minimum fax

London voodoo

 
 
 
 

Il nuovo, bizzarro romanzo di Orso Tosco (London voodoo, minimum fax) sembra essere anzitutto una metafora dell’Occidente alla deriva: ossessioni e cerimoniali da Terzo Millennio; una schiavitù digitalizzata che soccombe alla propaganda dei social network e ai consumi eterodiretti.
Insomma, il binomio «kultur und zivilisation» connota una postmodernità distruttiva su larga scala (l’individuo, il pianeta, la specie umana), e le proiezioni apocalittiche, con espliciti rimandi all’attualità, agiscono fin dai primi capitoli, ambientati in una Londra depressa, blindata da un nazionalismo involuto, sullo sfondo di una guerra e di un’epidemia che impongono lo stato di emergenza permanente.
 
“Londra è un gigantesco catalogo di individui abitudinari e anonimi, ma potenzialmente imprevedibili. Non esiste armamentario più pericoloso. E gli […] atti di violenza insensata, aumentati in modo esponenziale, ne sono la prova. La Sezione deve porre rimedio, perché con l’Europa in fiamme e un’epidemia da sconfiggere, non ci si può permettere alcun disordine sociale. Qualsiasi metodo è consentito.” (p. 32)
 
La Sezione è una polizia speciale istituita dal Primo Ministro britannico, svolge i suoi interrogatori al Castle (pub frequentato perlopiù da alcolizzati) e ricorre alla tortura. Nessuno, però, osa ribellarsi. Il popolo di elettori-consumatori si definisce per inconsapevolezza e manovrabilità; i diritti civili sono azzerati.
London voodoo
 
“Londra ha più telecamere a circuito chiuso che petali di rosa.” (p. 117), eppure gli omicidi si susseguono in un gigantesco tragico reality e i colpevoli sembrano non averne memoria. Eva B, la direttrice della Sezione, a tal proposito afferma: “non siamo alla ricerca di confessioni o verità nascoste, vogliamo ciò che possiedi ma non sai di possedere.” (p. 22).
 
I delinquenti operano come automi mossi da una forza oscura che, via via, allarga i suoi obiettivi fino a comprendere la Liverpool Street Station e la Tate Modern Gallery. Pur senza logica apparente, né rivendicazioni politiche, i loro assalti dinamitardi sono veri e propri attentati.
 
A indagare in questo clima di terrorismo, i due migliori agenti della Sezione: il Porco, che nasconde in casa l’oracolo Sessantanove, in grado di “masticare una stazione sciistica” (p. 125), e Dennis Tabbot, che “in vita sua ha spezzato più ossa che cracker.” (p. 44) Il loro sodalizio è magico. Hanno perfino elaborato un linguaggio in codice che si attua mordicchiandosi l’interno della guancia.
 
Se il romanzo, nei contenuti, mira al sistematico disorientamento, suggerendo e depistando rispetto all’analisi criminologica degli eventi (mandanti, finalità), non è da meno la forma: Orso Tosco adotta descrizioni stranianti con una gran quantità di similitudini:
il sorriso di Dennis Tabbot era “instabile e imprevedibile come la traiettoria di una gallina appena decapitata” (p. 30);
“Il porco urla in modo orribile, strozzandosi e battendosi sul petto come se dovesse vomitare un oggetto enorme […]” (ibid).
“Il traffico è costante, aggressivo e monotono come la corsia di un ospedale psichiatrico.” (p. 93)
 
Il marasma sociale si destruttura in una miriade di personaggi soli e sfiancati da malinconia e dipendenza. Tutto il flusso di oggetti e situazioni – il Mondo – sottintende l’ineluttabilità di un epilogo catastrofico.
 
“Ogni friggitoria è anche un vecchio che cade in bagno, ogni vecchio che cade in bagno è una quotazione in borsa, ogni quotazione in borsa è un tramezzino al cetriolo, un coltello a serramanico, un paio di mutande appoggiate sopra la moquette, l’inizio di una corsa di cavalli, l’energy drink di un buttafuori, un barattolo di caviale, l’urlo di un gruppo di tifosi, l’anello che scivola dentro il lavabo, un cane che si scrolla di dosso la pioggia, e ancora di più, molto altro ancora, tutto assieme e senza sosta. Sempre.” (p. 168)
 
Dunque, non c’è speranza al caos. Bisognerebbe “azzerare tutto e, azzerando tutto, riprogrammare al ribasso la velocità” (p. 197) con cui gli uomini si spingono verso l’estinzione. Ogni cosa ci investe fino a possederci, e “là fuori c’è un’umanità che riceve calci e li chiama baci, e ogni singola persona è disposta a farsi complice di qualsiasi cosa pur di non provare paura e dispiacere.” (p. 89)
Può darsi, allora, che il voodoo urbano sia in questo tentativo dilatorio. Mastica la morte, per custodire la vita.

