L’arcolaio

Quattro poesie

 
 
 

di Michele Miccia

 
 
 
 

Non tutto è perduto
se chiedo di rimanere qui immobile
su questo campo che
è stato di tarassaco,
il vento e le termiti mi consumano20150719231100duchamp_-_nude_descending_a_staircase
la carne e le ossa, infine
dai miei liquidi l’alone calcareo
che farà da guscio a chi ne è sprovvisto,
sono entrato nel ciclo
dell’acqua, fluttuo nel
gioco delle correnti che mi spremono
in pioggia, ritorno a quell’acqua
di terra che mi ripete ogni
giorno cambiando nome.

 
 

Prendete di me quello
che volete, a cercare
qualcosa troverete, tutto
a buon mercato e senza costi
aggiuntivi, le pupille che ancora
riflettono la violenza dell’ultima
immagine raccolta con
avidità, apritemi e risucchiate
il grasso, emergeranno
passaggi ancora casti
attraverso un organo e l’altro,
rimarginature di oblio, custodi
della fatica della
carne che si rigenera
senza domandarsi perché.

 

(altro…)

Tre poesie

 
 
di Michele Miccia
 
 
 
 
Verso qualsiasi luogo
tu proceda, ti metti
a scavare e ritrovi
sempre una parte di
me persa che rinnova
il nostro patto di
lealtà, mentre mi
cerchi mi compi ma
sono ancora io che sposto
il tuo punto di vista
quando credi d’avermi
contata tutta quanta.
 
 
 
 
Ti ho bruciata che
eri ancora più viva
di me, all’apice delthe-dance-1933-1
tuo compimento quando
nemmeno un esorcismo
ti poteva piegare,
florida ancora ma
già dissanguata mentre
chiedevi la pietà
ed il perdono di esserti
messa tra me e la tua
pelle, nell’aria ti
sei sparsa di un febbraio
di pollini precoci,
di nerofumo sui
tronchi e le foglie, ti
ho conquistata con grazia
ma non ti ho trattenuta.
 
 
 
 
Tu nuda bianco latte
perché nuda ti trovi
se meno soffri, io invece
immolato nel bacio
che non capisco e si
insabbia annichilente
prima di dialogare,
io e tu alternati a noi
in quella sospensione
che sia femmina e maschio
un limite del nostro
repertorio usurato,
solo un terzo distante
coglie un canto all’unisono.

 
 
 

Michele Miccia, nato nel 1959, vive e lavora a Parma. Comincia a scrivere adolescente e a venticinque anni decide di smettere, cestinando quanto sin lì prodotto. Nel 2006 riprende a scrivere. Dal 2006 al 2011 pubblica in varie antologie poetiche. Nel 2011 pubblica, stampandolo in proprio, Il ciclo dell’acqua – Parte di sotto; e nel 2014, per i tipi de L’Arcolaio, Il ciclo dell’acqua – Parte di dentro, di cui questo blog ha ospitato tre coppie di poesie (qui, qui e qui). Le tre poesie che qui presentiamo fanno parte de Il ciclo dell’acqua – Parte di mezzo, di prossima pubblicazione presso il medesimo editore. Sue poesie sono apparse su diversi blog e in riviste cartacee.

 
 

L’immagine proviene da qui.

 
 
 

Il ciclo dell’acqua – Parte di dentro

 
 
 

Il ciclo dell’acqua – Parte di dentro è una raccolta poetica di Michele Miccia edita da L’arcolaio nel 2014, che segue a Il ciclo dell’acqua – Parte di sotto (stampata in proprio nel 2011).

In questa nuova opera compaiono quasi ossessivamente tre elementi: il sangue, la carne e l’acqua.

Il sangue “raccoglie/ e concede” (p. 10); la carne “monta da/ sotto ad affermare il posto dovuto” (p. 13); l’acqua “si lascia cadere leggera” (p. 16).

Protagonista assoluto delle poesie di Michele Miccia è il corpo, chiuso nei suoi confini e nella sua finitezza: “il limite è la sua/ carne” (p. 24). E se il sangue è “ignaro del suo/ circolo” (p. 45), proprio la carne testimonia invece il drammatico tentativo del corpo di uscire da sé, di prolungarsi, moltiplicarsi, affinare la propria prensilità.

