Paolo Zardi

La carne

 
 
 
 

In un futuro prossimo o in un presente alternativo al nostro (o più probabilmente nella desolazione della contemporaneità, presentata sotto forma di allegoria) è ambientato La carne, romanzo di Cristò dato alle stampe da Neo Edizioni nel novembre del 2020. Il libro, già uscito nel 2016 per Intermezzi, non passò inosservato nella trasversale categoria dei cosiddetti lettori forti: ebbe sostenitori entusiastici, tra i quali lo scrittore Paolo Zardi, che oggi firma la postfazione.

Con La Carne siamo in effetti di fronte a un’opera che, se si dovesse scegliere un solo aggettivo per definirla, chiameremmo diversa. Diversa da ciò che càpita di leggere abitualmente, almeno in questi ultimi anni, soprattutto per quanto riguarda la prospettiva; come se il romanzo fosse il resoconto delle cose del mondo filtrate da una costante alterazione senso-percettiva, o un carotaggio della realtà effettuato tramite campionamenti insoliti per coordinate e profondità di scavo.

Tuttavia, il sicuro governo della lingua e la compattezza (e completezza) dell’immaginazione preservano un’opera così inusuale dal rischio dello sperimentalismo o dell’eccentricità gratuiti.

La carne, dunque. Il cui protagonista e io narrante è un signore quasi ottantunenne, che ricorda di continuo – ma forse senza eccessiva nostalgia – il “mondo com’era quando avevo otto anni” (p. 8). Frequentatore di cinema porno, è accudito dalla badante Marisa e riceve le visite del nipote Giulio. Parallelamente alla sua vicenda ci viene presentata quella del dottor Tancredi, marito di Luisa; è un personaggio che pare quasi inventato dallo stesso protagonista, non solo perché per sua bocca ne seguiamo le mosse, ma pure perché all’inizio della storia il narratore ne segnala l’ingresso in scena e la natura finzionale, avvalorata da una scelta onomastica magniloquente: “Il dottore della mia storia, invece, comincia a indagare. Lui ha il nome di un eroe. Il nome di un’opera lirica, un nome drammatico. Potrebbe essere Ernani o Tancredi. Ecco: Tancredi mi sembra meglio” (p. 8).

L’anziano e il dottore si troveranno – da angolazioni, con sentimenti e reazioni differenti – a dover affrontare un mondo sempre più inconoscibile. Un mondo in cui i pazienti di Tancredi “arrivano uno dopo l’altro e tutti hanno un foglio scritto in piena notte e tutti i fogli parlano di un sacco di cose”, come se l’identità di ciascuno, non più bastevole o magari non più necessaria, si disgregasse e parcellizzasse.

Non solo. È il diaframma stesso tra vita e morte a essere abolito: gli umani si trovano infatti a dover coabitare con una quantità di zombi del tutto innocui (anzi, perseguitati da gruppi di umani organizzati in ronde), contraddistinti da un’insaziabile fame di carne e dall’assenza di qualunque altra pulsione.

Questi esseri disumani continuano a moltiplicarsi, contagiando anche le persone più prossime ai due protagonisti (e pure i protagonisti medesimi?). Non per brama di conquista del pianeta ma piuttosto perché – paradossalmente – sono gli stessi umani, pur consapevoli che basti il minimo contatto fisico con gli zombi per contaminarsi, a non sapersi sottrarre a questo processo che sembra irrimediabile.

E così, a essere ribaltato è anche il più atavico dei nostri terrori, quello della fine: ne La carne “la maggior parte della gente ha paura di non morire” (p. 62).

Si resisterà qui alla tentazione di proporre interpretazioni metaforiche di un romanzo che indaga biografie e psicologie dei due personaggi principali, specie quelle del narratore, segnato da un episodio occorso quando aveva dieci anni e che sarà richiamato in più punti del testo, sino a fornire una possibile lettura circolare dell’opera.

Eppure, confortati dalle parole pronunciate proprio dall’io narrante, si può dire che la minaccia di trasformazione in zombi (e dunque di perdita del controllo sulla propria esistenza) somiglia al punto, sospeso sull’esistenza di chiunque, in cui “il mondo si sgretola all’improvviso. Per me è successo il giorno del mio decimo compleanno, ma me ne sono reso conto qualche anno dopo” (p. 116).

La distanza tra l’evento traumatico e la presa di coscienza del suo valore di discrimine è un particolare davvero non trascurabile: perché la sensazione provata durante la lettura de La carne è stata quella di trovarsi di fronte a un’umanità senza direzione, preda di pura istintualità, stanca e profondamente immalinconita, quasi ignara di sé, immersa in quella che Giorgio Caproni definì “disperazione calma, senza sgomento”.

 
 
 

L’invenzione degli animali

 
 
 
 

In un futuro prossimo, un gruppo di brillanti neolaureati viene assunto dalla Ki-Kowy, azienda ricchissima, capillarmente estesa, una “rete mobile, mutevole, cangiante, adattiva, predittiva, a maglie larghe, autoimplementativa, capace di ripararsi da sola, di evolvere secondo le caratteristiche dei suoi singoli nodi e quelle del mondo con il quale interagiamo”, p. 13.

