Louis-Ferdinand Céline

Colloqui con il professor Y

 
 
 
 

Ogni lettore smaliziato sa bene che ci si dovrebbe avvicinare a un’opera ignari del suo autore, per evitare la tentazione di sovrapporre la biografia alla vicenda narrata; tale operazione potrebbe infatti creare una serie di ostacoli alla lettura, tra cui inibire la concentrazione e – laddove plausibile – l’immedesimazione; istigare inoltre al giudizio, o meglio al travaso del proprio punto di vista sull’autore in opinione sul testo.

Tuttavia ci sono scrittori la cui personalità debordante investe la scrittura, la innerva, al punto che la parola pare farsi corpo (non corpo autonomo, bensì proiezione dello scrittore medesimo): viene così messa in scacco ogni possibilità di relazione con essa che prescinda da un confronto con il suo artefice.

È certamente il caso di Louis-Ferdinand Céline, che se già nelle opere maggiori adotta un’angolazione autobiografica, in Colloqui con il professor Y (pubblicato nel giugno del 2020 da Quodlibet, traduzione di Gianni Celati e Lino Gabellone, introduzione di Martina Cardelli, postfazione di Gianni Celati) offre al lettore un furioso e nel contempo lucidissimo saggio della propria scrittura-corpo.

Si tratta di un’intervista che Céline immagina di rilasciare al misterioso professor Y, la cui vera identità risponde a quella del colonnello Réséda (e chissà che il grado militare non sia giustificazione o alibi di una certa scolasticità delle domande poste all’autore). Grazie a questo espediente finzionale, lo scrittore ha la possibilità di esprimere, o meglio di esibire, il proprio punto di vista su una serie di questioni che riguardano anzitutto la tecnica narrativa, l’ambiente editoriale e la brama (altrui e propria) di notorietà.

Si sono adoperati gli aggettivi furioso e lucidissimo, che a ben vedere identificano sia la scrittura che la personalità di Céline. Il quale, ancora giovane e sconosciuto, indirizzava all’editore Gallimard missive che presentavano simili passaggi: «Per carità non aggiunga una sola sillaba al testo senza avvertirmi! In un attimo farebbe crollare il ritmo – solo io posso ritrovarlo. Potrò sembrarle uno sprovveduto ma so perfettamente quello che voglio. Non una sillaba. E attenzione anche alla copertina» (da Lettere agli editori, a cura di Martina Cardelli, uscito sempre per Quodlibet nel 2016 e recensito qui).

I Colloqui con il professor Y mostrano un uomo tutto compreso nel ruolo di scrittore, tanto consapevole della straordinarietà del proprio talento (“[…] il linguaggio scritto era a terra, sono io che ho restituito l’emozione al linguaggio scritto!”, p. 29) quanto insofferente verso la mediocritas dei suoi colleghi: “[…] non sono più romanzi quelli che pubblicano, ma tanti compitini!… compitini sarcastici, compitini archeologici, compitini proustici, compitini senza capo né coda, compitini! Compitini nobelici… compitini anti-razzisti! Compitini per piccoli premi! Per grandi premi!… Compitini Pléiade! Compitini!” (pp. 24-5).

Ma in queste pagine c’è di più. L’atteggiamento di Céline, che vezzeggia quasi spudoratamente l’agio e la fama, non segnala una contraddizione: semmai il suo desiderio di essere riconosciuto, ammirato, premiato, da un lato conferma la sua totale schiettezza, che qui si traduce nell’assenza di falsa modestia, mentre dall’altro ne palesa l’incapacità di adottare le maschere sociali della sobrietà e della temperanza, o forse il suo completo disinteresse verso le cosiddette buone maniere.

E allora viene da pensare che la vera scrittura nasce dalla concentrazione assoluta, la quale esclude non solo ogni distrazione ma pure ogni posa, ogni modalità comportamentale e comunicativa adottata per una qualche convenienza. E così, al termine della lettura dei roventi Colloqui con il professor Y, ci viene restituita l’immagine di Céline come uomo per così dire fuori dal mondo – se inteso come insieme di codici convenzionali utili a garantirsi riconoscibilità e riparo – ma pienamente dentro la scrittura; che è, o dovrebbe essere, proprio un’uscita dal mondo: “[…] le opinioni degli uomini non contano un fico! dissertazioni! bolle di sapone! troiate!… puaah! conta solo la cosa in sé! l’oggetto! capito? l’oggetto! è riuscito? non è riuscito?… per la madonna! e il resto? accademismo!… mondanità!” (p. 41).

 
 
 

Invece no

Il grande scrittore è colui che esce dal mondo.

Chi nel mondo rimane non può interpretare chi è uscito dal mondo: la distanza è incommensurabile. Allora si affanna a decifrarne i segni alla luce delle proprie paure (quelle stesse, umanissime paure che lo trattengono nel mondo).

