José Ortega y Gasset

A presto, dunque, e a sempre

 
 
 

Questo splendido libro che raccoglie il carteggio tra Elena Croce e María Zambrano dal 1955 al 1990, assai ben curato da Elena Laurenzi e pubblicato da Archinto nel 2015, è una vivida testimonianza di come si possa guardare al mondo della vita con una attenzione accogliente, cioè in grado di non separare e frammentare, di non escludere, di aprirsi davanti alla realtà, in modo che la realtà possa darsi, essere luminosa.

a presto dunque e a sempre“[…] Stai scrivendo? O ti lasci andare, con l’attenzione apparentemente semi desta, perché la realtà non ti intimorisca, chiudendosi? Gli uomini di scienza e tanti cosiddetti filosofi si presentano di fronte alla realtà vivente armati, con l’attenzione tesa come una lancia o come una pietra, e allora la realtà si sottrae o diventa ermetica, lasciandoli nel vuoto. Quando, a casa tua, ti vedevo quasi assente, io sapevo che tu ti accorgevi di tutto; di tutto quello che ti circondava e oltre, molto oltre. Di questo Metodo ancora non è stato scritto nulla, eppure ne deriva tanta conoscenza. Perciò mi piace pensarti così: assente, distratta, creatura della vita. Gli «attenti» e fissi come ospiti della vita – ospiti indiscreti.”[1]

L’attenzione è quindi “uno sguardo e non un attaccamento” (come scrive Simone Weil ne L’ombra e la grazia, traduzione di Franco Fortini, Bompiani, Milano, 2007; Elena Laurenzi nella nota al testo non manca peraltro di citare il senso weiliano della parola); essa permette una relazione che dà libertà e che è capace di aspettare, di ricevere, e che non vuole comprendere:

“Quindi, cara Elena, in realtà non ho mai dovuto capirti – superare un fossato, tentare di guardare dentro di te: tutte cose di cui sono incapace. In effetti, ho semplicemente ricevuto ciò che da te irraggia. E che triste questa «comprensione» che oggi si propina come una ricetta affinché le persone si intendano tra loro. Fino a che punto rivela nelle persone un difetto di presenza e insieme un eccesso di ansia di appropriazione!”[2]

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La circostanza

 
 
 

Uscito nel febbraio del 2015 per Marsilio, La circostanza di Francesco Paolo Maria Di Salvia è un romanzo abnorme, che nelle sue seicentodiciotto pagine narra – in estrema sintesi – sessantacinque anni di storia italiana.

La prospettiva scelta da Di Salvia è quella di una dinastia salernitana di industriali del caffè, i Saraceno, di cui ci vengono presentate quattro generazioni.

Personaggio principale è Italo Saraceno, prima eroe partigiano poi senatore del PCI, l’unico che parla in prima persona rivolgendosi a un caro ragazzo cui solo nel finale verrà dato un nome e che rivelerà la struttura circolare del libro.

disalviaCIRCOSTANZAcoverI capitoli appaiono in ordine cronologico (con tanto di data) e sono inframmezzati da spot pubblicitari della Saraceno; spot che, pur adattandosi di volta in volta al contesto storico e sociale in cui nascono, si chiudono tutti col medesimo tormentone: “Dal 1880, Caffè Saraceno. L’aroma che non si dimentica”.

Se per questo romanzo ho parlato di abnormità, non intendevo riferirmi solo alla sua misura.

Imponente, intanto, è la ricerca documentale a cui si è sottoposto il giovane autore, capace non solo di offrirci retrospettive sempre originali su alcuni decisivi avvenimenti (con relative atmosfere e relativi vizi linguistici) degli ultimi decenni di storia italiana e internazionale, ma addirittura di citare fedelmente stralci, ad esempio, di comizi di alcuni uomini-simbolo del PCI, da Enrico Berlinguer ad Achille Occhetto.

C’è poi lo stile, fulminante nei dialoghi e sovrabbondante – ma mai stucchevole – nelle parti diegetiche; stile che a chi scrive ha ricordato le pagine più felici di Aldo Busi. L’ironia demistificatoria, che volentieri si deforma in sarcasmo, è strumento spesso usato, e ottimamente governato, da Di Salvia. Tra gli innumerevoli esempi possibili si legga questo: “«Gheddafi è niente. È un uomo semplice, in fin dei conti. Uno a cui piace dormire in tenda. Un beduino. Che cos’ha sognato per tutta la vita? Comprarsi la FIAT e la Juventus, come i calabresi emigranti a Torino, che sognavano di dominare il mondo indossando una maglietta bianconera a bordo di una 850 presa a rate»”, pp. 566-7.

(Qui ci concediamo una parentesi, che è nel contempo una piccola critica e una grande speranza: l’ironia, al di là delle ragioni tecniche per cui viene adoperata, è pur sempre una difesa, una barriera di protezione collocata non solo tra sé e il materiale narrato, ma pure tra sé e i limiti del dicibile. Ci auguriamo che un autore così dotato sia capace, un giorno, di rimuovere questa barriera, di provarsi in una narrazione che punti frontalmente al fuoco delle cose). (altro…)