NN editore

Lei che non tocca mai terra

 

 

Miriam è la protagonista del secondo romanzo di Andrea Donaera, Lei che non tocca mai terra, edito da NN (2021). Prima di essere una metafora di levità e distacco dal mondo, il titolo descrive letteralmente lo stato della ragazza: in coma, allettata nella sua casa di Gallipoli dopo essere stata investita. A farle visita ogni giorno, a parlarle, è Andrea, un ragazzo conosciuto poco prima dell’incidente, con la vita segnata dal suicidio del padre: “Quando mio padre ha sparato è successo che il proiettile ha fatto molti buchi: uno è nell’anima di mia madre – un altro nella mia testa” (p. 35).Lei che non tocca mai terra

Ma Andrea non è il solo a parlarle. Intorno al letto si avvicendano la madre di Miriam, Mara, il padre Lucio, sindaco della cittadina pugliese, e Gabry, amica stretta che le invia messaggi vocali da Bologna, dove si è trasferita.

Comunicano con lei perché serve al processo di guarigione: “C’è una dottoressa. Dice che fa bene, se parliamo. È una terapia, dice. Si chiama talking cure” spiega Andrea (p. 38). Così tutti si confidano, raccontano. E su quel letto, per proiezione, sembrano stendersi i personaggi in una seduta di psicanalisi in cui emergono i conflitti familiari, fra Mara e suo marito nonché fra madre e figlia, e i traumi del passato comune.

Al centro dei drammi narrati c’è la figura di Papa Nanni, santone ed esorcista, fratello di Lucio. A portarci al suo cospetto è Andrea, che suona il tamburello durante i riti di liberazione dal Maligno e che in lui ha trovato una figura paterna, una guida per elaborare la presenza del Male nella vita umana. Male di cui Papa Nanni ha una concezione dogmatica, manichea, che adesso applica alla relazione fra il ragazzo e Miriam: “Ho detto che quella ragazza ha il Male dentro. Ho detto che io non posso permettere che il Male infetti il mondo. Perché sono stato mandato da Dio proprio per combatterlo, il Male.”  (p. 20)

I fatti narrati, concentrati nell’arco di una settimana, si dipanano attraverso le voci in prima persona dei personaggi che costruiscono pagina dopo pagina un romanzo corale dalla prosa paratattica, rapida, dotata di grande immediatezza espressiva e molto vicina al parlato, da cui mutua anche inflessioni dialettali (Lucio è il personaggio più connotato in questo senso).

La mimesi del parlato lascia però spazio a momenti di lirismo, soprattutto nella voce di Miriam, che col suo incedere spezzato, incerto, nella dissolvenza della coscienza in coma, trasforma interi segmenti di testo in veri e propri componimenti poetici. Non a caso, la poesia è un elemento centrale nell’identità di entrambi i protagonisti: un verso di Se mi emoziona di Michele Mari racchiude il loro desiderio di vivere insieme, Argonauta con sirena di Antonio Riccardi, acquistato dalla ragazza nel negozio sotto casa di Andrea, li spingerà al primo incontro, i versi di Biografia sommaria di Milo de Angelis segnano i momenti cruciali della loro storia, Andrea legge a sua madre La ragazza Carla di Elio Pagliarani per riscuoterla dal torpore in cui è caduta.

Lungo tutto il testo c’è un’attenzione evidente alle strutture sintattiche, alle singole frasi o parole che, isolate e ripetute, creano un crescendo emotivo nella narrazione (si pensi alle anafore, “Hanno detto che aveva contusioni […] Hanno detto che aveva pure segni […] Hanno detto che […] Hanno detto che è strano […] Hanno chiesto”, p. 146; alle enumerazioni, “L’asfalto, il fango e il nevischio, la terra nera, il vento, i rami, gli ulivi, il fango, i tuoi passi, il rumore del vento, la spina dorsale”, p.14 o all’uso del polisindeto “E ho pianto, certo che ho pianto. E lì c’era una specie di leggio […] E allora ho preso una candela […] e l’ho avvicinata […] E gli ho dato fuoco”, p.144).