 
 
(Giulio Neri)
 
 

Cronache dalle terre di Scarciafratta

 
 
 
 

“Così una mattina […] mi ci sono messo di tacco e di punta, con la mia scrittura sgraziata, a ridare voce a quelli sommersi dalla morte, scopiazzavo e li facevo parlare ancora, me li sentivo tutti vicini, che mi giravano intorno come durante un tresette alla cantina. Ci ristavano pure loro dentro a sta camera slavata, che è come un paese senza paese…” (p. 69).

I nomi e le storie delle Cronache dalle terre di Scarciafratta (minimum fax 2021) sono sepolti sotto la polvere e i calcinacci, tra le macerie del terremoto, “La Cosa Brutta”, che ha cancellato il piccolo borgo, radendone al suolo case, scuola, municipio, seppellendo nell’oblio le orme dei pochi abitanti avanzati al desiderio di fuga.

Tra quei cumuli ormai muti e le anse contorte della memoria va a scavare Remo Rapino, per mano e con gli occhi e la voce di Mengo, all’anagrafe Ruscitti Domenico Giuseppe, ultimo ostinato superstite e testimone dell’altra storia, quella vissuta, o subita, da chi se n’è andato in cerca di un futuro migliore e da coloro che hanno scelto di restare. Mengo per chi ne ha incrociato il cammino, vissuto nutrendosi delle esistenze altrui e sopravvissuto rifugiandosi nel ricordo di gioie, dolori, prodigi e più spesso miserie che quelle esistenze hanno accompagnato.

Cronache dalle terre di Scarciafratta

Esistenze spesso smarrite ben prima dell’ultima chiamata. Come per Policorvo Nicolino, che di case ne ha costruite tante e non ne possiede una, “figlio di qualcuno e fratello di tutti, e per tutti Culì, lo scemo, quello che gli basta un sorriso e una pacca sulle spalle per essere felice” (p. 101), ma non lo sa se è davvero felice. Come per Trovato Ginuccio, a completare l’improbabile eppure familiare triade con Mengo e Nicolino, perché “tre scemi tutti insieme non è facile incontrarli di questi tempi che tutti sanno tutto” (p. 102). Lui in bocca alle malelingue è Ticchiotto, ma solo quando non è presente, altrimenti sono strilli e maledizioni, sogna di essere promosso a sacrestano e campanaro, e intanto si accontenta di fare il vice, mentre aspetta che la vecchiaia o qualche accidente si prendano il legittimo titolare dell’incarico.

Alle loro storie, alla storia di Capezza Malvina, la magara che toglie il malocchio e dispensa filtri d’amore; dei fratelli Teodosia e Antoniuccio, i quali hanno perso il sonno e con esso i sogni; di Bonaluce Artemisio, cantiniere e poeta, capace di dare un nome al milite ignoto e dedito ai versi perché “la poesia serve a campà e basta” (p. 141); e a quelle di tanti altri, riemerse nel disperato scavare a mani nude tra quanto resta a terra dopo l’apocalisse, si aggiungono le parole di coloro che l’ultimo custode della memoria paesana, anacronistico e un po’ cocciamatte paladino della resistenza alla scordanza, l’hanno conosciuto: il delicato ricordo dell’assistente della casa di riposo nella quale Mengo è morto, nello stesso giorno in cui “Neil Alden Armstrong e Edwin Aldrin, astronauti americani, avvolti da un’analoga, appena percettibile solitudine, sbarcarono sulla luna” (p. 77); le cartelle cliniche dei medici; la “autografa testimonianza del D’annunzio Uberto Polimante, cultore di storia patria e poeta” (p. 85); e persino la confessione della “Cosa Brutta”, l’evento infausto che ha messo a tacere le ultime voci rimaste a succhiare il nulla tra le viuzze di Scarciafratta, fattosi voce e ricordo per tramandare i terribili istanti della fine.

