Niccolò Scarpelli

Mio fratello Eric

 
 
 
di Niccolò Scarpelli
 
 
 
 

Ebbene, il discorso è molto semplice. Mio fratello è un dandy. Si chiama Eric e ha 21 anni e anche se non è particolarmente bello la sua persona si manifesta nella bellezza, scompare e riappare come se ogni frammento di sé (cioè di lui) si trovasse davanti a uno specchio. Quando pensa che nessuno lo stia guardando Eric balla e si muove con fare sinuoso come se fosse su un palcoscenico. Mio fratello è un’unità fisica composta in parti uguali da estetica ricostruita e ossa robuste. Come ho detto non è particolarmente bello, ma non per questo è brutto: Eric è uno di quei ragazzi che sanno fare gli occhi dolci – e per inciso i suoi occhi sono verdi ma di un verde innaturale, come salvia appassita al sole, un colore che non vorreste trovare nella vostra cena.

Eric sa risplendere e mettere in risalto la sua Non Particolare Bellezza come se da essa dipendesse un volere più grande. Riesce a racchiudere tutto se stesso all’interno della sua presenza fisica, il che a mio avviso è una cosa piuttosto figa; e anche se le sue mani sono un po’ troppo piccole per un uomo – le sue gambe leggermente a X, le spalle strette e sempre ricoperte di piccole escoriazioni che cadono dai suoi capelli (quello che sto dicendo è che ha la forfora), la pelle arrossata, chiazzata, ruvida per via della dermatite… anche se cammina con i piedi all’indentro, anche se sputacchia leggermente quando parla, anche se le sue mani sono sempre sudate (e anche i suoi piedi a giudicare dall’alone che lascia nelle ciabatte ogni volta che se le sfila) e sorride arricciando il naso verso l’alto, scoprendo una porzione troppo vasta delle gengive – insomma anche se i suoi difetti fisici non sono di certo un segreto, possiede un senso di singolarità assoluta. È come se fosse capace di opporsi agli altri brillando sotto una luce particolare, unica, una luce che sembra toccare soltanto lui e che è lui stesso a controllare, sfumare, amplificare, annichilire. Mio fratello sbatte le palpebre e la sua figura ritorna quella di un ragazzo ingenuo e goffo e Davvero Tutt’Altro Che Bello. Ed è proprio questo, secondo me, che lo rende un dandy perfetto, questa sua qualità di far arrivare la sua presenza attraverso il volto degli altri, tramite la luminescenza che lui stesso reprime e alimenta su chi lo circonda.

Ovviamente questo non è l’unico motivo per cui Eric è un dandy. Mio fratello costeggia la propria esistenza; recita il proprio ruolo, o quantomeno quello che [lui] crede sia il suo ruolo nel mondo. Come ogni dandy non è contento se non desta stupore, se non veste nel modo più sgargiante e accattivante e vistoso possibile. È sempre l’ultimo ad abbandonare una festa e il primo a mettersi in competizione con la persona attorno alla quale si orienta l’animo e l’umore degli invitati. Eric vuole vivere senza regole. Vuole dissipare il proprio tempo. Detesta stare da solo. I suoi occhi sono sempre opachi e smorti ma non riescono mai a nascondere del tutto lo scintillio folle di chi vive in una plastica e sovraccaricata posa perenne. È un pazzo scatenato, una persona talvolta piacevole da avere attorno e talaltra noiosa ed estenuante. È un ragazzo molto triste, mio fratello Eric, ma di una tristezza che ricerca se stessa senza farsi la cortesia di acchiapparsi mai; forse è anche per questo che non vuole mai restare da solo: forse crede che perfino l’idea di dover pensare alla propria solitudine gli permetterebbe (e badate questa è soltanto una mia idea, un’impressione personale suffragata da nient’altro che l’amore che provo per lui) di dare una tregua a quella ricerca che io stesso definisco auto-Negata, quel meccanismo di autocompiacimento tipicamente solipsistico di chi crede di essere nato sotto una cattiva stella e neanche ci prova a trovare un pretesto per non pensare a quanto più facile sarebbe farla finita e non pensarci più. Questo fa di mio fratello anche un egoista.

Eric è convinto – anzi, si è convinto – che 21 anni siano sufficienti per dichiararsi ufficialmente Niente. La sua vita è Niente. Il suo sentimento più profondo è il Niente. Io, secondo il suo modo di intendere le cose, sono Niente. E questo mi fa incazzare e non tanto perché io a mio fratello voglio bene ma perché sono del parere che questo suo atteggiamento spudoratamente nichilista trasmetta una superficialità d’animo che abbia finito col sminuirne la sua reale disperazione. Credo che il suo identificarsi nel Niente sia soltanto una scusa, una scorciatoia, una maschera dietro la quale nascondere l’infinito disordine mentale che pilota la sua vita. Per Eric è sempre una questione di Tutto o Niente. O si resta svegli fino alle prime luci dell’alba oppure ci si chiude a riccio nella propria tristezza –trasfigurazione letteraria di quell’oppressione toracica che si prova nel restare fermi e vivere nella rinuncia. Lanciamoci senza paracadute, dice Eric, oppure restiamo seduti su questa spiaggia a guardare la costa allontanarsi dal centro della terra. Questa è la rivoluzione di Eric. E anche se devo riconoscere che, drammaturgicamente, la sua idea è notevole, questo desiderio di disperazione e di inconcludente negatività emotiva io me lo spiego soltanto attraverso una congenita mancanza di coraggio. Voglio dire, diciamoci le cose come stanno: mio fratello è un codardo. E come ogni codardo, come chiunque non voglia neanche provare a dare una possibilità alla controparte che governa il proprio Io, non merita di essere biasimato o accusato o scusato di alcunché. Questo è quello che penso io. Già nostra madre, per esempio, la penserebbe diversamente se fosse qui. Ma lei non è qua, oggi, in questo momento, a parlare con voi. Ci sono io e pertanto l’unica cosa che posso fare è riportare il mio dispiacere e non il suo.

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