tra me e i miei accusatori c’è un fossato invalicabile, una questione di specie, quasi di genere i miei accusatori sono tutti impiegati – io, no. Gli impiegati cambiano padrone. Hanno sempre un padrone – Io non ho mai avuto padroni – Ho perso tutto in questa spaventosa avventura in cui avevo perso tutto in anticipo” (p. 92; qui e in seguito, corsivo nel testo).

Il rapporto con l’assoluto non fa parte della vita: o coincide con essa o non è. Il rapporto con l’assoluto prevede una dedizione assoluta; non sono contemplabili ripensamenti, imprecisioni: “Sono un maniaco del lavoro scrupoloso. Gli errori io non li capisco. Non li tollero mai, per quel che riguarda me. Odio quello che faccio, ma lo faccio perfettamente, sempre a qualsiasi prezzo e in qualsiasi condizione”, p. 136.

Invece no. I grandi scrittori non escono dal mondo; se è vero che ne abbandonano la superficie, lo fanno per addentrarsi nel suo nucleo più intimo, là dove nasce il ritmo: “I miei libri esistono, sono stati plagiati abbastanza, hanno nutrito un numero sufficiente di presuntuosi copioni per essere mostrati e ammirati e per riconoscerne il non so che la petite musique intorno alla quale i miei imitatori girano a vuoto senza capire”, p. 167.

 
 

(Citazioni tratte da Louis-Ferdinand Céline, Lettere agli editori, a cura di Martina Cardelli, Quodlibet, Macerata 2016).

 
 
 

Quattro novelle sulle apparenze

 
 
 

Apparso per la prima volta nel 1987 presso l’editore Feltrinelli e ripubblicato nel 2016 per i tipi di Quodlibet, il volume raccoglie quattro mirabili racconti di Gianni Celati.

Baratto è la storia di un insegnante di ginnastica che d’un tratto decide di non parlare più, scegliendo un bizzarro mutismo che procura scompiglio e sbalordimento tra chi si imbatte in lui.

quattronovellecelati“Qualcuno avanza questa ipotesi: «Bah, si sarà stancato di dover sempre parlare e rispondere alla gente. È una bella seccatura, se ci pensate bene, dover sempre rispondere quando ti parlano. E invece bisogna sempre rispondere. Io, per me, Baratto l’ammiro»”, p. 21; “Nel cortile della scuola il preside s’è fermato a guardare delle gazze che si levano in volo da un albero, e intanto così ragiona tra sé: «È uno che non si dà pensieri, né pensiero per i pensieri degli altri su di lui. Vuoi vedere che quell’individuo l’ha toccato la grazia?»”, p. 31.

Condizioni di luce sulla via Emilia vede invece protagonista “il dipintore d’insegne Emanuele Menini” (p. 51), dedito a studiare il paesaggio e la luce che caratterizzano nelle diverse stagioni la storica strada dove egli ha a lungo abitato. Il narratore e l’amico Luciano Capelli sono testimoni delle sue ricerche e delle sue intuizioni, su tutte l’osservazione dell’immobilità.

“Un giorno ha detto a Luciano: «I corpi nella luce sentono il loro isolamento, e vorrebbero scappare via come lepri. […] tu prova a guardare l’orizzonte, e poi dimmi se col tremore addosso uno può pensare all’orizzonte e aver voglia di vivere in sua compagnia. Impossibile! Tu vuoi isolamento e sempre più isolamento, anche se sei isolato già un bel po’. E vuoi scappare a chiuderti da qualche parte. È la luce scoppiata che fa quello scherzo, perché ti fa correre. E tu vuoi solo cose presenti, svelte e vivaci ai tuoi occhi, altroché pensare all’orizzonte. Ma ogni cosa presente, se rimane immobile lo vedi subito cos’è. Cos’è?». Luciano non lo sapeva e Menini glielo ha detto: «Un niente nella luce, un niente che viene in luce. Per quello nessuno sopporta l’immobilità, vogliono sempre muoversi, e tutti s’infuriano se qualcosa li blocca»”, p. 69.

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I bei giorni di Aranjuez

 
 
 

I bei giorni di Aranjuez di Peter Handke (Quodlibet 2016, a cura di Alessandra Iadicicco) è un dialogo tra due figure, un uomo e una donna, Fernando e Soledad (che resteranno anonimi fino alle ultime battute), in un’atmosfera di sospensione, di attesa, di preparazione, che si spegne nell’incompleto, nell’incompiuto, dentro un paesaggio naturale ma indefinito.

cop_handke-i_bei_giorni-1Un dialogo governato da regole precise, su tutte l’impossibilità di sfuggire al racconto di sé.

“Un dialogo in cui rispondi solo un «sì» va contro i patti”, p. 49; “Una battuta del dialogo ridotta solo a un «no» va contro i nostri patti”, p. 50.

Tuttavia si tratta di una conversazione fatta unicamente di parole, di immagini suggerite, chiare e sfocate al contempo, mentre fuori imperversa l’estate, una stagione di vita immobile e di solitudine senza scampo: “Ehi, niente azione! Non si era forse pensato così? Nessuna azione – nient’altro che dialogo”, p. 69; “Nessuna pena qui, ti prego. Per favore, niente angoscia, niente cruccio”, p. 70.

Poco si sa dei due personaggi: “Entrambi indossano sobri vestiti estivi, la donna piuttosto chiari, l’uomo invece più scuri, senza tempo, tanto l’uno quanto l’altra”, corsivi nel testo, p. 9.

Le voci seguono un ritmico oscillare tra l’esterno dell’ambiente e l’interno della storia, tra il ricordo e il presente, l’individuale e l’universale, il corpo e il paesaggio. Il lettore assiste a un flusso, talvolta consistente in un monologo, talaltra in un canto a due voci, che si interrompe e si ripete, avvicinandosi e allontanandosi dal tema principale, l’amore.

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