In una delle principali divisioni della Ki-Kowy, il cui personale si occupa di ibridazione genetica, lavora Lucia Franti, protagonista de L’invenzione degli animali, romanzo di Paolo Zardi uscito nel settembre del 2019 per Chiarelettere.

Il lavoro di Lucia consiste, in poche parole, nell’allevare animali che hanno al loro interno organi umani, quindi potenzialmente utilizzabili per i trapianti. Ma cosa si prefigge davvero la Ki-Kowy? Garantire un futuro migliore all’uomo? O perseguire l’antico e folle sogno dell’immortalità? E quali i rischi, etici prima che biologici, intorno a una simile prospettiva scientifica?

L’ambiente in cui si svolge gran parte della vicenda – una Parigi non priva di ambienti lussuosi ma nel contempo controllata dai droni e assediata da bande di rivoltosi – è segnale di un mondo incoerente, socialmente squilibrato, dominato dall’individualismo; un ambiente, dunque, in cui i tentativi di mantenimento di un dignitoso grado di civiltà, di umanità, possono corrispondere solo a scatti individuali. Anche la dimensione amorosa, nel romanzo rappresentata dal rapporto tra Lucia e il nordirlandese Patrick, fidanzato e collega, è resa instabile dalle differenti psicologie e ambizioni dei due. Nonostante i momenti di intimità, il loro rapporto è attraversato da una sottile assenza di autentico abbandono, di autentica fiducia, che porterà la ragazza a dubitare addirittura della natura umana di lui: “A volte, parlando con Patrick, aveva l’impressione che lui potesse essere davvero un’invenzione di uno dei loro laboratori. Cosa distingueva un umano da un robot? E un animale da un umano? […] Avrebbe [Patrick, n.d.r.] passato il test di Turing senza alcun problema, ma a volte, mentre lo ascoltava, oppure quando lo guardava di nascosto scrivere un documento di lavoro o discutere per dieci minuti con un ciclista che gli aveva tagliato la strada, non riusciva a immaginare quali fossero i suoi pensieri: cosa sognasse, come avesse costruito la propria identità”, pp. 170-1.

Insomma, Lucia Franti è fondamentalmente sola col proprio acume e la propria curiosità. Acume e curiosità vieppiù stimolati dopo la morte di una cavia, che ingenererà comportamenti imprevisti negli altri animali, e una serie di conseguenze che danno alla seconda parte dell’opera un’atmosfera da thriller.

Più a fondo Lucia indagherà, aiutata da pochi e coraggiosi colleghi, più le vere finalità della Ki-Kowy saranno disvelate. Ma soprattutto, più la ragazza cercherà una risposta univoca e certa alle sue domande, più le si spalancheranno questioni morali complesse e, forse, per loro natura irrisolvibili: esiste il libero arbitrio, e qual è il suo limite? Gli animali hanno una coscienza? Fin dove è eticamente corretto progredire nelle scoperte scientifiche? E fino a che punto l’uomo può plasmare il mondo, illudendosi che esso sia apparecchiato a proprio uso e consumo?

“Sarebbero serviti anni di studio e di osservazioni sul campo per capire se gli animali del Pianeta [l’enorme zoo della Ki-Kowy in cui vivono gli animali ibridati con l’uomo, n.d.r.] stavano effettivamente parlando; se dentro di loro, nelle volute del cervello, in qualche anfratto della mente, esistesse quella capacità tutta umana di costruire grammatiche a partire dai suoni; ma lo scopo di quel gigantesco laboratorio era allevare bestie a cui togliere gli organi, e non capire in che momento, e sotto quali condizioni, nasceva la mente umana”, p. 216, corsivo nel testo.

Allora nel titolo del romanzo di Zardi si può individuare tanto un genitivo oggettivo (l’uomo che, paradossalmente, inventa nuovi animali in laboratorio) quanto un genitivo soggettivo: non solo per via di un’invenzione che faranno proprio gli animali (e che qui tacciamo) ma anche per il continuo inventare – per il continuo ricorso alla tecnica, alla tecnologia – da parte dell’animale uomo, all’inesausta ricerca di quel gesto che sappia sopravanzare la natura, annullare la morte.

 
 
 

XXI secolo

 
 
 

Uscito nel marzo del 2015 per i tipi di Neo Edizioni, XXI secolo di Paolo Zardi narra la storia di due corpi agonizzanti.

Il primo dei due corpi ci viene presentato ex abrupto nelle battute iniziali del libro: “Sua moglie era entrata in coma nel tardo pomeriggio di un giovedì di marzo, mentre lui era fuori e i figli stavano tornando da scuola”, p. 9.

