Jorge Luis Borges

Ferrovie del Messico

 
 

In uno dei codici di Leonardo Da Vinci, la stessa favoletta (il fuoco, offeso perché l’acqua nella pentola sta sopra di lui che invece è l’elemento superiore, innalza le sue fiamme finché l’acqua, bollendo, trabocca e lo spegne) è riportata in tre versioni, ciascuna più particolareggiata della precedente.
 
Italo Calvino, nelle Lezioni Americane, sfrutta questo esempio per dimostrare come qualsiasi narrazione possa essere, almeno in linea teorica, infinita.
 
Gian Marco Griffi sembra mettere in pratica l’insegnamento dei due grandi maestri realizzando un’opera in cui ogni personaggio, situazione, paesaggio rimandano a nuovi personaggi, situazioni, paesaggi. Quest’opera è Ferrovie del Messico (Laurana Editore, 2022); quinto titolo della collana Fremen curata da Giulio Mozzi; volume arricchito da una postfazione di Marco Drago; illustrazione di copertina e mappe di Silvia Perosino; 816 pagine; 12 x 19 x 5,3 cm; peso: 590 g; stampato su carta Usomano editoriale K/Holmen alto spessore da 60 gr, piacevole al tatto e con un leggero sentore di legno di betulla. “Al che mi sono permesso di aggiungere che un esame olfattivo più attento e approfondito […] avrebbe condotto a intuire il caratteristico odore dolciastro prodotto dall’etilbenzene e il gradevole contributo floreale apportato dall’etilesanolo”(p. 525), direbbe il conte Cesare Cocchi Renani degli Obertenghi, personaggio stravagante e coerente allo stesso tempo, al protagonista.
Ferrovie del Messico
Le vicende del romanzo d’avventura, come recita il sottotitolo, si sviluppano su due piani narrativi: il primo, ambientato negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, racconta della stesura di due libri – Historia poética y pintoresca de los ferrocarriles en Mexico di Gustavo Baz e Cesta Punta di Frank Calcavecchia – e delle avventure picaresche dei rispettivi autori fra bambini affamati e curiosi, partite di jay-alai (una sorta di pelota basca) in cui chi scommette perde intere fortune, fidanzate che attendono il ritorno a casa dei loro uomini e attentati sanguinosi.
 
Nel secondo piano narrativo, l’Historia poética y pintoresca finisce nelle mani dei nazisti, viene fraintesa e li spinge a credere nell’esistenza di un’arma invincibile in una cittadina sperduta nel paese centramericano. Subito viene ordinata la stesura della mappa delle ferrovie del Messico per poter entrare in possesso dell’arma. L’irrealizzabile compito, inoltro dopo inoltro, coinvolgerà la Guardia Nazionale Repubblicana Ferroviaria di Asti e in particolar modo Cesco Magetti, soldato afflitto dal mal di denti e “uomo innamorato e spaventato dalla vita” (pp. 360-1) che cercherà di portar a termine il lavoro sfruttando la fantasia, le competenze di un cartografo di origine samoana arrivato ad Asti per amore e alcune pagine del libro Cesta Punta ricopiate nella sconfinata biblioteca del conte Renani.
 
“Se c’era una cosa che mi piaceva dell’essere un soldato semplice, quella cosa era che in ogni circostanza c’era sempre qualcuno di grado superiore pronto a dirti quel che andava fatto, anche se quel che andava fatto, nove volte su dieci, era un’inutile perdita di tempo. Eppure con gli anni mi ero reso conto che perdere tempo era precisamente ciò che desideravo” (p. 491).
 
