Jorge Luis Borges

Commedie del vespero e della notte

 
 
 
 

Dopo Piccole apocalissi (2020) Livio Santoro affida a Edicola Ediciones un secondo volume di prose brevi e brevissime, Commedie del vespero e della notte (2022), continuazione e perfezionamento della ricerca del primo. Se quello, nella sua voluta eterogeneità, assemblava materiale perlopiù slegato in un catalogo di possibili esiti della micronarrativa, l’idea di questo è sin dal principio unitaria e i suoi trentanove racconti vi si collocano in subordine a una precisa logica organizzativa e a una sostanziale coerenza stilistica, tematica e di genere. Quest’ultimo è il fantastico, inteso nella composita accezione propria del lettore assiduo di Borges, Cortázar, Bioy Casares, Wilcock, Manganelli, Calvino, Landolfi: alcuni dei modelli dichiarati dell’autore.
 
Commedie del vespero e della notteIl peculiare fantastico di Santoro si attua per alcuni elementi fissi, tra cui vale la pena evidenziare, dal punto di vista stilistico, un uso straniante della lingua; da quelli retorico e tematico, l’iterazione e la ciclicità: del tempo, della materia. Tre costanti il cui accorto intreccio perviene a una formula ben riconoscibile e solo parzialmente derivativa: si tratta di punti fermi di cui le singole narrazioni appaiono come naturali filiazioni, senza per questo sottrarre al lettore la sensazione di trovarsi, letteralmente e letterariamente, in un altrove poco rassicurante, in cui a un metodo rigoroso fa da contraltare un disorientamento ontologico.
 
Qui s’incontrano esseri abnormi in cui si entra al fine di non essere mai esistiti, creature che agiscono per sottrazione sull’equilibrio del loro universo con gli inimmaginabili tempi di emivita di un isotopo di uranio, popolazioni la cui ascesa al cielo è assicurata da “precetti d’igiene e cosmesi nella cura del corpo” (p. 22, in Preghiera dell’ascesa dal Kohr), autofagie, edilizia emotiva e altro ancora.
 
Le categorie di iterazione e ciclicità sopra citate trovano la loro prima applicazione nella struttura dell’opera, le cui narrazioni si dispongono secondo uno schema a catena: la contiguità dei testi è dettata da un elemento che trapassa dal precedente al successivo e che di volta in volta può essere individuato in un’ambientazione, in un nodo concettuale, in un tema narrativo, in una caratteristica comune dei protagonisti, in un sentimento.
 
Il libro è inaugurato proprio dall’idea di un tempo circolare che accomuna i primi due racconti, Repetita Iuvant e Il ventunesimo corso, seguiti da Per trentasette piastre di bronzo che si aggancia al secondo per via dell’inconoscibilità del personaggio narrato – tema che tornerà più avanti, non senza una buona dose di umorismo, ne L’Anniile –; il quarto racconto, Saša Valanis nell’effimero cielo del sonno, condivide con il terzo l’espressione di un desiderio di annullamento. E così via, fino al racconto centrale che dà il titolo al libro e oltre. L’ultimo racconto, Per aspre selve e radure apriche, si riconnette idealmente al primo. In questo si narra di un’azione ripetuta, forzata e incomprensibile: il protagonista viene obbligato per centinaia di giorni a scavare centinaia di fosse e ognuna è quella in cui cadrà cadavere; in quello si narra di un’azione ripetuta, volontaria e inane: l’attento ascolto quotidiano della scaturigine di un torrente nel tentativo di comprenderne la lingua.
 
L’effetto generale del libro è efficacemente riassunto dall’incipit di Oracoli deludenti: “Non troverai nulla dopo le montagne. Nulla al di là del fiume e neanche spingendoti oltre. Né tornando indietro sui tuoi passi troverai qualcosa, e nemmeno restando senza muoverti dove sei, questo va da sé. La verità, la desolante verità con cui avrai necessariamente da confrontarti, è che non troverai nulla di ciò che cerchi perché in nessun luogo esiste.” (p. 85).
 
Se ciò non bastasse a produrre smarrimento, interverrebbe l’altro aspetto, quello linguistico, che forse più di tutti fa di questo libro un oggetto di estremo interesse: le scelte linguistiche di Santoro, prima ancora dei suoi argomenti e temi, ne posizionano la scrittura su un piano non facilmente additabile, esattamente come i luoghi, i tempi e i personaggi messi in scena, e lo fanno per una via che parrebbe la meno consona a destare stupore o a restituire un senso di novità, e che risulta al contrario la più efficace: il deliberato anacronismo lessicale e sintattico.
 
