minimum fax

Di seconda mano

 
 
 
 

Escono per il pubblico italiano (e sono ancora inediti per quello americano) gli undici racconti che compongono Di seconda mano, raccolta scritta da Chris Offutt, tradotta da Roberto Serrai e data alle stampe da minimum fax nel luglio del 2022.

Si tratta di bizzarre e struggenti vicende i cui protagonisti cercano in ogni modo di riguadagnare o di trattenere una (presunta) normalità, dalla quale li separa l’incapacità di assoggettarsi al campionario di comportamenti che di norma garantisce una vita sufficientemente placida.

Nel primo racconto, che dà il titolo alla raccolta, una donna che vive con un uomo divorziato accetta di impegnare l’unica propria cosa di un certo valore per regalare una bicicletta alla figlia di lui, e così conquistarne la fiducia.

“Voglio guardarla per sempre. Le mani di una bambina che tremano di gioia sono lo spettacolo più bello che abbia mai visto. Quando le mie tremano, è sempre per paura. Sale sulla bici e pedala via. Chissà se per mia figlia avrei fatto lo stesso scambio” (p. 20).

Lo strampalato e irresistibile Dalle mie parti narra del matrimonio tra un anziano uomo, che è già stato sposato quattro volte, e una giovane donna. E della loro sgangherata luna di miele nel Kentucky, tra amplessi nel pick-up, giovani ritardati guardoni e colpi partiti per sbaglio da una pistola calibro 38: “Ho puntato la pistola e stavo per gridare una minaccia quando mia moglie ha affondato il dito proprio come non doveva, e io ho sparato alla cieca verso il finestrino. Nella cabina si è udito un fracasso terribile. Mindy ha smesso di fare quello che stava facendo” (p. 27).

Il sesso, che appare con una certa costanza e disinvoltura nelle pagine di Offutt, è esemplare della difficoltà dei suoi personaggi a governare la realtà. È sovente causa di incomprensioni, incidenti, mancate corrispondenze tra un desiderio e la sua realizzazione. Mostra, insomma, il carattere in fondo comico dell’umana inaderenza al mondo.

Le undici brevi narrazioni sono popolate da individui come sospinti ai margini della vita da una forza centrifuga: sembra loro preclusa la formula che conduca alla tranquillità, alla stabilità, a un minimo di benessere esistenziale.

Eppure non c’è alcuno struggimento, nei racconti di Chris Offutt. I cui protagonisti sono accomunati da una certa tenacia, dall’inclinazione ad affrontare in modo diretto e scabro ogni situazione, nonostante quasi mai essi siano equipaggiati per risolverla a proprio vantaggio, o quanto meno per non uscirne troppo segnati.

Non c’è nemmeno alcun ripiegamento malinconico, in Di seconda mano; e se pure una vicenda ha esito negativo, lo scorno che ne deriva non sembra mai preparatorio a una resa definitiva.

Come nel racconto Tutto apposto (dove il titolo non contiene un errore ortografico ma restituisce un’espressione orale), in cui la giovane barista Betsy va a vivere con la collega Georgia e il suo compagno Jack, si invaghisce del ragazzo, trascorre una notte torbida con loro e poi, disorientata, si allontana dall’appartamento, rifiutando di salire sull’automobile dei due che vorrebbero riportarla a casa: “L’auto la seguì lentamente per alcuni isolati, con Georgia che cercava di convincerla e la voce bassa di Jack che la chiamava e basta. Betsy si rifiutò di guardarli. Continuò a camminare. Sapeva che alla lunga si sarebbero stufati” (p. 153).

Disillusi, forse sfortunati forse ingenui, di certo con palesi difficoltà di orientamento nei confronti del mondo che li circonda, i protagonisti di Di seconda mano mantengono tuttavia una loro dignità e coerenza. Cercano una compiutezza, probabilmente consapevoli del fatto che è loro preclusa. Tra un tentativo e l’altro, vivono la propria marginalità rendendola massimamente confortevole e profittevole. Poi ritentano un varco, non lo trovano aperto, si riaccomodano ai bordi del mondo, nell’attesa di recuperare energie per tentare ancora…

Scatta perciò un curioso sentimento ambiguo, di identificazione e rifiuto, da parte del lettore nei confronti di questi personaggi, così abili nel ricordarci che, in fondo, essendo il centro del mondo ignoto a chiunque, ogni vita è marginale.