Occasioni per perdere tempo, Magetti ne avrà parecchie. Sul suo cammino, il protagonista incontrerà becchini chiacchieroni: “Guarda qui che schifio, si sono ciucciati fino all’ultimo cencio di tessuto. E poi pretendono i trovarci l’anima, in mezzo a questo disgusto, orcomondo lurido; l’anima è un groviglio di vermi che squartano la carne, kraut, prendi nota, accamaiàla. Vermi onesti, vermi dotati di spirito santo: eccola qui, la vostra anima” (p. 194); incontrerà partigiani altrettanto loquaci, qualcuno con un gergo incomprensibile: “Mi sono rivoltato le berte per mostrarle che erano vuote come la chiurla d’un cornuto, lei m’ha mandato al rabuino, dovevate vederla, buon primo maggio, è proprio andata fuori di cerchia, baccagliava come un pasquin peloso quando il manego lo scanna” (p.141); incontrerà come abbiamo già detto il conte Renani, bibliomane oltre che logorroico: “[…] ho colto l’occasione per congedare il mio maggiordomo e per recuperare lo splendido manoscritto miniato del tardo Tredicesimo secolo sullo sbadiglio (De hiatu) che mi costò un furioso negoziato al termine del quale il precedente proprietario mi sfidò a un duello al primo sangue che vinsi con irrisoria facilità, seguendo pedissequamente gli insegnamenti dell’Atalaya de las Corónicas, que contiene los grandes bechos de los Godos y Reyes de España y el arte del duelo de láminas di Alfonso Martinez de Toledo Arciprete di Talavera, che posseggo in edizione con brossura in filo refe di canapa” (p. 528).
 
E, alla consegna della fatidica mappa delle ferrovie del Messico, Cesco avrà modo di giungere alla resa dei conti con un nazista chiacchierone: “È un samovar russo, […] serve per scaldare l’acqua e prepararci la zavarka, che sarebbe un tè. Lo trovai nel ’41 tra le cianfrusaglie di una dacia nelle campagne attorno a Lobnja, oblast’ di Mosca. Donandomelo, quelli della servitù giurarono che fosse appartenuto nientemeno che a Puškin. Non so perché sentirono la necessità di specificarlo; forse speravano di compiacermi per salvare la pelle. Purtroppo per loro, non gli credetti” (p. 693).
 
Gli argomenti di tali ciance non forniscono a Magetti alcuna informazione specifica sulle ferrovie del Messico, sul Messico in generale o su qualunque suo altro problema; servono solo a confonderlo, perfino stordirlo. Ma la curiosità che generano le innumerevoli citazioni, i richiami, i rimandi, i semplici ammiccamenti, gli eventuali riferimenti còlti dal lettore senza che fossero nelle intenzioni dell’autore, l’impossibilità di verificare tutte le citazioni, il dubbio che qualche informazione storica, qualche indicazione geografica sia inventata, tutto ciò risulta fra i principali pregi del lavoro.
 
Il risultato è un romanzo di formazione, coraggioso poiché ambientato in un mondo in cui tutto accade per caso: “…un impiegato di Berlino riceve un libro in dono e la vita di un soldato ad Asti è stravolta. C’è del bello, in tutto ciò, c’è l’ironia della sorte, il comico, il grottesco, il crudele” (p. 544); “…e tu sei, nell’attimo stesso in cui agisci o non agisci, artefice di tutto ciò che accade ovunque sulla terra e vittima di ciò che ogni altro essere umano lascia che accada o si adopera per far accadere” (p. 545). Ancora un esempio dell’assoluto dominio del caso: i due becchini già citati, Lito e Mec, aspirano al suicidio per liberarsi dalla loro misera condizione e cercano di portare a termine l’intento tramite uno stratagemma che prevede contemporaneamente: la conoscenza del racconto di Borges Il giardino dei sentieri che si biforcano; una notevole intelligenza; la disponibilità di un cacciabombardiere. Le tre condizioni troveranno effettiva convergenza nel capitano Butch Shumard che bombarderà il cimitero, ma nel frattempo Lito e Mec saranno scappati da lì, sopravvivendo al bombardamento, fallendo nel loro intento suicida.
 