Tali registri, come già visto nel libro di esordio di Donaera, Io sono la bestia (NN editore, 2019), si mescolano con naturalezza al flusso del parlato e convivono con l’ambientazione gotica a base di magia, violenza e morte; una favola nera in cui il santuario di Papa Nanni “sale dalle viscere del terreno, in mezzo a un uliveto immenso, come le case delle streghe nei boschi delle favole” (p. 73) e Miriam viene più volte definita “bella addormentata”.

La presenza del Sud magico, da questo punto di vista, gioca un ruolo decisivo: esorcismi, maledizioni, il tamburello intriso di olio santo e la scopa di saggina benedetta. Ma attenzione: non si tratta di decorazioni o effetti impressionistici. La magia è radicata nelle relazioni in atto nella storia: Papa Nanni esercita una sorta di incantesimo sui personaggi con cui interagisce e gli effetti sono quelli tipici della fascinazione meridionale. Il meccanismo, scomodando le pagine di Ernesto Di Martino, è quello noto di “Una condizione psichica di impedimento e di inibizione, e al tempo stesso un senso di dominazione, un essere agito da una forza altrettanto potente quanto occulta, che lascia senza margine l’autonomia della persona, la sua capacità di decisione e di scelta” (Sud e magia, Feltrinelli, p. 15).

Proprio il libero arbitrio è il nemico principale di Papa Nanni, che punta alla spersonalizzazione dei suoi discepoli, all’annichilimento delle loro individualità: si guardi al commento del santone riguardo al tentato suicidio di Andrea dopo la morte del padre, “Papa Nanni dice che questo è successo perché ho reso la morte di mio padre esemplare, senza comprenderla per quello che invece è stata davvero: un’ennesima tragedia causata dal libero arbitrio” (p. 130), all’annientamento del ragazzo durante gli esorcismi, “Mi serve quella specie di sparizione che riesco a ottenere quando mi metto a suonare per bene, che sembra che non c’è niente, soltanto io, le mani, il suono, e un niente, un niente bello che ci starei dentro per sempre” (p. 167), al giudizio di Gabry riguardo ai riti celebrati in paese: “Per lei era una delle tante caratteristiche senza forma e senza volto del paese di merda” (p. 93) o, infine, al vuoto in cui sembrano caduti molti personaggi: ”Mia madre è malata di vuoto” (p. 35) dice Andrea e, descrivendo quella di Miriam, “E poi guarda me, gli occhi mò senza spavento: vuoti, ora, come quelli di mia madre” (p. 107).

Il meccanismo dell’essere-agito-da e la conseguente perdita di identità, dovuti non solo alla condizione post-traumatica in cui vivono i personaggi ma ai meccanismi fascinatori messi in atto dal santone, sono un elemento strutturale del testo. E il percorso tracciato dai protagonisti è proprio quello di una liberazione, una conquista di autonomia dal malamore, dal malesangue che infetta la loro vita sotto l’influenza di Papa Nanni.

Come già accaduto nel romanzo d’esordio, anche in Lei che non tocca mai terra Donaera costruisce un testo dall’incedere rabbioso, fulminante, una prosa poetica dotata a un tempo di grazia e ferocia in cui i personaggi, seppur coinvolti in fatti di assoluta crudezza, sono capaci di mettere a nudo la propria profondità psicologica e umana.

 

(Agostino Bimbo)

 

La strada di casa

 
 
 
 

Forse, come scrive il bravo traduttore Fabio Cremonesi nella nota finale, La strada di casa di Kent Haruf (uscito per NN Editore nel giugno del 2020) è anche un libro sulla giustizia, o meglio sulla distanza tra la giustizia legale e quella morale.

Ma il romanzo, così come le altre opere di questo straordinario narratore statunitense (qui e qui le nostre recensioni ad altri due suoi volumi), pare piuttosto un’ulteriore riflessione dolente sulle peculiarità e i limiti della natura umana. Nella vicenda si incrociano la biografia del narratore, Pat Arbuckle, e quella di Jack Burdette, legati da antica amicizia. Ma se Arbuckle, direttore dell’Holt Mercury (perché è nuovamente nella contea di Holt che si svolgono i fatti), è uomo mite e generoso, Burdette sin dalla giovinezza si dimostrerà riottoso a ogni disciplina, narcisista, prepotente, sordo a qualunque ragione che non sia quella dei suoi impulsi, e indifferente a qualunque azione o progetto che non contempli il soddisfacimento di un qualche suo interesse.