 

(Claudio Bagnasco)

 
 
 

Nina sull’argine

 
 
 
 

Dice la scienza delle costruzioni che i materiali possono deformarsi in modo elastico, quando al termine della sollecitazione il campione ritorna alla forma originale, o in modo plastico, quando la sollecitazione lo modifica in maniera permanente. La tesi sviluppata da Veronica Galletta nel suo secondo romanzo, Nina sull’argine (Minimum Fax, 2021), è che un sistema complesso, quale può essere l’argine di un fiume, appunto, ma anche una persona, una coppia, una comunità, possa deformarsi solo in maniera plastica.
 
Nina sull'argine“Il ponte non tornerà nella posizione originaria dopo questa prima prova. C’è una quota parte di deformazione plastica, un assestamento degli isolatori sismici prevista da progetto. Anche per lei è cosi, pensa Caterina, sembra tutto uguale, il caldo, gli uomini in cantiere, perfino le zanzare, ma c’è una parte di deformazione residua che non torna a posto. Un’ isteresi nelle loro vite, che si manterrà anche quando il carico verrà disapplicato. Forse è questo, crescere: capire che i fenomeni non sono reversibili, che ogni traccia lascia un’impronta” (p. 212). E più avanti: “Comprendere che le sagome delle persone cambiano, nel tempo e nella percezione che abbiamo di loro. Lei stessa, è diversa, trasformata, tirata, allungata, deformata dagli eventi, dai giorni e dalle notti dell’ultimo anno trascorso” (p. 214).
 
Questa la riflessione conclusiva di Caterina, giovane ingegnere civile – “Buongiorno, signora. Ingegnere. Signora mi sembrava più gentile. Non siamo qui per scambiarci gentilezze. […] Preferisce ingegnera? […] Ingegnere e basta mi va bene, non pretendo tanto.” (pp. 12-3) – che si ritrova a dirigere il cantiere per la costruzione di un argine e di un ponte e ad affrontare l’ostilità di alcuni residenti contrari alla grande opera, le invidie dei colleghi, i pregiudizi di genere in un ambiente tipicamente maschile, i suoi stessi dubbi per una responsabilità che non sembra supportata dall’esperienza. “Caterina vive sempre questo doppio sentimento. Da una parte la voglia di mettersi di traverso, in un mondo in cui non sa mai bene come collocarsi. Poco esperta, eccessivamente qualificata, ha studiato troppo, e le cose sbagliate. Dall’altra la voglia di ritirarsi, di nascondersi. Come se ci fossero sempre due Caterina. Una parla e l’altra la prega di stare zitta” (p. 46).
 
La doppia personalità della protagonista ne mette in risalto la solitudine, aggravata dalla perdita di Pietro, il grande amore scappato senza dare spiegazioni. “È stato faticoso aprire la scatola di cartone e trovarci dentro il pigiama di Pietro. L’ha appoggiato a terra, accanto al comodino, per tutta la notte. Lo ha guardato spesso, girandosi nel sonno, chiedendosi se fosse pulito o sporco. Se potesse, portandoselo al naso, sentire ancora il suo odore. Chiude gli occhi, li riapre. Non ha voglia di vederselo comparire anche qua, in mezzo al fiume, stamattina. Del resto a casa non si è più fatto vedere” (p. 33).
 
Unica compagnia, il fantasma di un operaio morto sul lavoro anni prima, fantasma capace di consigli indispensabili per l’avanzamento del cantiere: “Il lavoro di chi monta le difese di sponda è molto delicato. Ci vuole talento per capire qual è il masso giusto, e delicatezza nel girarlo. Ci vuole un occhio tridimensionale” (p. 99), ma reticente quando si tratta di parlare della propria storia. “Caterina risale in macchina, accende il motore. Sono tutti uguali. Gli chiedi una cosa e ne rispondono un’altra. Gli fai una gentilezza e si ritraggono” (p. 101).
 
La piena, minaccia incombente e ricordo dei danni causati l’anno precedente, potrebbe di nuovo cancellare strade e paesi: Caterina, da un lato sente la necessità di arginare il pericolo e i suoi effetti negativi, ma dall’altro attende che il tempo, come il fiume grosso, porti via gli scatoloni e i ricordi di Pietro. “Nell’incedere impietoso delle stagioni, ora che è di nuovo estate, il ricordo dell’anno precedente comincia a bruciarle addosso. Adesso che si avvicina il giorno in cui l’anno prima ha avviato i lavori, ricomincia ad affiorare Pietro” (p. 205).
 