Il tema del suicidio attraversa tutto il romanzo; fra buoni e cattivi non c’è differenza, in certe pagine nemmeno fra fascisti e partigiani; Tilde, la bellissima ragazza di cui Cesco è innamorato, parlando del mal di denti di quest’ultimo arriva a dire: “Ora immagina il dolore che stai provando e moltiplicalo per dieci, pensalo ancora più potente e soprattutto immutabile e perenne, e soltanto allora potrai comprendere il dolore che covo dentro io” (p. 361); eppure qualcosa si salva ed è lo stesso impiegato di Berlino a mostrarcelo quando dice al suo carnefice: “A questo mondo ci sono più cose belle che le formiche. Un quaderno, un disegno, un animale; e ci sono le giunchiglie nei campi. Digli che io non mi ammazzo, Burkhard, digli che ci sono le giunchiglie.”

 
 
(Giovanni Locatelli)
 
 

Commedie del vespero e della notte

 
 
 
 

Dopo Piccole apocalissi (2020) Livio Santoro affida a Edicola Ediciones un secondo volume di prose brevi e brevissime, Commedie del vespero e della notte (2022), continuazione e perfezionamento della ricerca del primo. Se quello, nella sua voluta eterogeneità, assemblava materiale perlopiù slegato in un catalogo di possibili esiti della micronarrativa, l’idea di questo è sin dal principio unitaria e i suoi trentanove racconti vi si collocano in subordine a una precisa logica organizzativa e a una sostanziale coerenza stilistica, tematica e di genere. Quest’ultimo è il fantastico, inteso nella composita accezione propria del lettore assiduo di Borges, Cortázar, Bioy Casares, Wilcock, Manganelli, Calvino, Landolfi: alcuni dei modelli dichiarati dell’autore.
 
Commedie del vespero e della notteIl peculiare fantastico di Santoro si attua per alcuni elementi fissi, tra cui vale la pena evidenziare, dal punto di vista stilistico, un uso straniante della lingua; da quelli retorico e tematico, l’iterazione e la ciclicità: del tempo, della materia. Tre costanti il cui accorto intreccio perviene a una formula ben riconoscibile e solo parzialmente derivativa: si tratta di punti fermi di cui le singole narrazioni appaiono come naturali filiazioni, senza per questo sottrarre al lettore la sensazione di trovarsi, letteralmente e letterariamente, in un altrove poco rassicurante, in cui a un metodo rigoroso fa da contraltare un disorientamento ontologico.
 
Qui s’incontrano esseri abnormi in cui si entra al fine di non essere mai esistiti, creature che agiscono per sottrazione sull’equilibrio del loro universo con gli inimmaginabili tempi di emivita di un isotopo di uranio, popolazioni la cui ascesa al cielo è assicurata da “precetti d’igiene e cosmesi nella cura del corpo” (p. 22, in Preghiera dell’ascesa dal Kohr), autofagie, edilizia emotiva e altro ancora.
 
Le categorie di iterazione e ciclicità sopra citate trovano la loro prima applicazione nella struttura dell’opera, le cui narrazioni si dispongono secondo uno schema a catena: la contiguità dei testi è dettata da un elemento che trapassa dal precedente al successivo e che di volta in volta può essere individuato in un’ambientazione, in un nodo concettuale, in un tema narrativo, in una caratteristica comune dei protagonisti, in un sentimento.
 