Zardi non è nuovo a indagare il corpo come limite, come zona di confine tra il conoscibile (l’amministrabile, il dominabile, il manipolabile) e l’inconoscibile: non a caso, nei suoi precedenti lavori i due ambiti di maggiore interesse sembrano essere la sessualità e, appunto, la malattia; ambiti nei quali il corpo, da strumento di conoscenza, diventa esso stesso poco o nulla conosciuto, poco o nulla governabile.XXI secolo - Paolo Zardi - cover

Qui, l’improvviso stato comatoso di Eleonore, la moglie del protagonista, sarà solo uno degli accadimenti che ribalteranno di colpo le categorie del noto e dell’ignoto. Succederà inoltre che il marito, frugando tra la biancheria di lei, troverà un telefono cellulare. “Fu così che scoprì che Eleonore aveva un amante”, p. 47.

Dicevamo dell’agonia di due corpi. Se il primo, in una dimensione assai intima, è quello di Eleonore, il secondo sarà nientemeno che l’Occidente tutto. Ci troviamo in un futuro prossimo (“Anche se non ancora a metà, il ventunesimo era già candidato a diventare il secolo più merdoso della storia”, p. 44) eppure lontano, apocalittico. Paesaggi e uomini appaiono smorti, quasi una pallida memoria biologica. La vita è ridotta a una lotta per la sopravvivenza; l’evasione da ogni senso morale ha come corrispettivo ambientale una metropoli oscura, spettrale, gotica.

Se la descrizione di un simile scenario (debitrice de La strada di Cormac McCarthy?) restituisce forse alcuni passaggi tra i più deboli – più di maniera, meno appassionanti – del romanzo, è invece davvero interessante notare come Paolo Zardi sappia mostrare per via indiretta il decadimento della civiltà occidentale. Lo fa semplicemente inserendo nel pathos della narrazione vere e proprie, chiamiamole così, citazioni della contemporaneità: dal nome di materiali di larghissimo impiego (“Gliela fece vedere da lontano, attraverso un oblò incastonato su una porta in PVC”, p. 22) a termini propri del cosiddetto aziendalese (“Lui, invece, cercava di ottimizzare il pelo stopposo che gli cresceva in testa”, p. 25), per giungere sino a una sorta di macabro omaggio a un luogo di culto occidentale per gli acquisti domestici low cost: “Al telegiornale c’erano notizie nuove: una ragazza aveva fatto lo scalpo a una coetanea, colpevole d’aver insidiato il suo fidanzato. Aveva usato un coltello da cucina comprato, poco prima, all’Ikea per 12 euro e 90”, p. 135. (altro…)

La vita sobria

 
 
 

Pubblicato da Neo nell’ottobre 2014, il volume a cura di Graziano Dell’Anna raccoglie dieci racconti (ciascuno firmato da uno scrittore italiano vivente) tra loro accomunati dalla presenza dell’alcol.

Apre il libro Jet lag di Claudia Durastanti. In queste pagine una cantante famosa con un passato da alcolista, quasi in una confessione, ripercorre la propria storia, il rapporto con i genitori, gli amori e le amicizie (“Mi sono innamorata di un uomo che non beveva, una volta. […] Per un po’, grazie a lui, ho avuto la pelle liscia e lo stomaco piatto, un carattere migliore. Non sono una di quelle donne che perdono carisma quando sono sobrie, l’alcol non mi ha restituito niente che non avessi già”, p. 14).

copertina_la_vita_sobria.inddIn Limoncello di Gianni Solla le differenti prospettive di tre personaggi, Renato, Giuseppe e Helena, che lavorano a diverso titolo nella stessa azienda produttrice di limoncello, “Sorrento Dream” (p. 26), rivelano con lucidità la natura brutale dei rapporti tra le figure e mostrano fino a dove può spingersi la disperazione e la miseria umana.

In Gli eroi perfetti di Fabio Viola una birra di troppo pare impedire defintivamente a Nicola e Claudia, una coppia di sposi, di vivere insieme la felicità sessuale (“Nel frigo c’era solo una lattina di birra aperta e varie bottiglie di Evian. Si versò la birra nel bicchiere che aveva lasciato nel lavello e la bevve appoggiato al davanzale della finestra”, p. 49).

Alessandro Turati in Sogni andati a male affida la voce a un giovane trentenne, grande bevitore, che racconta le proprie esperienze surreali e i rapporti tragicomici con le figure della sua vita, la nonna Irene Adele Gagliardi, la fidanzata Irene e la scimmia Adele (“Ho iniziato a bere a tredici anni nascondendomi nei cimiteri la notte. Inizialmente ci andavo coi miei amici, poi ho litigato con tutti perché mi sembrava di investire molto più di loro in alcolici e ho iniziato ad andarci da solo. Da questo fatto ho preso l’abitudine a bere di nascosto e da solo, il che mi faceva aprire armadi nella testa che pensavo di non avere”, p. 57).

Bere una bottiglia di vino nel multiverso di Francesco Pacifico ripropone quattro versioni possibili di una medesima situazione, l’incontro del protagonista con un’amica (“Poi mi ritrovo a bere Shiraz rosso in un locale nuovo del quartiere con Maria, che ha il suo borioso cappotto grigio con le maniche a sbuffo e il cappuccio largo fino a tutte le spalle, ma sotto un vestito nero lungo fino al ginocchio con bottoncini, e le calze grigie a coste”, p. 67).

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