Ecco allora che le appendici corporee possono farsi metafora di una proiezione nel tempo a venire, come in questo incipit: “La il ciclo dell'acqua 2promessa di un futuro da prendere/per le corna e santificarlo/ sono le sue dita” (p. 41); altrove il futuro è agognato come seconda possibilità, come “il punto di fuga in cui tutto/ rinasce” (p. 50).

Il corpo, “sospeso/ tra il luogo della nascita/ e quello della morte/ dove fermenta uno spazio tradito”, è sottoposto a uno strenuo ipercinetismo, forse per garantire un senso e un’unicità alla propria parabola esistenziale, per poter almeno affermare “di non essere come gli altri” (p. 86); o forse perché questa inesausta tensione può distrarre dall’idea della fine.

Ma il corpo non ha governo sul destino, non c’è gesto che assicuri un guadagno, e neppure una compensazione è certa: “Non sempre c’è pareggio/ tra ciò che gli entra dentro/ e ciò che gli esce fuori,/ è lo scarto che fa pendere da una/ parte e può indurre al panico” (p. 72).

L’esistenza è dunque un agone senza requie, nel quale i corpi si consumano: “sono i suoi tendini/ che stridono alla fatica, le sue ossa/ che scrocchiano, l’intestino che strappa,/ il suo corpo non è in silenzio” (p. 61).

Questo è un carattere davvero distintivo della poesia di Michele Miccia: l’invecchiamento è indagato, fuori da ogni retorica consolatoria, dalla sola prospettiva della consunzione organica, che in alcuni luoghi del testo è beffarda prefigurazione della morte (“Già prove di imbalsamazione/ futura l’irrigidimento/ dei muscoli”, p. 32).

Nell’universo poetico di Miccia, sorprendente per coerenza, tutto è corpo. Ciò non significa che sia negata la dimensione trascendente, ma semmai che “Dio è un vuoto da conquistare” (p. 67).

Insomma: ogni cosa, anche la divinità, è una distanza da colmare, una quantità di spazio per scoprire la quale occorre giungervi, per conoscere la quale occorre aderirvi; ma i nostri corpi non sono acqua, estranea a essi rimarrà per sempre l’essenza “della porosità/ che solo un’acqua amorevole può/ lisciare”, né i corpi potranno mai avere “la facilità/ dell’acqua di rinsavire in un solco” (p. 44).

Lo scorno espresso dalla voce poetica di Michele Miccia proviene da un paradosso: per conoscere il mondo non disponiamo che del corpo, ma è la sua stessa conformazione a impedire la conoscenza.

 

(Questo blog ha ospitato, ancora inedite, tre coppie di poesie tratte da Il ciclo dell’acqua – Parte di dentro. In ordine di pubblicazione, qui, qui e qui).

 
 
 

Due poesie

 

di Michele Miccia
 

 

Si forgia di silenzi
come nei tronchi dove tra
un cerchio e l’altro c’è
un lavoro che non si vede,
è inevitabile il suo corpo,
sta qui, a chiedere la presenza,
lo conduce per mano
nei suoi bisogni quotidiani,
sul muro incide a fuoco
le tacche che designano
le crescite e le stasi,
la linea estrema della piena
che porta scompiglio nelle famiglie
dei roditori, l’ultima
lo sospinge più suAlexei-Jawlensky-Murnau-Landscape
per staccarlo da un gregge
rimasto senza corsa.

 

 

 

Agisce in sordina, non vuole farsi
sentire, presente e non essere
visto, ascolta i dialoghi che
vanno per conto loro
senza incidere, ma sono i suoi tendini
che stridono alla fatica, le sue ossa
che scrocchiano, l’intestino che strappa,
il suo corpo non è in silenzio,
attira le mosche e la polvere,
risponde a sua insaputa,
senza poterci fare nulla,
continua ad adescare, si
spiega con la carne la carne.

 
 

Michele Miccia, nato nel 1959, vive e lavora a Parma. Comincia a scrivere adolescente e a venticinque anni decide di smettere, cestinando quanto sin lì prodotto. Nel 2006 riprende a scrivere. Dal 2006 al 2011 pubblica in varie antologie poetiche. Nel 2011 pubblica, stampandolo in proprio, Il ciclo dell’acqua – Parte di sotto. Entro l’anno in corso pubblicherà per i tipi de L’arcolaio Il ciclo dell’acqua – Parte di dentro, raccolta della quale fanno parte le due poesie che qui presentiamo; altre poesie della medesima raccolta sono già state ospitate (qui e qui) su questo blog. Sue poesie sono apparse su diversi blog e in riviste cartacee.

 

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