Il libro è inaugurato proprio dall’idea di un tempo circolare che accomuna i primi due racconti, Repetita Iuvant e Il ventunesimo corso, seguiti da Per trentasette piastre di bronzo che si aggancia al secondo per via dell’inconoscibilità del personaggio narrato – tema che tornerà più avanti, non senza una buona dose di umorismo, ne L’Anniile –; il quarto racconto, Saša Valanis nell’effimero cielo del sonno, condivide con il terzo l’espressione di un desiderio di annullamento. E così via, fino al racconto centrale che dà il titolo al libro e oltre. L’ultimo racconto, Per aspre selve e radure apriche, si riconnette idealmente al primo. In questo si narra di un’azione ripetuta, forzata e incomprensibile: il protagonista viene obbligato per centinaia di giorni a scavare centinaia di fosse e ognuna è quella in cui cadrà cadavere; in quello si narra di un’azione ripetuta, volontaria e inane: l’attento ascolto quotidiano della scaturigine di un torrente nel tentativo di comprenderne la lingua.
 
L’effetto generale del libro è efficacemente riassunto dall’incipit di Oracoli deludenti: “Non troverai nulla dopo le montagne. Nulla al di là del fiume e neanche spingendoti oltre. Né tornando indietro sui tuoi passi troverai qualcosa, e nemmeno restando senza muoverti dove sei, questo va da sé. La verità, la desolante verità con cui avrai necessariamente da confrontarti, è che non troverai nulla di ciò che cerchi perché in nessun luogo esiste.” (p. 85).
 
Se ciò non bastasse a produrre smarrimento, interverrebbe l’altro aspetto, quello linguistico, che forse più di tutti fa di questo libro un oggetto di estremo interesse: le scelte linguistiche di Santoro, prima ancora dei suoi argomenti e temi, ne posizionano la scrittura su un piano non facilmente additabile, esattamente come i luoghi, i tempi e i personaggi messi in scena, e lo fanno per una via che parrebbe la meno consona a destare stupore o a restituire un senso di novità, e che risulta al contrario la più efficace: il deliberato anacronismo lessicale e sintattico.
 
Se Landolfi ci ha dimostrato, con La passeggiata, quanto irreale può essere il reale se filtrato da una lingua desueta o laterale all’uso comune, Santoro ne riprende la lezione, tra parodia e omaggio, ponendo il discorso, attraverso la lingua, altrove: elevando cioè al quadrato il suo fantastico, che potrebbe sussistere – linguisticamente, appunto – perfino in assenza di una narrazione fantasticamente orientata: “Fiammelle di metano e fosfina sopra il quieto marese, come da minime pire e brevi, irradiavano d’effimeri albori l’acquitrino al crepuscolo, mentre d’attorno gli sporadici gorgoglii delle sodali garzette s’aggiravano lievi, diradandosi tra gl’inchinati salici ed il fitto equiseto, salvo arrestarsi dipoi sull’alte pareti e dirupate poste a margine della lama del compost, avvallato traguardo e postremo della momentanea mia forma.” (p. 80, dal racconto Al desiato brago).
 
Più che la mera incredulità, ciò che i racconti di Santoro chiedono di sospendere è l’intero nostro sistema di pensiero.

 
 

(Carlo Sperduti)

 
 

Il libro come accesso al mondo

 
 
 
 

Jorge Luis Borges ha detto: “Che altri si vantino delle pagine che hanno scritto; io sono orgoglioso di quelle che ho letto”.

Cesare Viviani ha scritto (corsivo nel testo): “Saremo come lettori, immersi in una lettura continua, senza scosse o sorprese, inganni o meraviglie, senza emozioni – l’attenzione presa dalla visione. E ora si rivela l’irriducibilità – non c’è misura compatibile – di questo mondo con l’altro: da qui non è possibile conoscere il contenuto della «lettura eterna», ma una cosa è certa: quella storia che abbiamo sempre inseguito e mai raggiunto, sempre cercato di capire senza riuscire, sempre percepito e mai saputo, che non è mai stato possibile tradurre in conoscenza, in parola – eppure avvertivamo che era lì il segreto, il fulcro di ogni civiltà, di ogni mistero –, quella storia finalmente sarà rivelata, sarà tutta davanti ai nostri occhi” (da “Il mondo non è uno spettacolo”, p. 158).

