LiberAria

Sergente Romano

 
 
 

Scritto da Marco Cardetta, nell’aprile del 2016 è uscito per LiberAria un libro di ostica collocazione, che si potrebbe forse definire come un romanzo eroicomico con inserti documentali.

Il suo titolo, Sergente Romano, ne indica il protagonista, un ufficiale dell’esercito borbonico che dopo l’Unità d’Italia comanderà dapprima il Comitato Clandestino Borbonico di Gioia del Colle, per poi formare e capeggiare una squadra d’azione clandestina.

Eppure Sergente Romano non è un romanzo storico: benché il protagonista sia esistito davvero e vi si narrino fatti realmente accaduti (come il tentativo di presa di Gioia del Colle del 28 luglio 1861 da parte di Romano e dei suoi uomini), tuttavia la prospettiva del libro non pare davvero quella storicistica.COPERTINA_SERGENTE ROMANO bis

E i documenti dell’epoca, che chiudono pressoché ogni capitolo, non fanno che produrre uno straniante contrasto con le porzioni narrative, opponendo la loro incontrovertibilità quasi stolida all’incontenibile mobilità e vividezza delle vicende raccontate da Cardetta.

Sì, perché le imprese dei briganti guidati da Romano, restituite per mezzo di una lingua che volentieri eccede le norme della grammatica e della sintassi, compongono uno sgangherato ed energicissimo atto di fede nei confronti della vita, o ancor meglio della vitalità. È un susseguirsi di battaglie e ritirate, piccoli eroismi e grandi viltà, tradimenti, fughe, sconfinamenti nell’erotico e nel farsesco: “«Oh, però io ho saputa che Chiavone con Bosco da Foggia se ne scende verso Bari con più di duemila cristiani…» Vincenzo Santoiemma gli rispose: «E dove la sentisti questa cosa?» E Ripa: «Non lo so, non mi ricordo… però pare che un generale con più di diecimila cristiani se ne sale da Otranto e ha già conquistato Francavilla, Ginosa e Laterza…» Al che Santoiemma gl’ammollò uno scappellotto pesante sulla nuca: «Questa cosa te la dissi io… Ciuccio, scemunito. E secondo te se erano a Laterza, che è qua dietro, non dovevamo sapere niente?»”, p. 33. (altro…)

Un segreto che non guardo ma che sta al centro del cortile

 
 
 

Uscito nell’ottobre del 2014 per LiberAria, Un segreto che non guardo ma che sta al centro del cortile, romanzo d’esordio di Chiara Dotta, ci racconta per tappe cronologiche (ciascuna della lunghezza di un capitolo) l’educazione sentimentale e sessuale di Daria.

Tranne due capitoli nei quali sono il padre e la nonna di Daria a prendere la parola, e altrettanti (tra cui il capitolo introduttivo) scritti in terza persona, ascoltiamo le vicende della protagonista direttamente dalla sua voce.

Chi scrive deve confessare i suoi timori (o meglio, pregiudizi) di fronte a questa operazione quasi diaristica: dopo le prime pagine mi sono domandato come avrebbe potuto, l’autrice, mantenersi lontano dalla maniera, nell’affrontare un argomento simile.

COPERTINA_IL METODO DELLA BOMBA ATOMICA_Cuffia 3A lettura ultimata, posso aggiungere che le centosettantasette pagine del libro contengono tutto ciò che teoricamente avrebbe solo potuto rafforzare il mio pregiudizio: Daria subisce molestie sessuali da bambina, vive tragicomiche esperienze erotiche da ragazzina, da adolescente si imbatte in tutto il campionario della mascolinità e non si nega esperienze omosessuali, da donna vive un rapporto sentimentale adulto dall’innamoramento alla separazione, matrimonio e maternità inclusi.

Invece, al contrario di ciò che paventavo, nelle sue pagine migliori Un segreto che non guardo ma che sta al centro del cortile ha saputo ricordarmi che l’autentica originalità di una narrazione non risiede nella ricerca (spesso, in troppi libri di recente uscita, affannosa) di argomenti inediti, ma nel punto di vista.

E se dovessi riassumere con un solo aggettivo il punto di vista adottato da Chiara Dotta, adopererei la parola onesto. (altro…)