Mondadori

La condizione operaia

 
 
 
 

Il percorso esistenziale e filosofico di Simone Weil appare esemplare per coerenza e determinazione; o meglio appare, con una parola cara alla stessa Weil, illuminato da una straordinaria attenzione. La sua vita è stata un inesausto avvicinamento a Dio, e nel contempo una strenua ricerca, che ha delineato in modo sempre più nitido non solo il punto ultimo cui tendere, ma pure lo svolgersi del percorso medesimo.

Sono esplicative, in questo senso, le pagine di Simone Weil dedicate al lavoro. Abbiamo parlato altrove de La prima radice, saggio scritto nel 1943, dove la filosofa e mistica giunge a dire che l’accettazione del lavoro, dopo quella della morte, è la più alta manifestazione dell’obbedienza a Dio.

La condizione operaia (tradotto da Franco Fortini, uscito nel 1952 per le Edizioni di Comunità, nel 1990 per Mondadori e nel 1994 per SE con note e postfazione di Giancarlo Gaeta) contiene una serie di brevi saggi, lettere e appunti scritti tra il 1934 e il 1942.

Condizione_Operaia_WeilAl biennio 1934-1935 va ricondotto il Diario di fabbrica: cento fitte pagine in cui, con scrittura spesso freddamente analitica, viene fatto il resoconto delle giornate lavorative della stessa Weil. La quale aveva chiesto di essere assunta nella società elettrica parigina Alsthom, per poter conoscere attraverso l’esperienza diretta le condizioni degli operai.

Nelle lettere di quegli anni traspaiono già i profondi cambiamenti che l’impiego in fabbrica avrebbe prodotto in Simone Weil. Come leggiamo in una missiva del gennaio 1935 indirizzata ad Albertine Thévenon: “Questa esperienza, che per molti aspetti corrisponde a quel che mi attendevo, ne è separata tuttavia da un abisso; è la realtà, non più l’immaginazione. Ha mutato in me non questa o quella delle mie idee (molte sono state anzi confermate); ma infinitamente di più, tutta la mia prospettiva delle cose, il senso stesso che ho della vita. Conoscerò ancora la gioia, ma una certa leggerezza di cuore mi rimarrà, credo, impossibile per sempre” (p. 121).

È tuttavia negli scritti cronologicamente più prossimi a La prima radice che la propria esperienza in fabbrica, e in generale la condizione operaia, perdono del tutto il loro carattere di denuncia sociale, come scollandosi dalla superficie del mondo per elevarsi a una dimensione ulteriore.

In Prima condizione di un lavoro non servile, articolo del 1942 (pubblicato postumo nel 1947) che chiude la raccolta, Simone Weil scrive: “Una sola cosa rende sopportabile la monotonia: una luce d’eternità. La bellezza” (p. 285).

E ancora: “Poiché il popolo è costretto a portare tutto il suo desiderio su quel che già possiede, la bellezza è fatta per lui ed esso è fatto per la bellezza. La poesia è un lusso per altre condizioni sociali; il popolo ha bisogno di poesia come di pane. Non già la poesia racchiusa nelle parole; quella, in sé, non può essergli di alcun uso. Ha bisogno che sia poesia la sostanza quotidiana della sua stessa vita.

Una poesia simile può avere solo una sorgente. Questa sorgente è Dio” (ibid.)

E ciò che mette in relazione gli esseri umani con Dio è l’attenzione. “Non a caso si chiama attenzione religiosa il grado più elevato dell’attenzione. La pienezza dell’attenzione non è altro che la preghiera” (p. 287).

Dopo di che, il ragionamento procede – si innalza – per folgoranti intuizioni. La prima muove dalla “illusione di ineguaglianza sociale” (p. 291), che può essere superata perché il “punto di incontro unitario del lavoro intellettuale e del lavoro manuale è la contemplazione,” ovvero “un’altra attenzione situata al di sopra di ogni obbligo sociale e che costituisce un legame diretto con Dio” (p. 291).