Leggere, allora, è il gesto scandaloso di chi aspira a rinvenire la chiarezza assoluta. Per il desiderio non già di stabilire un primato, ma di cessare la ricerca e acquietarsi nella pura contemplazione.

Nella medesima direzione sembrano muoversi i dieci scritti di Stefan Zweig pubblicati tra il 1905 e il 1931, e ora raccolti da Archinto nel volume Il libro come accesso al mondo e altri saggi, dato alle stampe nel marzo del 2021 (cura di Simonetta Carusi, premessa di Enzo Restagno).

L’autore de Il mondo di ieri mostra tutta la sua passione di lettore nei brani di apertura e di chiusura della raccolta, dai titoli quasi identici (Il libro come accesso al mondo e Il libro come visione del mondo), usciti rispettivamente nel 1931 e nel 1928. Sono due dichiarazioni d’amore nei confronti della lettura, scritte con tale entusiasmo da impedire ogni artificio stilistico. In uno stile piano, reso più incisivo da esempi tolti dalla propria esperienza di lettore, Zweig ci confida che “grazie ai libri io ho intuito per la prima volta l’incommensurabile vastità del mondo e il piacere di smarrirmi in essa” (p. 27).

Il libro come visione del mondo è in realtà un omaggio alla casa editrice tedesca Reclam, capace di rafforzare la caratteristica dei cittadini teutonici “di guardare in tutte le direzioni, di collegarsi con il distante e, grazie a un connaturato spirito metafisico, di considerare sempre il particolare come parte di un tutto”, p. 113.

Gli otto testi centrali sono recensioni di altrui opere, apparse in giornali o riviste. Nelle quali, nuovamente, stupisce la perspicuità di Zweig, capace di mettersi al servizio del volume di volta in volta descritto, non solo con la puntualità del più acuto tra i bibliofili, ma pure con la gioia del più candido tra i lettori.

Ecco dunque che il suo mettersi al servizio non lo fa cedere mai alla tentazione di offrire una propria interpretazione del libro recensito ostentandola come quella più aderente e più giusta.

Chi conosce e ama i libri sa bene come il dialogo infinito tra i testi e i lettori può proseguire solo là dove sia assente la volontà di normare le innumerevoli possibili letture di ogni opera. Proprio come nei rapporti interpersonali, imporre un punto di vista significa interrompere la circolazione del desiderio.

E così, ad esempio, parlando de “Le mille e una notte. Il senso delle novelle di Sheherazade” di Adolf Gelber, Zweig talmente si appassiona al capolavoro letterario anonimo che ne sortisce più un vivido riassunto della trama di questo che non una recensione del saggio di Gelber.

Oppure, nei due testi dedicati a Il libro d’ore e a Nuove poesie di Rainer Maria Rilke, le analisi delle raccolte poetiche si chiudono con un irrituale augurio alla fama del poeta e con un’altrettanto insolita attestazione di incondizionata ammirazione verso la sua poesia.

In un brano che testimonia il piacere di rifrequentare da adulti le letture destinate a bambini e ragazzi, Stefan Zweig ci dice con estrema semplicità e nettezza come le fiabe rilette dopo l’infanzia si affrontino “con la piena coscienza che si tratta di invenzioni, e con il desiderio giocoso di lasciarsi ingannare”, pp. 34-5.

In questi dieci testi, forse, Stefan Zweig non parla di libri, bensì di lettori. Ponendosi con ciascuno di essi in un rapporto paritario e fraterno, Zweig sembra dire non solo che non esistono letture privilegiate, ma che un’opera è – in fondo – la somma di tutte le letture possibili. E che il piacere di leggere dovrebbe corrispondere a quello di far parte, pur dalla propria prospettiva infinitesimale, della storia del mondo.

E chissà che allora la condizione invocata da Viviani, a cui magari è impossibile approdare ma verso cui è possibile tendere, non preveda l’uscita dall’ottica individuale, per confondersi nella somma di tutte le letture che tutti i lettori di ogni tempo hanno dato di tutte le opere mai scritte.