E così, oggi facciamo a gara a dire quanto insopportabile fosse il carattere di Louis-Ferdinand Céline; quanto egli tiranneggiasse i suoi editori; quanto egli fosse attaccato al denaro.

Senza farci venire il dubbio che l’unica fedeltà assoluta di Céline fosse alla parola: “Per carità non aggiunga una sola sillaba al testo senza avvertirmi! In un attimo farebbe crollare il ritmo – solo io posso ritrovarlo. Potrò sembrarle uno sprovveduto ma so perfettamente quello che voglio. Non una sillaba” (p. 35).cover__id1774_w800_t1478165255__1x-jpg

Nessuna intimità è possibile tra chi esce dal mondo e chi nel mondo rimane. L’unica relazione che possa ancora darsi è, forse, quella commerciale: “Ho in odio tutto ciò che somiglia a intimità, amicizia, cameratismo ecc. È un aspetto della vita che mi disgusta. Su certe cose non si cambia. Mi consideri un eccellente investimento, nulla di più, nulla di meno” (p. 38).

La differenza è che solo chi esce dal mondo fa una scommessa assoluta, si scioglie da ogni altro vincolo, si consuma nella ripetizione del gesto: “Tra me e i miei accusatori c’è un fossato invalicabile, una questione di specie, quasi di genere i miei accusatori sono tutti impiegati – io, no. Gli impiegati cambiano padrone. Hanno sempre un padrone – Io non ho mai avuto padroni – Ho perso tutto in questa spaventosa avventura in cui avevo perso tutto in anticipo” (p. 92; qui e in seguito, corsivo nel testo).

Il rapporto con l’assoluto non fa parte della vita: o coincide con essa o non è. Il rapporto con l’assoluto prevede una dedizione assoluta; non sono contemplabili ripensamenti, imprecisioni: “Sono un maniaco del lavoro scrupoloso. Gli errori io non li capisco. Non li tollero mai, per quel che riguarda me. Odio quello che faccio, ma lo faccio perfettamente, sempre a qualsiasi prezzo e in qualsiasi condizione”, p. 136.

Invece no. I grandi scrittori non escono dal mondo; se è vero che ne abbandonano la superficie, lo fanno per addentrarsi nel suo nucleo più intimo, là dove nasce il ritmo: “I miei libri esistono, sono stati plagiati abbastanza, hanno nutrito un numero sufficiente di presuntuosi copioni per essere mostrati e ammirati e per riconoscerne il non so che la petite musique intorno alla quale i miei imitatori girano a vuoto senza capire”, p. 167.

(Citazioni tratte da Louis-Ferdinand Céline, Lettere agli editori, a cura di Martina Cardelli, Quodlibet, Macerata 2016).

Il torsolo

 
 
 

Scrive Louis-Ferdinand Céline: “Sono solo un poveraccio, non un semidio. Vivo insonne e con l’emicrania e ho 54 anni!” (p. 30); e nella medesima lettera, poche righe oltre: “Conosco la musica del fondo delle cose… Se occorresse saprei far ballare gli alligatori al suono del flauto di Pan” (ibid.).

Come se la tensione verso il limite proiettasse contemporaneamente al cospetto del punto infimo e di quello superno.

Scrive, ancora, Céline: “Gli stessi nazisti non hanno mai seriamente considerato il razzismo. Lo utilizzavano come un’esca elettorale per raccogliere un po’ di illuminati della mia specie,” (p. 32); e nella medesima lettera, poche righe oltre: “Io vadoCelineLETTEREesec dietro all’emozione con le parole senza lasciarle il tempo di rivestirsi in frase… L’afferro nuda e cruda, o meglio nella sua poeticità – perché il fondo dell’Uomo malgrado tutto è poesia” (p. 33).

Come se la tensione verso il limite, proiettando contemporaneamente al cospetto del punto infimo e di quello superno, rendesse estranei ai concetti di opportunità e coerenza.

Per quanto sia faticoso ammetterlo, le categorie del lecito e dell’illecito, del giusto e dello sbagliato, sono invenzioni umane. Sono ripari.

In ciascun essere umano ci deve essere un nucleo primitivo resistente a ogni scelta, se pensiamo che ogni scelta implica il desiderio affannoso di indicare, ribadire, giustificare o difendere la propria posizione nel mondo. Ogni scelta è, in fondo, un riparo.

Quel nucleo primitivo, invece, è la propria posizione nel mondo.

“Mi interessano poco gli uomini e le loro opinioni proprio per niente… è il loro torsolo che mi interessa, non quel che dicono ma quel che sono… la cosa – l’uomo in sé”, p. 42.

 
 

(Citazioni tratte da Lettere al professore. Corrispondenza con Milton Hindus 1947-1949 di Louis-Ferdinand Céline, a cura di Jean Paul Louis, traduzione e postfazione di Elio Nasuelli, Archinto, Milano 2015).