Il lavoro, la solitudine e la natura, questo racconta Nina sull’argine, senza conclusioni che consolano, senza nuovi amori o promozioni e scatti di carriera, in un’atmosfera di attesa e fatalismo che, almeno a parere di chi vi scrive, trova una perfetta corrispondenza in questa poesia di Cesare Viviani.

 

Osare dire

Com’è, come sarà
vivere senza ricevere aiuto,
senza favori, protezioni,
senza materne associazioni,
anche quando la febbre sale,
anche quando il fiume straripa
e travolge il riparo, orto e baracca.
Sarà come vive il resto della natura,
vicino ai predatori e senza paura.

 
 
(Giovanni Locatelli)
 
 

London voodoo

 
 
 
 

Il nuovo, bizzarro romanzo di Orso Tosco (London voodoo, minimum fax) sembra essere anzitutto una metafora dell’Occidente alla deriva: ossessioni e cerimoniali da Terzo Millennio; una schiavitù digitalizzata che soccombe alla propaganda dei social network e ai consumi eterodiretti.
Insomma, il binomio «kultur und zivilisation» connota una postmodernità distruttiva su larga scala (l’individuo, il pianeta, la specie umana), e le proiezioni apocalittiche, con espliciti rimandi all’attualità, agiscono fin dai primi capitoli, ambientati in una Londra depressa, blindata da un nazionalismo involuto, sullo sfondo di una guerra e di un’epidemia che impongono lo stato di emergenza permanente.
 
“Londra è un gigantesco catalogo di individui abitudinari e anonimi, ma potenzialmente imprevedibili. Non esiste armamentario più pericoloso. E gli […] atti di violenza insensata, aumentati in modo esponenziale, ne sono la prova. La Sezione deve porre rimedio, perché con l’Europa in fiamme e un’epidemia da sconfiggere, non ci si può permettere alcun disordine sociale. Qualsiasi metodo è consentito.” (p. 32)
 
La Sezione è una polizia speciale istituita dal Primo Ministro britannico, svolge i suoi interrogatori al Castle (pub frequentato perlopiù da alcolizzati) e ricorre alla tortura. Nessuno, però, osa ribellarsi. Il popolo di elettori-consumatori si definisce per inconsapevolezza e manovrabilità; i diritti civili sono azzerati.
London voodoo
 
“Londra ha più telecamere a circuito chiuso che petali di rosa.” (p. 117), eppure gli omicidi si susseguono in un gigantesco tragico reality e i colpevoli sembrano non averne memoria. Eva B, la direttrice della Sezione, a tal proposito afferma: “non siamo alla ricerca di confessioni o verità nascoste, vogliamo ciò che possiedi ma non sai di possedere.” (p. 22).
 
I delinquenti operano come automi mossi da una forza oscura che, via via, allarga i suoi obiettivi fino a comprendere la Liverpool Street Station e la Tate Modern Gallery. Pur senza logica apparente, né rivendicazioni politiche, i loro assalti dinamitardi sono veri e propri attentati.
 
A indagare in questo clima di terrorismo, i due migliori agenti della Sezione: il Porco, che nasconde in casa l’oracolo Sessantanove, in grado di “masticare una stazione sciistica” (p. 125), e Dennis Tabbot, che “in vita sua ha spezzato più ossa che cracker.” (p. 44) Il loro sodalizio è magico. Hanno perfino elaborato un linguaggio in codice che si attua mordicchiandosi l’interno della guancia.
 
Se il romanzo, nei contenuti, mira al sistematico disorientamento, suggerendo e depistando rispetto all’analisi criminologica degli eventi (mandanti, finalità), non è da meno la forma: Orso Tosco adotta descrizioni stranianti con una gran quantità di similitudini:
il sorriso di Dennis Tabbot era “instabile e imprevedibile come la traiettoria di una gallina appena decapitata” (p. 30);
“Il porco urla in modo orribile, strozzandosi e battendosi sul petto come se dovesse vomitare un oggetto enorme […]” (ibid).
“Il traffico è costante, aggressivo e monotono come la corsia di un ospedale psichiatrico.” (p. 93)
 
Il marasma sociale si destruttura in una miriade di personaggi soli e sfiancati da malinconia e dipendenza. Tutto il flusso di oggetti e situazioni – il Mondo – sottintende l’ineluttabilità di un epilogo catastrofico.
 