La storia inizia col ritorno di Jack Burdette ad Holt, siamo nel novembre del 1985, e prosegue con una lunga retrospettiva sulla sua vita: l’infanzia e l’adolescenza (tra amori e bravate), l’elezione a direttore dei silos della cooperativa degli agricoltori, una serie di peripezie che lo porteranno a fidanzarsi con Wanda Jo, a sposare Jessie e successivamente lo costringeranno a lasciare Holt.

Proprio la bella e tenace Jessie fungerà da punto di contatto tra il narratore e Burdette, e sarà in qualche modo la causa del sorprendente finale, che coincide temporalmente con le pagine iniziali, e cioè con l’inopinata presenza di Burdette a Holt dopo otto anni di assenza del tutto simili a una fuga.

Nulla si dirà della trama, per una volta lontana dagli stilemi di Haruf poiché piuttosto ricca di accadimenti e culminante in un colpo di scena. Ciò che ancora una volta sorprende è la capacità dell’autore di indagare l’animo umano non attraverso l’analisi pedissequa delle caratteristiche psicologiche né esibendo il loro declinarsi in azioni e reazioni; Kent Haruf anziché il pieno mostra al lettore il vuoto che informa di sé le personalità e di conseguenza i rapporti, ossia la quota di illeggibilità (agli occhi altrui ma anche agli stessi propri) che dà vita all’imprevedibile, all’incalcolabile, che mette in scacco ogni ipotesi di causalità.

È in questo senso emblematica l’oscura e vividissima figura di Jack Burdette, che non si muove seguendo alcuna traiettoria esistenziale, bensì dominato dal puro istinto.

Ed emblematico è anche lo stile di Haruf, il suo ritmo incline all’indugio, in una sorta di sintonia misericordiosa con i suoi personaggi, consapevoli dell’impossibile coincidenza tra aspettative e destino, dunque pervasi da un fatalismo che li induce a concentrarsi soltanto sul tempo presente, dilatato dallo scrittore quanto più possibile, come per celebrare l’unica verità di cui si dispone:

“Guardammo verso il biliardo, dov’era Jack. Stava raccontando un’altra barzelletta o raccontando per l’ennesima volta una delle sue storie, e gli uomini intorno a lui aspettavano la battuta. Pendevano dalle sue labbra. Un bar e un pubblico maschile: Jack era nel suo elemento.
Wanda Jo tornò a guardare dalla mia parte e prese ad avvolgersi una cannuccia tra le dita.
Ieri ho visto tua moglie e la tua bambina in Main Street, disse.
Ah, sì?
Sì. Ridimmi come si chiama tua figlia.
Toni.
Toni. Quanto è carina. E aveva un vestitino graziosissimo. Avrei voluto abbracciarla.
Perlomeno ha preso un po’ della bellezza di sua madre. Ma è testarda come un mulo. Magari potresti passare a darci una mano all’ora del sonnellino.
Mi farebbe piacere. Basta che me lo diciate. Era seria. Comunque secondo me siete fortunati.
Dici? Non so, risposi. Perché non mi pareva di essere fortunato. Non per il matrimonio, in ogni caso. Ma di sicuro Wanda Jo voleva dire che ero fortunato a essere padre. Su questo ero d’accordo con lei. Perlomeno a quei tempi lo ero. Toni era ciò che teneva insieme me e Nora.
Spero di avere anch’io dei bambini, osservò Wanda Jo.
Davvero? Le chiesi.
Non pensi che sarei una buona madre?
Ma certo.
Io penso di sì. Solo che si sta facendo tardi. A volte vorrei solo che Jack si sbrigasse a decidersi. Dice che lo farà, ma poi continua a rimandare.
Mi pare tipico suo.
Sai che l’estate scorsa stavamo per sposarci?
No.
Avevo già comprato l’abito e fatto stampare gli inviti. Poi però Jack ha deciso che non era ancora pronto.
Immagino che non lo fosse”, pp. 73-4.

