L’altra figlia

L’altra figlia

 
 
 

In una domenica d’estate del 1950 Annie Ernaux, che allora aveva dieci anni, ascolta uno stralcio di conversazione tra sua madre e una giovane donna (qui e in seguito, corsivi e a capo nel testo): “Racconta che oltre me hanno avuto un’altra figlia e che è morta di difterite a sei anni […] Dice: è morta come una piccola santa […]
Alla fine di te dice era più buona di quella lì
Quella lì, sono io” (pp. 15-6).

La straziante scoperta condizionerà la vita della scrittrice, che proprio alla sorella mai conosciuta si rivolge ne L’altra figlia, una lunga lettera diventata volume e uscita in Italia nel maggio del 2016 per L’orma editore (traduzione di Lorenzo Flabbi).

Cover-Ernaux-L'altra-figlia-solo-fronteCome sempre accade per gli avvenimenti che sconvolgono, essi si imprimono nella memoria e sopravvivono, nella loro fissità, al trascorrere del tempo: “La scena del racconto non si è mossa, non più di una foto. Vedo l’esatta collocazione delle due donne per strada, la posizione dell’una rispetto all’altra”, p. 16.

Ma non è poi esatto parlare di tempo, dal momento che si tratta di due vicende biografiche senza punti di tangenza: “Tra me e te non c’è del tempo. Ci sono delle parole che non sono mai cambiate”, p. 19.

Un’ulteriore, incolmabile distanza tra le due sorelle è data dal paragone istituito dalla madre. Annie Ernaux, da quella domenica d’estate del 1950, non solo smette di colpo di essere l’unica, ma si trova a rivestire il ruolo della peggiore: “Tra loro e me, da quel momento ci sei tu, invisibile, adorata. Vengo scostata per farti spazio. Respinta nell’ombra mentre tu aleggi lassù nella luce eterna. Vengo paragonata, io che ero l’incomparabile, la figlia unica. La realtà è questione di parole, sistema di esclusioni. Più/Meno. O/E. Prima/Dopo. Essere o non essere. La vita o la morte”, p. 21.

Non essere più la sola significa essere esposta alla ferocia delle dicotomie, all’aleatorietà delle relazioni, alla fatica quotidiana del vivere. Ciò porta la scrittrice a domandarsi, con encomiabile onestà: “Che ti stia scrivendo per resuscitarti e ucciderti un’altra volta?”, p. 24. (altro…)

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