E così, di nome in nome, di storia in storia, Scarciafratta riprende vita per il tempo che le parole risuonano popolando di facce e corpi lisi, vissuti fino al midollo, non le sue strade, ormai dominio della malerba, bensì l’animo del lettore, perché lì si combatte la vera battaglia in nome della memoria.

Remo Rapino, nel suo nuovo romanzo, prosegue il percorso di ricerca linguistica e antropologica che già con Vita morte e miracoli di Bonfiglio Liborio (minimum fax 2019) aveva portato a fortunati esiti struggenti. Ma se in quel caso, seppure nel contesto di un romanzo corale, a dominare la scena era la figura del protagonista Liborio, e della sua novecentesca Odissea alla ricerca di una collocazione che ne certificasse l’esistenza e la dignità di individuo, qui ci troviamo tra le mani una Spoon River italiana, i cui nomi ed epitaffi non provengono dalle lapidi di un cimitero ma da un registro riemerso tra i resti del municipio, al quale un impiegato comunale ha affidato forse le proprie ambizioni letterarie, forse la semplice curiosità nei confronti del prossimo o un impeto di ribellione alla noia. Un pantheon abitato da anime che sembrano (e in parte sono) figlie di racconti soliti risuonare tra i tavoli di certi bar di provincia e che a quei tavoli ancora siedono, in un rimescolamento dei ruoli in cui il narratore e il narrato finiscono per non essere più distinguibili, anche (o soprattutto) grazie all’utilizzo di un idioma che è un tutt’uno con le anime e i luoghi, puro in quanto disseminato di contaminazioni dialettali, come a volerci ricordare che proprio a tale fertile humus dobbiamo la formidabile ricchezza della nostra lingua.

 
 
(Gianni Usai)
 
 

Offrirsi all’ignoto

 
 
 

a Fabio Stassi

 

 

“Lo scrittore è il primo dei propri lettori. Possiamo immaginarcelo come uno che, avendo cercato in casa, in biblioteca, in libreria, il libro che vorrebbe leggere e che gli manca, e accorgendosi che non lo troverà mai, se lo scrive (scrivere presuppone uno stato d’ignoranza: è difficile che il libro che si desidera leggere sia introvabile, e non sia mai stato scritto)”, p. 47.

Allora si danno solo tre possibili rapporti consapevoli con la lettura: non aver letto alcun libro, averne letto uno solo, averli letti tutti.

La prima e l’ultima eventualità generano rapporti puri, perfetti, perché coincidenti con l’assoluta estraneità o l’assoluta identità.cesare garboli

Nel primo caso non c’è ignoranza per assenza di desiderio, nel secondo per soddisfazione del desiderio.

Leggere un solo libro – leggerlo un’unica volta o rileggerlo all’infinito – significa invece rivolgere il desiderio non al mondo ma a un punto, e lì lasciarlo consumarsi. Il desiderio si slega dalla brama di conoscenza, di affermazione, di guadagno. Si offre il proprio desiderio all’ignoto.

Ci si offre all’ignoto.
 
 
 
E non è forse questo l’unico modo di manifestare la gratuità? E non è forse questo l’unico modo in cui si possa davvero entrare in relazione?

Ecco cosa avrebbe voluto dire Cesare Garboli ad Antonio Delfini: scusa se non sono stato capace di avere solo te come amico. Scusa se non sono stato capace di leggere un solo libro in tutta la vita.
 
 
 
(Suggestioni e citazione tratte da Cesare Garboli, Un uomo pieno di gioia, prefazione di Emanuele Trevi, minimum fax, Roma 2021)

 
 
 

Oggetti solidi

 
 
 

