L’ombra e la grazia

Il libro del potere

 
 
 

Nel settembre 2016 la casa editrice Chiarelettere ripubblica nella traduzione di Valentina Abaterusso tre saggi di Simone Weil, riuniti sotto il titolo Il libro del potere (con l’introduzione di Mauro Bonazzi).

Il libro del potere_Esec.inddIn apertura e in chiusura del volume si leggono due contributi apparsi originariamente nei “Cahiers du Sud”, L’Iliade o il poema della forza, pubblicato tra il 1940 e il 1941, e L’ispirazione occitana del 1942; collocato al centro del libro è invece Non ricominciamo la guerra di Troia, uscito sui “Nouveaux Cahiers” nel 1937 (dove non diversamente indicato le citazioni sono tratte da questi tre articoli).

Se ciò che accomuna questi testi è senza dubbio la questione della forza, qui interessa osservare il movimento che percorre la scrittura dell’autrice, ossia l’attenzione al mondo e ai suoi limiti.

Simone Weil afferma che nessun essere umano può possedere la forza, che è propria del potere collettivo, esercitato da chi – insieme più o meno numeroso di persone o anche singolo individuo – di questo potere viene investito.

Infatti “l’uomo, considerato semplicemente come uomo, è sprovvisto di forza. Se gli si obbedisce in tale qualità, l’obbedienza è perfettamente pura. […] Ma quando si obbedisce agli ordini di un uomo in qualità di depositario di un potere collettivo […] se ne esce degradati”, p 89.

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A presto, dunque, e a sempre

 
 
 

Questo splendido libro che raccoglie il carteggio tra Elena Croce e María Zambrano dal 1955 al 1990, assai ben curato da Elena Laurenzi e pubblicato da Archinto nel 2015, è una vivida testimonianza di come si possa guardare al mondo della vita con una attenzione accogliente, cioè in grado di non separare e frammentare, di non escludere, di aprirsi davanti alla realtà, in modo che la realtà possa darsi, essere luminosa.

a presto dunque e a sempre“[…] Stai scrivendo? O ti lasci andare, con l’attenzione apparentemente semi desta, perché la realtà non ti intimorisca, chiudendosi? Gli uomini di scienza e tanti cosiddetti filosofi si presentano di fronte alla realtà vivente armati, con l’attenzione tesa come una lancia o come una pietra, e allora la realtà si sottrae o diventa ermetica, lasciandoli nel vuoto. Quando, a casa tua, ti vedevo quasi assente, io sapevo che tu ti accorgevi di tutto; di tutto quello che ti circondava e oltre, molto oltre. Di questo Metodo ancora non è stato scritto nulla, eppure ne deriva tanta conoscenza. Perciò mi piace pensarti così: assente, distratta, creatura della vita. Gli «attenti» e fissi come ospiti della vita – ospiti indiscreti.”[1]

L’attenzione è quindi “uno sguardo e non un attaccamento” (come scrive Simone Weil ne L’ombra e la grazia, traduzione di Franco Fortini, Bompiani, Milano, 2007; Elena Laurenzi nella nota al testo non manca peraltro di citare il senso weiliano della parola); essa permette una relazione che dà libertà e che è capace di aspettare, di ricevere, e che non vuole comprendere:

“Quindi, cara Elena, in realtà non ho mai dovuto capirti – superare un fossato, tentare di guardare dentro di te: tutte cose di cui sono incapace. In effetti, ho semplicemente ricevuto ciò che da te irraggia. E che triste questa «comprensione» che oggi si propina come una ricetta affinché le persone si intendano tra loro. Fino a che punto rivela nelle persone un difetto di presenza e insieme un eccesso di ansia di appropriazione!”[2]

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La caparra dell’anima

 
 
 

La caparra dell’anima (De arrha animae) di Ugo di San Vittore, a cura di Manlio Della Serra – il quale firma introduzione, traduzione dal latino e note –, inaugura nel settembre di quest’anno la casa editrice Armillaria.

Caparra_coverNel saggio che precede l’opera, L’anima allo specchio, il curatore chiarisce il contesto storico e culturale in cui è da situarsi lo scritto (la Francia del XII secolo), alla luce degli studi e dei dibattiti teologici cattolici coevi, soffermandosi sulla figura dell’autore e dei suoi rapporti con i contemporanei – a partire dalla centralità della questione della carità – e sullo stesso De arrha animae.

La caparra dell’anima è un serrato soliloquio in forma di dialogo tra un uomo e la propria anima, suddiviso in tre parti, Prologo, Soliloquio e Confessione.

Nella prima breve sezione si legge che il testo è posto da Ugo di San Vittore all’attenzione dei monaci di Hamersleben ed è da intendersi quale occasione per imparare “dove è opportuno cercare il vero amore e in quale modo […] sollevare i […] cuori alle gioie più elevate con l’applicazione delle meditazioni spirituali” (p. 35).

Il nucleo dell’opera è dunque il Soliloquio, che si apre con l’interrogativo rivolto dall’uomo all’anima su cosa sia da essa prediletto (dice l’uomo che la vita dell’anima è dilezione). “Tra tutte le cose che appaiono” (p. 39) l’anima non ha trovato ciò che è da amare sopra ogni cosa, essa vaga tra i desideri e sente la mancanza dell’amore vero.

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Non date le parole ai porci

 
 
 

Viviani copTutto ciò che riguarda l’uomo non può uscire dalla logica della compensazione, dell’equilibrio, dello scambio.

Per compiere atti, per avere pensieri liberi dall’interesse, dal calcolo, bisognerebbe non avere di essi memoria, non accorgersene, non sentirne la proprietà.

Con tutto quello che ho dato, tutto il bene che ti ho voluto, tutte le energie che ho donato, tutto ciò che ho fatto per te.

Ogni attaccamento è tentativo di colmare il vuoto, la discontinuità nella vita, di placare la paura della discontinuità finale.

L’attaccamento non è solo alle cose, alla materia, ma anche alle idee, ai significati, al male subito, al male fatto, al male collocato.

Bisognerebbe sforzarsi di vedere gli altri, l’Altro, come figure senza sporgenze, lisce, di pura superficie.

Eppure “la realtà del mondo è fatta da noi, col nostro attaccamento. È la realtà dell’Io trasportata da noi nelle cose. Non è affatto la realtà esteriore”, scrive Simone Weil in L’ombra e la grazia (Bompiani).

Ma è possibile accettare l’esistenza (la realtà) degli altri senza dirli attraverso i difetti, i talenti, le parti, la relazione di debito e credito?

È possibile una relazione senza arricchimenti, impoverimenti, attaccamenti?

È possibile una scrittura senza scrittori?

Scrive Cesare Viviani che “la forma è l’esattezza dell’assenza”.

 
 
(Cesare Viviani, Non date le parole ai porci. Prove di libertà di pensiero su cose della mente e del mondo, il nuovo melangolo, Genova, 2014)