“Ogni friggitoria è anche un vecchio che cade in bagno, ogni vecchio che cade in bagno è una quotazione in borsa, ogni quotazione in borsa è un tramezzino al cetriolo, un coltello a serramanico, un paio di mutande appoggiate sopra la moquette, l’inizio di una corsa di cavalli, l’energy drink di un buttafuori, un barattolo di caviale, l’urlo di un gruppo di tifosi, l’anello che scivola dentro il lavabo, un cane che si scrolla di dosso la pioggia, e ancora di più, molto altro ancora, tutto assieme e senza sosta. Sempre.” (p. 168)
 
Dunque, non c’è speranza al caos. Bisognerebbe “azzerare tutto e, azzerando tutto, riprogrammare al ribasso la velocità” (p. 197) con cui gli uomini si spingono verso l’estinzione. Ogni cosa ci investe fino a possederci, e “là fuori c’è un’umanità che riceve calci e li chiama baci, e ogni singola persona è disposta a farsi complice di qualsiasi cosa pur di non provare paura e dispiacere.” (p. 89)
Può darsi, allora, che il voodoo urbano sia in questo tentativo dilatorio. Mastica la morte, per custodire la vita.

 
 
(Giulio Neri)
 
 

Cronache dalle terre di Scarciafratta

 
 
 
 

“Così una mattina […] mi ci sono messo di tacco e di punta, con la mia scrittura sgraziata, a ridare voce a quelli sommersi dalla morte, scopiazzavo e li facevo parlare ancora, me li sentivo tutti vicini, che mi giravano intorno come durante un tresette alla cantina. Ci ristavano pure loro dentro a sta camera slavata, che è come un paese senza paese…” (p. 69).

I nomi e le storie delle Cronache dalle terre di Scarciafratta (minimum fax 2021) sono sepolti sotto la polvere e i calcinacci, tra le macerie del terremoto, “La Cosa Brutta”, che ha cancellato il piccolo borgo, radendone al suolo case, scuola, municipio, seppellendo nell’oblio le orme dei pochi abitanti avanzati al desiderio di fuga.

Tra quei cumuli ormai muti e le anse contorte della memoria va a scavare Remo Rapino, per mano e con gli occhi e la voce di Mengo, all’anagrafe Ruscitti Domenico Giuseppe, ultimo ostinato superstite e testimone dell’altra storia, quella vissuta, o subita, da chi se n’è andato in cerca di un futuro migliore e da coloro che hanno scelto di restare. Mengo per chi ne ha incrociato il cammino, vissuto nutrendosi delle esistenze altrui e sopravvissuto rifugiandosi nel ricordo di gioie, dolori, prodigi e più spesso miserie che quelle esistenze hanno accompagnato.

Cronache dalle terre di Scarciafratta

Esistenze spesso smarrite ben prima dell’ultima chiamata. Come per Policorvo Nicolino, che di case ne ha costruite tante e non ne possiede una, “figlio di qualcuno e fratello di tutti, e per tutti Culì, lo scemo, quello che gli basta un sorriso e una pacca sulle spalle per essere felice” (p. 101), ma non lo sa se è davvero felice. Come per Trovato Ginuccio, a completare l’improbabile eppure familiare triade con Mengo e Nicolino, perché “tre scemi tutti insieme non è facile incontrarli di questi tempi che tutti sanno tutto” (p. 102). Lui in bocca alle malelingue è Ticchiotto, ma solo quando non è presente, altrimenti sono strilli e maledizioni, sogna di essere promosso a sacrestano e campanaro, e intanto si accontenta di fare il vice, mentre aspetta che la vecchiaia o qualche accidente si prendano il legittimo titolare dell’incarico.