L’unico modo, poi, per non considerare degradante il lavoro di fabbrica consiste nel proiettare la fatica e la ripetitività dei gesti su un piano soprannaturale. Ma la “bassa specie di attenzione richiesta dal lavoro taylorizzato non è compatibile con nessun’altra, perché vuota l’anima di tutto quello che non sia la preoccupazione della velocità. Quel genere di lavoro non può essere trasfigurato; è necessario sopprimerlo” (p. 293).

La parabola de La condizione operaia trova il suo compimento nella frase con cui si conclude il volume, che lambisce le posizioni espresse ne La prima radice: “Se la vocazione dell’uomo è quella di raggiungere la gioia pura attraverso la sofferenza, essi [gli operai, N.d.R.] si trovano in una situazione più favorevole di chiunque altro per adempierla nella forma più vera” (p. 294).

 
 
 

L’ultimo segreto

 
 
 
 

Nel marzo del 2022 è uscito per Mondadori (traduzione di Silvia Pareschi) L’ultimo segreto, romanzo postumo di John le Carré.

Ovvero di un celebratissimo scrittore di libri di spionaggio, noto sia per la sua carriera di autore (dove la parola carriera vuole fare riferimento non solo alla cospicua produzione letteraria di Le Carré ma anche alle altrettanto cospicue vendite dei suoi volumi), sia per essere stato un agente del Secret Intelligence Service.

Da ciò derivano almeno due considerazioni. La prima è quanto sia impresa ostica presentare la trama de L’ultimo segreto, dove – come in ogni buon romanzo spionistico – qualunque accenno meno che superficiale alla vicenda sarebbe già un indizio al lettore sullo scioglimento o sul destino dei personaggi. Per cui, in questo senso, ci limiteremo a dire che l’ultimo libro di John le Carré ci mostra due agenti, Stewart Proctor ed Edward Avon, il primo incaricato di indagare sul comportamento del secondo durante la guerra in Bosnia, tra il 1992 e il 1995.

L’investigazione si intreccia con la vita di Avon, emigrato polacco, ma pure con quelle di Deborah, la sua moglie malata, della loro figlia Lily e di Julian, affermato broker che decide di abbandonare il successo per aprire una libreria in provincia.

Tutti i capisaldi del genere – intrighi, tradimenti, manipolazioni e amori tanto appassionati quanto pericolosi – sono dosati con estrema (perché mai esibita) sapienza, e messi al servizio di una storia robusta, congegnata con tempi e ritmi perfetti.

Le figure di Proctor e Avon, anziani e disincantati agenti, giganteggiano grazie al loro sguardo acuto, malinconico e ironico sul mondo.

Pur consci che bisognerebbe sempre resistere alla tentazione di sovrapporre la biografia di un autore alle sue creazioni letterarie, ci riesce difficile non pensare che Le Carré abbia parlato di sé attraverso L’ultimo segreto, scritto sulla soglia dei novant’anni. Le Carré che talvolta pare affacciarsi sulla pagina sotto le sembianze del narratore, intervenendo ad esempio dopo una frase pronunciata da Deborah:

“«[…] Il mercato immobiliare vola, si legge sui giornali.»
È questo che facciamo quando stiamo per morire? Leggiamo i prezzi di case dove non abiteremo mai?” (p. 107).

Altrove la voce del romanziere pare coincidere con quella dei personaggi, per esempio con quella di Proctor: “La volontà dell’America di controllare il Medio Oriente a tutti i costi, la sua abitudine di scatenare una nuova guerra ogni volta che deve affrontare le conseguenze dell’ultima che ha scatenato. La NATO come residuo della Guerra Fredda che arreca più danni che benefici. E la povera, impotente Gran Bretagna senza un leader che le va dietro perché sogna ancora la grandezza e non sa cos’altro sognare” (p. 162).

Poi c’è la seconda considerazione, che riguarda proprio la figura di John le Carré, ex agente segreto e tra i più famosi, letti e ammirati scrittori della seconda metà del Novecento. O, più che una considerazione, una domanda: quella che l’affascinante Le Carré propone al suo pubblico è letteratura di consumo o letteratura tout court?

