Mia madre si chiama Loredana

Mia madre si chiama Loredana

 
 
 

Prezioso e originale poema in prosa e per immagini che ruota attorno alla figura di una donna, Mia madre si chiama Loredana (Quodlibet 2016) di Stefano Ricci – disegnatore e artista grafico qui anche in veste di scrittore – è composto di brevi sequenze di vita quotidiana, frammenti di discorso, ricordi, descrizioni di fotografie, di disegni e di sogni.

mia-madre-si-chiama-loredana_copertinaUna realtà sempre sospesa sull’ignoto visita la voce narrante, si fa presenza che non si può trattenere, mentre colui che dice, racconta – sebbene in grado di sentire e riferire con esattezza – è solo un testimone, persino delle proprie azioni, come accade in una visione o nella dimensione onirica.

Un sentimento di inappartenenza e di silenziosa gratitudine innerva queste pagine (rendere grazie è cioè volgere l’attenzione a ciò che non previene da noi, riconoscerne l’esistenza e l’unicità): le tavole con le immagini quasi simboliche, dai confini netti eppure riempite di oscurità, si alternano ai capitoli, in cui tutto è detto con sicurezza misericordiosa, distinto chiaramente e concluso – sebbene irrisolto – eppure guardato come sempre sul punto di fluire in qualcos’altro, di diventare altro.

Vita che si moltiplica, tesa e pronta a seguire solo l’ordine del movimento, materia ingovernabile: “Non riesco a chiudere il libro, che si apre continuamente in direzioni diverse, come un rampicante, come una pianta matta”, p. 229.

Ogni parte è solo una breve interruzione di ciò che non può che continuare, ogni parte è immersa in un legame, tutto è invisibilmente collegato.

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