 
 
 

Le nostre anime di notte

 
 
 

“E poi ci fu il giorno in cui Addie Moore fece una telefonata a Louis Waters. Era una sera di maggio, appena prima che facesse buio”, p. 7.

Così inizia Le nostre anime di notte, romanzo postumo di Kent Haruf pubblicato nel febbraio del 2017 da NN Editore, che ha già dato alle stampe la Trilogia della pianura, composta da Benedizione, Canto della pianura e Crepuscolo (quest’ultimo recensito su questo blog); tutti e quattro i volumi sono stati tradotti da Fabio Cremonesi.

Addie e Louis sono due anziani vedovi che abitano in una cittadina del Colorado, Holt. Alla telefonata di Addie seguirà un incontro in casa di Louis, durante il quale la donna – dopo un breve imbarazzo – rivelerà le sue intenzioni: “Mi chiedevo se ti andrebbe qualche volta di venire a dormire da me. […] Non parlo di sesso. […] Credo di aver perso qualsiasi impulso sessuale un sacco di tempo fa. Sto parlando di attraversare la notte insieme. E di starsene al caldo nel letto, come buoni amici. Starsene a letto insieme, e tu ti fermi a dormire. Le notti sono la cosa peggiore, non trovi?”, p. 8.

Louis, il giorno successivo alla richiesta di Addie, accetterà. Assisteremo così a questa insolita e struggente relazione tra due individui carichi di anni ed esperienze che, pacificati più che rassegnati, paiono essersi lasciati alle spalle le ansie della vita, e decideranno di condividere non solo le ore notturne ma anche gli episodi più importanti del proprio passato.

Si confesseranno reciprocamente debolezze, paure, viltà, nonché una non comune attitudine a sopportare la ripetitività dell’esistenza; e non esiteranno a rivangare alcuni momenti drammatici, come la morte dei rispettivi coniugi o, nel caso di Addie, quella di sua figlia Connie.

A Holt non passeranno inosservate le passeggiate serali di Louis verso l’abitazione di Addie, né i suoi rientri mattutini. Ma egli saprà redarguire gli impiccioni con esemplare fermezza e pari compostezza: “L’uomo disse, Vorrei avere la tua energia.
Come mai?
Per stare fuori tutta la notte e averne ancora abbastanza per funzionare il giorno dopo.
Louis lo guardò per un istante.
Sai, disse, ho sempre sentito dire che con te nessuna storia è al sicuro. Ti passa direttamente dalle orecchie alla bocca. Al posto tuo, in una cittadina di queste dimensioni eviterei di farmi la fama del bugiardo, che racconta le cose a modo suo. Una reputazione del genere ti seguirebbe ovunque”, p. 27.

E dopo che Louis racconterà ad Addie la spiacevole intromissione, la reazione di lei testimonierà un disinteresse ancor più sovrano verso il rumore del mondo. Disinteresse che significa anche estraneità alla brama di possesso, come sarà per Louis alla fine del dialogo, quando egli vagheggerà una tenerezza affidata alla vista, il meno prensile dei cinque sensi: “Lo apprezzo. Ma non possono farmi del male. Ho intenzione di godermi le nostre notti insieme. Finché dureranno.
Lui la guardò. Perché dici così? Sembri me l’altro giorno. Non pensi che dureranno? Magari anche per un bel po’?
Spero di sì, rispose lei. Ti ho già detto che non voglio più vivere in quel modo – per gli altri, per quello che pensano, che credono. Non è così che si vive. Non per me, almeno.
Giusto. Vorrei avere il tuo buonsenso. Hai ragione, ovviamente.
Ti è passata adesso?
Ce la sto mettendo tutta.
Vuoi un’altra birra?
No, ma se tu vuoi un altro po’ di vino, sto qui con te mentre lo bevi. Ti guardo e basta”, p. 30.
(altro…)

Crepuscolo

 
 
 

Uscito nel maggio del 2016 per NN Editore nella traduzione di Fabio Cremonesi, Crepuscolo di Kent Haruf chiude la Trilogia della pianura; gli altri due volumi che la compongono, Benedizione e Canto della pianura, sono stati pubblicati dal medesimo editore rispettivamente nel marzo e nel novembre del 2015, benché Benedizione sia l’ultimo della trilogia (NN motiva qui la sua scelta editoriale).