Alle loro storie, alla storia di Capezza Malvina, la magara che toglie il malocchio e dispensa filtri d’amore; dei fratelli Teodosia e Antoniuccio, i quali hanno perso il sonno e con esso i sogni; di Bonaluce Artemisio, cantiniere e poeta, capace di dare un nome al milite ignoto e dedito ai versi perché “la poesia serve a campà e basta” (p. 141); e a quelle di tanti altri, riemerse nel disperato scavare a mani nude tra quanto resta a terra dopo l’apocalisse, si aggiungono le parole di coloro che l’ultimo custode della memoria paesana, anacronistico e un po’ cocciamatte paladino della resistenza alla scordanza, l’hanno conosciuto: il delicato ricordo dell’assistente della casa di riposo nella quale Mengo è morto, nello stesso giorno in cui “Neil Alden Armstrong e Edwin Aldrin, astronauti americani, avvolti da un’analoga, appena percettibile solitudine, sbarcarono sulla luna” (p. 77); le cartelle cliniche dei medici; la “autografa testimonianza del D’annunzio Uberto Polimante, cultore di storia patria e poeta” (p. 85); e persino la confessione della “Cosa Brutta”, l’evento infausto che ha messo a tacere le ultime voci rimaste a succhiare il nulla tra le viuzze di Scarciafratta, fattosi voce e ricordo per tramandare i terribili istanti della fine.

E così, di nome in nome, di storia in storia, Scarciafratta riprende vita per il tempo che le parole risuonano popolando di facce e corpi lisi, vissuti fino al midollo, non le sue strade, ormai dominio della malerba, bensì l’animo del lettore, perché lì si combatte la vera battaglia in nome della memoria.

Remo Rapino, nel suo nuovo romanzo, prosegue il percorso di ricerca linguistica e antropologica che già con Vita morte e miracoli di Bonfiglio Liborio (minimum fax 2019) aveva portato a fortunati esiti struggenti. Ma se in quel caso, seppure nel contesto di un romanzo corale, a dominare la scena era la figura del protagonista Liborio, e della sua novecentesca Odissea alla ricerca di una collocazione che ne certificasse l’esistenza e la dignità di individuo, qui ci troviamo tra le mani una Spoon River italiana, i cui nomi ed epitaffi non provengono dalle lapidi di un cimitero ma da un registro riemerso tra i resti del municipio, al quale un impiegato comunale ha affidato forse le proprie ambizioni letterarie, forse la semplice curiosità nei confronti del prossimo o un impeto di ribellione alla noia. Un pantheon abitato da anime che sembrano (e in parte sono) figlie di racconti soliti risuonare tra i tavoli di certi bar di provincia e che a quei tavoli ancora siedono, in un rimescolamento dei ruoli in cui il narratore e il narrato finiscono per non essere più distinguibili, anche (o soprattutto) grazie all’utilizzo di un idioma che è un tutt’uno con le anime e i luoghi, puro in quanto disseminato di contaminazioni dialettali, come a volerci ricordare che proprio a tale fertile humus dobbiamo la formidabile ricchezza della nostra lingua.

 
 
(Gianni Usai)
 
 

Offrirsi all’ignoto

 
 
 

a Fabio Stassi

 

 

“Lo scrittore è il primo dei propri lettori. Possiamo immaginarcelo come uno che, avendo cercato in casa, in biblioteca, in libreria, il libro che vorrebbe leggere e che gli manca, e accorgendosi che non lo troverà mai, se lo scrive (scrivere presuppone uno stato d’ignoranza: è difficile che il libro che si desidera leggere sia introvabile, e non sia mai stato scritto)”, p. 47.

Allora si danno solo tre possibili rapporti consapevoli con la lettura: non aver letto alcun libro, averne letto uno solo, averli letti tutti.

La prima e l’ultima eventualità generano rapporti puri, perfetti, perché coincidenti con l’assoluta estraneità o l’assoluta identità.cesare garboli

Nel primo caso non c’è ignoranza per assenza di desiderio, nel secondo per soddisfazione del desiderio.

Leggere un solo libro – leggerlo un’unica volta o rileggerlo all’infinito – significa invece rivolgere il desiderio non al mondo ma a un punto, e lì lasciarlo consumarsi. Il desiderio si slega dalla brama di conoscenza, di affermazione, di guadagno. Si offre il proprio desiderio all’ignoto.

Ci si offre all’ignoto.
 
 
 
E non è forse questo l’unico modo di manifestare la gratuità? E non è forse questo l’unico modo in cui si possa davvero entrare in relazione?

Ecco cosa avrebbe voluto dire Cesare Garboli ad Antonio Delfini: scusa se non sono stato capace di avere solo te come amico. Scusa se non sono stato capace di leggere un solo libro in tutta la vita.
 
 
 
(Suggestioni e citazione tratte da Cesare Garboli, Un uomo pieno di gioia, prefazione di Emanuele Trevi, minimum fax, Roma 2021)