 
 
 

Dialogo con Borges

 
 
 

Nel 2016 la casa editrice Archinto pubblica nella traduzione di Paolo Collo Dialogo con Borges di Victoria Ocampo, una raccolta che testimonia l’incontro umano e letterario tra Jorge Luis Borges (1899-1986) e l’autrice (1890-1979).

Questo prezioso volume è costituito di contributi di diversa natura (ricordi, lettere e fotografie), che delineano con vivacità la singolare amicizia di queste due figure in oltre cinquant’anni di storia e cultura argentina.

“La conobbi intorno al 1925” (p. 111), scrive Borges nel necrologio in ricordo della Ocampo, che scompare nel 1979.

Al di là delle vicende storiche e degli avvenimenti che si intrecciano alle sorti individuali dei due protagonisti (su tutti, la nascita nel 1931 della rivista letteraria Sur diretta dalla Ocampo e alla quale collaborerà Borges, progetto culturale dal chiaro profilo cosmopolita in opposizione alle dittature europee e al peronismo; ma anche le traduzioni di autori ispanoamericani in Europa e negli Stati Uniti; la rivoluzione a Cuba, ecc.); preme qui mettere in luce il legame che univa Borges e la Ocampo, caratterizzato da “reciproca ammirazione” (p. 30), come afferma la scrittrice francese Odile Felgine nell’introduzione al volume.

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Il mestiere di sopravvivere

 
 
 

Il mestiere di soppravivere di Marcelo Damiani, apparso nel 2014 per le Edizioni Arcoiris a cura di Marcella Solinas, è un avvincente romanzo che unisce atmosfere da giallo alla riflessione filosofica – non priva di umorismo –, in una costruzione originale e intrigante.

I sette capitoli sono disseminati di elementi che il lettore raccoglie per cercare di ricomporre i legami tra i personaggi, accomunati dal fatto di vivere su di una medesima isola senza nome: si leggerà dello scrittore David Marey e di sua moglie Veronica, traduttrice; di Claudia, l’amante di David; dell’editore Oscar e di Reynaldo Gómez, critico letterario. Si ascolteranno le acute osservazioni sul rapporto tra felicità e morte del professore universitario León Tolver, ingaggiato dalla sorella per compiere assurde e misteriose missioni. E altre figure soltanto nominate saranno subito pronte a ricomparire all’improvviso, andando a delineare così intrecci imprevisti e nuove possibilità.

Damiani Marcelo · IL MESTIERE DI SOPRAVVIVERENel corso delle pagine, la voce narrante si moltiplica: a volte sono gli stessi personaggi a prendere la parola e a raccontare di sé, in alcuni capitoli invece la terza persona racconta della vita di questi uomini e donne che vivono come sospesi e interrotti, senza memoria o in viaggio o incerti sul proprio futuro o insoddisfatti o, ancora, desiderosi di togliersi la vita.

Nessuno di essi coincide con le proprie azioni, con i fatti che lo riguardano.

Secondo un procedimento tipico dell’arte cubista, capita che una stessa vicenda venga guardata da più punti di osservazione, i quali, posti l’uno accanto all’altro, producono un effetto surreale pronto a mettere in crisi ogni pretesa di racconto realistico.

La narrazione, che non pare cercare mai un inizio né una conclusione, procede per variazione e somiglianza (si pensi solo alla presenza di un cane di nome Eros e di una cagnetta chiamata Afrodita o al particolare dei capelli rossi che ritorna per individuare due diverse donne, Michelle e Claudia). Si assiste a un continuo avvicinamento e allontanamento giocoso delle figure e delle parti, che impedisce di stabilire cos’è falso e cosa è vero, cosa è originale e cosa è ripetizione, cosa viene prima e cosa succede dopo.

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