Leggendo Oggetti solidi. Tutti i racconti e altre prose di Virginia Woolf (pubblicato da Racconti Edizioni, curato da Liliana Rampello, che firma un interessante saggio introduttivo dal titolo Il ritmo della prosa, e tradotto da Adriana Bottini e Francesca Duranti), si ha la sensazione che almeno duplice sia la direzione in cui si muove la scrittura dell’autrice inglese: l’andamento è radicalmente orizzontale, da un lato, in quanto pura superficie e ritmo, una sorta di noncurante tensione a procedere, al di là degli eventi raccontati – spesso peraltro minimi: il lettore è quindi spinto ad affidarsi solo a un’intuizione dei legami tra i momenti della narrazione e ad avanzare nell’opera quasi senza capire, come nella vita; dall’altro, il moto della scrittura è verticale: pare, così, che non esistano fatti, cioè dimensioni concluse, nella storia, dal momento che la discesa nella profondità del sentire indaga incessanti movimenti interiori quasi impercettibili all’esterno, attraverso un’analisi minuziosa della realtà invisibile. Nel ritrarre situazioni e comportamenti, l’ironia – sguardo pervasivo nei racconti fino alla metà degli anni Venti, in grado di farsi soffusa trama musicale, capace di lasciare spazio all’esistenza degli oggetti narrativi all’interno di una sintassi più asciutta e misurata – è un esempio di sintesi tra questi due movimenti: si potrebbe dire che consiste nell’imparare a guardare la verità senza cercare una fusione con essa.

Ecco che forse l’esperienza di lettura di questo volume potrebbe non essere troppo dissimile da quella estetica di George Carslake, intento ad ammirare un quadro in Una semplice melodia:

“Era impossibile esprimere a parole questa cosa, né era necessario. Sotto il fremere nervoso di quelle minuscole creature stava sempre un profondo serbatoio: e la semplice melodia pur senza esprimerlo, aveva un effetto strano su di esso – lo faceva increspare, liquefare, lo faceva mettere in moto e vorticare e tremolare nelle profondità dell’essere, sicché di continuo emergevano idee da questa polla che salivano in bollicine fino al cervello. Idee che erano per metà sentimenti. Con quel tipo di qualità emotiva. Era impossibile analizzarle – dire se fossero perlopiù felici o infelici, gioiose o tristi”, p. 317.

Il volume è suddiviso secondo un criterio cronologico in quattro sezioni che coprono complessivamente un arco temporale di trentacinque anni: la prima comprende i racconti scritti tra il 1906 e il 1909; la seconda quelli composti dal 1917 al 1921; la terza riunisce i testi redatti tra il 1922 e il 1925 e l’ultima quelli vergati dal 1926 al 1941.

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Tina

 
 
 

Leggendo Tina, romanzo di Alessio Torino uscito per minimum fax nel giugno del 2016, si ha la sensazione di intraprendere due percorsi. Il primo, quello tracciato dalla trama, è agevole, rettilineo, così come la storia narrata da Torino è semplice: Tina, una bambina di otto anni, approda a Pantelleria con la madre e la sorella Bea per trascorrere le vacanze estive. Qui si imbatterà in alcuni personaggi che intrecceranno con lei e tra loro una rete di rapporti inevitabilmente dominati dalla fuggevolezza.

Il secondo percorso, seppure parallelo al primo, è sotterraneo, poco illuminato, e corrisponde all’attrito prodotto dall’incontro fra Tina e questi adulti, tutti in qualche modo irrisolti, che assumono nei confronti della vita due atteggiamenti opposti: c’è chi si rifugia nell’infantilismo e chi nella solitudine; gli appartenenti a entrambe le categorie, insomma, rifiutano il confronto torino_tinadiretto col peso dell’esistenza.

E poi c’è Tina, la cui serenità familiare è stata frantumata dalla scoperta di una relazione tra il padre e una studentessa ventenne.

Protagonista assoluto del romanzo è proprio lo sguardo di Tina, mobile come la sua identità in via di definizione (sia per la giovane età sia per il trauma psicologico patito): “Da quando era arrivata, l’unico che da subito non l’aveva scambiata per un maschio era stato Charles. Però Charles era il tipo più strano […] Veniva dal Canada, beveva, e spesso Andre lo trovava all’alba che dormiva in terrazza con la testa sul tavolino”, p. 10.

Il mondo degli adulti, agli occhi di un bambino, è fatto di gesti misteriosi e grandi. Alessio Torino, pur adottando il punto di vista del narratore onnisciente, è come se si facesse portavoce di tale grazia, di tale ingenuità di prospettiva. Ciò si traduce in uno stile sempre attento a restituire i dettagli mimici: “Uno del diving scoppiò a ridere e gli diede una pacca sulla schiena. Il Decano lo scosse per le spalle, mentre la mamma si alzò per abbracciarlo. Gli si strinse addosso come se lo conoscesse da tanto, poi si chiuse il naso con due dita per non piangere”, p. 67. (altro…)