Crepuscolo sorprende non tanto per l’esiguità della trama o per l’asciuttezza dello stile, quanto perché la somma di questi due elementi corrisponde a un romanzo tutt’altro che povero.

Nell’immaginaria cittadina di Holt, in Colorado, le vite di alcuni individui si consumano tra fatica e drammi, gesti di solidarietà e piccole gioie inattese. Incontriamo così i fratelli Raymond e Harold Crepuscolo_cover_def_piattoMcPheron, allevatori, nella cui fattoria ha trovato rifugio la giovane Victoria Roubideaux, madre della piccola Katie; l’orfano DJ che vive col burbero nonno e che farà amicizia con Dena, una delle due figlie di Mary Wells, vicina di casa in profonda crisi dopo essere stata abbandonata dal marito; Luther e Betty, che abitano in una roulotte coi figli Joy Rae e Richie, seguiti dall’assistente sociale Rose Tyler; va infine citato Hoyt, il violento zio di Betty, che costringerà lei e Luther a ospitarlo nella loro roulotte, con conseguenze terribili soprattutto per i due bambini.

Le vicende dei vari personaggi ora si lambiscono per pochi attimi ora si incrociano generando rapporti non superficiali (come quello, affettuoso, tra Raymond e Rose). Queste esistenze dolenti, così dedite alla solitudine e alle faccende quotidiane da non saper più accogliere, né forse più riconoscere, la felicità, sono tratteggiate con uno stile eccezionalmente sobrio, che si declina in un’aggettivazione quanto mai scarna, in una quasi totale assenza di dettagli psicologici e in un ritmo narrativo tutt’altro che serrato. (altro…)

Cosa ci rende simili

 
 
 

Una volta mi sono fermata a guardare una ragazza che c’aveva la stessa faccia di mia nonna da giovane se avesse fumato e lo sguardo di chi sembra abbia fatto lathe-two-fridas-1939.jpg!Large guerra col mondo. Portava un maglione di due taglie più grandi color grigio ardesia, lo stesso che avevo io che mi aveva riciclato mio cugino quando uscì dai boyscout e non ne voleva più sapere. Allora io pensai che anche lei doveva avere un cugino come Guido che non ne voleva più sapere di fare il boyscout e questo ci rendeva praticamente uguali.

Quando tornai a casa iniziai a scrivere su un blocco i nomi con cui l’avrei potuta chiamare perché mi hanno sempre detto che se non dai un nome alle cose le perdi. Quando scrissi “Rosalia” sul foglio mi prese qualcosa allo stomaco che, tutt’a un tratto, mi fece passare l’appetito e allora pensai che quello doveva essere il segno che era il nome giusto da darle. Anche se Rosalia mi sembrava più un nome da ragazza bruna e invece lei aveva i capelli chiari. Allora andai da Vita che era una mia amica che colorava le t-shirt e le chiesi di scrivermi “Rosalia” – tutto in maiuscolo – sul retro del mio maglione grigio ardesia e lei stupita mi disse «mica ti sei innamorata di una femmina?» perché non le sembrava normale che rovinassi con quella scritta un maglione buono e io le risposi di no e mi venne un gesto come ad aggiungere “mica sono pazza”. È solo che mi piace dare un nome proprio alle cose. Ad esempio, se chiami tutti amore e basta, finisce che perdi una cosa per un’altra, come la storia stessa dei maglioni che vengono regalati quando i cugini non ne vogliono più sapere.

 
 
 

(nato dalla lettura de I gatti non hanno nome di Rita Indiana, tradotto da Vittoria Martinetto e pubblicato nel 2016 da NN Editore).

 
 

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