Domanda riformulabile così: raggiungere una vasta quantità di lettori, con opere indiscutibilmente godibili per affabilità dell’intreccio e tridimensionalità dei personaggi, esclude in modo automatico dalla Letteratura?

E se, agli eccellenti romanzi di spionaggio di John le Carré, mancasse solo lo psicologismo, ovvero l’insieme dei luoghi del testo in cui l’autore si preoccupa, anziché di far progredire la narrazione, di ricordare ai lettori quanti debiti culturali, e quanti incidenti esistenziali, abbiano concorso alla composizione dell’opera?

Forse la letteratura non dovrebbe mai essere ostensione di competenze né di mancanze, ma invito al lettore a intraprendere un comune viaggio, entusiasmante e terribile, verso l’ignoto.
 
 
(Claudio Bagnasco)

 
 

Le galline pensierose

 
 

a F. G.

 

Ripubblicato nel 2014 da Quodlibet, Le galline pensierose è un delizioso libro di Luigi Malerba, costituito dalle centoquarantasei microstorie presenti nell’edizione Mondadori del 1994, alle quali qui si aggiungono nove inediti composti nel 2008.

cover Le galline pensieroseQuesta originalissima raccolta si nutre di umorismo e di metafora e si presenta al lettore come un divertente saggio narrativo sul limite umano, fronteggiato attraverso toni surreali e vividissime descrizioni piene di concretezza.

Protagoniste dei brevissimi episodi sono le galline, che cercano strenuamente di lottare contro la propria condizione nel tentativo di superarla, cambiarla, migliorarla e negarla, ma che finiscono per essere e rimanere sempre e solo delle galline, stupide e commoventi.

Sono animali che tentano instancabilmente di ridurre alle proprie misure e modi la realtà e l’universo imprendibili, perché fatti di continui e incomprensibili oltre.

“Quando vennero a sapere che la terra è rotonda come una palla e gira velocissima nello spazio, le galline incominciarono a preoccuparsi e furono prese da forti capogiri. Andavano per i prati barcollando come se fossero ubriache e si tenevano in piedi reggendosi l’una all’altra. La più furba propose di andare a cercare un posto più tranquillo e possibilmente quadrato”, p. 7.

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La vita, la scrittura

 
 
 

a C., che mi parlò di Vite di uomini non illustri

 
 

La vita degli uomini è un fatto piccolo.

Anche la scrittura è una cosa piccola.

La vita inizia e finisce. Così la scrittura.

Sogno dello scrittore di scrivere all’infinito, senza interruzione.

Sogno dello scrittore di scrivere interruzioni, movimenti, ritmi, all’infinito.

Sogno di coincidere, di continuare, di costruire, di creare, sogno della grandezza, della totalità, della completezza, del nome. Nella vita e nella scrittura.

Ma la vita degli uomini gira attorno a un vuoto smisurato, a un’oscurità invisibile che non si può prendere eppure si può fronteggiare solo con il corpo. E il corpo della scrittura che guarda quel vuoto, senza distrarsi né concentrarsi, dice la vita, soltanto la vita.

Non si può dire che la vita, cose piccole, finite e incomplete.

Indicibile è il vuoto in cui si spegne la vita, la scrittura.

Ma guai a pensare il vuoto alla fine della vita, come un luogo in cui tornare, magari enorme, pieno di azioni buone, di frasi emozionanti. Guai a consolarsi con il vuoto.

Bisogna non legarsi al vuoto, bisogna abbandonarsi al vuoto, al vuoto della vita, della scrittura.

Uguali divengono l’ordinario e lo straordinario, il dentro e il fuori, l’alto e il basso, il maschio e la femmina, il giovane e il vecchio, la parola e il silenzio, quando si cede al vuoto, quando si smette l’io.

Impossibile distinguere il piccolo dal grande, quando si vive l’altro, quando si scrive l’altro in un corpo che non si ripeterà mai più.

 
 

(liberamente ispirato a Giuseppe Pontiggia, Vite di uomini non illustri, Mondadori, Milano, 1999)

 
 

Illustrazione originale di G. C. Cuevas.