Paolo Nori

Viburno rosso

 
 
 
 

Viburno rosso è la rielaborazione narrativa della sceneggiatura scritta da Vasilij Šukšin per l’omonimo film del 1974, nel quale lo stesso Šukšin è stato anche regista e attore.

Uscito nel novembre del 2021 per Marcos y Marcos a cura (e con un’introduzione) di Paolo Nori, Viburno Rosso è stato tradotto da Sara Aimone, Marta Arnesano, Diletta Bacci, Lucia Cervellino e Carlotta Pezzoni, nell’ambito del corso di Traduzione editoriale narrativa e saggistica della facoltà di Interpretariato e traduzione del Dipartimento di studi umanistici della Iulm di Milano.

La trama del già esile romanzo (centoventi pagine) è davvero esigua: Egor Prokudin, dopo cinque anni di prigione, torna a trovare la sua Ljuba. Che abita in campagna, assieme agli anziani genitori, in una grande casa divisa in due parti; l’altra è occupata dal fratello di Ljuba, Petro, e dalla sua famiglia.

Egor, una volta fuori dal carcere, trascorre furiosi giorni, preso tra la volontà di riabbracciare più vita possibile e l’impossibilità di prendere definitivamente le distanze dal mondo del crimine.

Viburno rossoQuesta ambiguità non è casuale. L’originalità e la forza di Viburno rosso stanno proprio nella presentazione di un protagonista che non sa agire a seconda delle norme della legge, siano esse quelle dei codici o quelle della morale. Egor Prokudin è affamato di realtà, che affronta senza mai curarsi delle conseguenze. Ogni gesto di Egor mette a repentaglio la sua reputazione, quando non lo espone a rischi (anche mortali).

Incapace di calcoli e di strategie, il protagonista assume fin da subito il ruolo di eroe atipico, vocato ai proclami e ai gesti assoluti, dunque massimamente tragico e – di conseguenza – massimamente comico.

Appena rilasciato, ad esempio, Egor Prokudin chiede un passaggio, ed ecco come si rivolge al giovane autista: “«Vedi, ragazzino, se vivessi tre vite, una la passerei in prigione, l’altra la darei a te, e la terza la vivrei come mi pare a me. Ma dato che ne ho una, ora, ovviamente, sono contento. E tu sei capace di essere contento?»” (p. 18).

Il mondo viene accolto nella sua interezza, senza distinzioni tra essenziale e superfluo. E così Egor si perde in dialoghi su argomenti all’apparenza oziosi, ma nei quali versa ogni energia, come se fosse sempre capace di dedicare la piena concentrazione al momento presente, a prescindere da ciò che esso gli offre.

Le emozioni, poi, sono esibite in tutta la loro violenza e contraddittorietà. Coerenza e accettabilità sociale non sono mai tra le preoccupazioni di Egor Prokudin: “«Non vorrei mentire, Ljuba» cominciò a dire convinto. «Per tutta la vita mi è toccato mentire in modo orribile… Certo, mento, ma da ciò deriva… solo una vita difficile. Mento e disprezzo me stesso. E ho voglia di distruggere completamente la mia vita, in mille pezzi. Ma in allegria, e, se si può, con la vodka»” (pp. 67-8).

Ciò che Egor dice e fa, più che provenire dal ragionamento (che, di norma, dovrebbe collocare frasi e azioni all’interno di un percorso esistenziale coerente), pare sgorgare dalla vita stessa, dal suo casuale farsi e disfarsi: “«Sto parlando in modo incomprensibile? Sì perché io parlo come un signorino, e mi vergogno delle mie stesse parole!» Egor si arrabbiò seriamente con sé stesso. E iniziò a far uscire i suoi pensieri senza freni, con cattiveria e ad alta voce, come se davanti a lui stesse una folla di dissenzienti. «Ecco voi tutti mi avete preso per un coglione, che ha trecento rubli e li butta via per niente. Ma oggi io vi amo, vi amo tutti quanti! Oggi sono tenero, come l’ultimissima… come la mucca quando fa i vitellini»” (p. 79).

Egor Prokudin, insomma, consuma i propri giorni forse come un animale o forse come un santo, se è vero che animali e santi non si proteggono, si offrono concavi alla vita qualunque cosa essa porti, e della vita prendono i colpi, uno dopo l’altro, sino all’ultimo, che dalla vita allontana per sempre.
 
 
(Claudio Bagnasco)

 
 

Siamo buoni se siamo buoni

 
 
 

Ermanno Baistrocchi, ex editore di successo scampato a un serio incidente (“sono stato morto” si legge in diverse pagine del libro), oggi scrittore che gode di una certa fama grazie al romanzo La banda del formaggio (che l’editore di Baistrocchi avrebbe dovuto pubblicare dopo la sua morte e che invece dà alle stampe durante la sua degenza), padre di Daguntaj (“che significa, in parmigiano, «dacci un taglio»”, p. 17), separato da Emma, della quale per tutta la narrazione auspica il ritorno, è il protagonista di Siamo buoni se siamo buoni, romanzo di Paolo Nori uscito il 9 ottobre per Marcos y Marcos.

Nori ci ha abituati a uno stile riconoscibilissimo e inimitabile: ogni suo testo, a prescindere dall’ampiezza e dall’occasione per la quale è stato redatto, è non tanto un monologo interiore, quanto piuttosto la trascrizione di un ininterrotto monologo tout court, che del discorso orale ha tutte le caratteristiche: ripetizioni, correzioni o precisazioni di quanto già detto, intercalari, divagazioni, salti temporali, spaziali e logici, repentini cambiamenti di tono e di atmosfera, stilemi del linguaggio colloquiale (come, tra i molti esempi possibili, il che polivalente).

In Siamo buoni se siamo buoni c’è poi una massiccia presenza di quelle forme che in linguistica testuale prendono il nome di deissi testuali, ossia i momenti nei quali il testo fa riferimento a se stesso: “Non sono sicuro di aver detto cosa eravamo andati lì in Africa a fare”, p. 147; “devo averlo anche già scritto”, p. 155.Siamo buoni se siamo buoni

Ma se questo romanzo ha uno stretto legame con la realtà, è anche (se non soprattutto) per motivi che vanno al di là di questi aspetti formali. Per quanto stolido sia istituire collegamenti tra un autore e un’opera, nel caso specifico di Siamo buoni se siamo buoni sarebbe ottuso non rinvenire le profonde analogie tra il protagonista, Ermanno Baistrocchi, e l’autore, Paolo Nori. Intanto, le vicende biografiche: Nori ha avuto un grave incidente nello stesso giorno in cui lo ha avuto Baistrocchi; è l’autore de La banda del formaggio; codirige un’interessante casa editrice di libri digitali; e come Baistrocchi è nato a Parma, residente a Casalecchio di Reno ed esperto (nonché appassionato) di letteratura russa.

Se con le coincidenze biografiche, per non peccare di invadenza, è bene fermarsi qui, va notato che nel libro sono riportati addirittura stralci di interventi, scritti od orali, che Paolo Nori presta a Ermanno Baistrocchi: una rapida ricerca su Internet è stata sufficiente, ad esempio, per scoprire che il breve discorso tenuto da Nori sul palco del Concerto del Primo Maggio del 2013 appare quasi integralmente nel volume (pp. 81-83). (altro…)