Se Landolfi ci ha dimostrato, con La passeggiata, quanto irreale può essere il reale se filtrato da una lingua desueta o laterale all’uso comune, Santoro ne riprende la lezione, tra parodia e omaggio, ponendo il discorso, attraverso la lingua, altrove: elevando cioè al quadrato il suo fantastico, che potrebbe sussistere – linguisticamente, appunto – perfino in assenza di una narrazione fantasticamente orientata: “Fiammelle di metano e fosfina sopra il quieto marese, come da minime pire e brevi, irradiavano d’effimeri albori l’acquitrino al crepuscolo, mentre d’attorno gli sporadici gorgoglii delle sodali garzette s’aggiravano lievi, diradandosi tra gl’inchinati salici ed il fitto equiseto, salvo arrestarsi dipoi sull’alte pareti e dirupate poste a margine della lama del compost, avvallato traguardo e postremo della momentanea mia forma.” (p. 80, dal racconto Al desiato brago).
 
Più che la mera incredulità, ciò che i racconti di Santoro chiedono di sospendere è l’intero nostro sistema di pensiero.

 
 

(Carlo Sperduti)

 
 

Il libro come accesso al mondo

 
 
 
 

Jorge Luis Borges ha detto: “Che altri si vantino delle pagine che hanno scritto; io sono orgoglioso di quelle che ho letto”.

Cesare Viviani ha scritto (corsivo nel testo): “Saremo come lettori, immersi in una lettura continua, senza scosse o sorprese, inganni o meraviglie, senza emozioni – l’attenzione presa dalla visione. E ora si rivela l’irriducibilità – non c’è misura compatibile – di questo mondo con l’altro: da qui non è possibile conoscere il contenuto della «lettura eterna», ma una cosa è certa: quella storia che abbiamo sempre inseguito e mai raggiunto, sempre cercato di capire senza riuscire, sempre percepito e mai saputo, che non è mai stato possibile tradurre in conoscenza, in parola – eppure avvertivamo che era lì il segreto, il fulcro di ogni civiltà, di ogni mistero –, quella storia finalmente sarà rivelata, sarà tutta davanti ai nostri occhi” (da “Il mondo non è uno spettacolo”, p. 158).

Leggere, allora, è il gesto scandaloso di chi aspira a rinvenire la chiarezza assoluta. Per il desiderio non già di stabilire un primato, ma di cessare la ricerca e acquietarsi nella pura contemplazione.

Nella medesima direzione sembrano muoversi i dieci scritti di Stefan Zweig pubblicati tra il 1905 e il 1931, e ora raccolti da Archinto nel volume Il libro come accesso al mondo e altri saggi, dato alle stampe nel marzo del 2021 (cura di Simonetta Carusi, premessa di Enzo Restagno).

L’autore de Il mondo di ieri mostra tutta la sua passione di lettore nei brani di apertura e di chiusura della raccolta, dai titoli quasi identici (Il libro come accesso al mondo e Il libro come visione del mondo), usciti rispettivamente nel 1931 e nel 1928. Sono due dichiarazioni d’amore nei confronti della lettura, scritte con tale entusiasmo da impedire ogni artificio stilistico. In uno stile piano, reso più incisivo da esempi tolti dalla propria esperienza di lettore, Zweig ci confida che “grazie ai libri io ho intuito per la prima volta l’incommensurabile vastità del mondo e il piacere di smarrirmi in essa” (p. 27).

Il libro come visione del mondo è in realtà un omaggio alla casa editrice tedesca Reclam, capace di rafforzare la caratteristica dei cittadini teutonici “di guardare in tutte le direzioni, di collegarsi con il distante e, grazie a un connaturato spirito metafisico, di considerare sempre il particolare come parte di un tutto”, p. 113.

Gli otto testi centrali sono recensioni di altrui opere, apparse in giornali o riviste. Nelle quali, nuovamente, stupisce la perspicuità di Zweig, capace di mettersi al servizio del volume di volta in volta descritto, non solo con la puntualità del più acuto tra i bibliofili, ma pure con la gioia del più candido tra i lettori.

Ecco dunque che il suo mettersi al servizio non lo fa cedere mai alla tentazione di offrire una propria interpretazione del libro recensito ostentandola come quella più aderente e più giusta.

Chi conosce e ama i libri sa bene come il dialogo infinito tra i testi e i lettori può proseguire solo là dove sia assente la volontà di normare le innumerevoli possibili letture di ogni opera. Proprio come nei rapporti interpersonali, imporre un punto di vista significa interrompere la circolazione del desiderio.

E così, ad esempio, parlando de “Le mille e una notte. Il senso delle novelle di Sheherazade” di Adolf Gelber, Zweig talmente si appassiona al capolavoro letterario anonimo che ne sortisce più un vivido riassunto della trama di questo che non una recensione del saggio di Gelber.

Oppure, nei due testi dedicati a Il libro d’ore e a Nuove poesie di Rainer Maria Rilke, le analisi delle raccolte poetiche si chiudono con un irrituale augurio alla fama del poeta e con un’altrettanto insolita attestazione di incondizionata ammirazione verso la sua poesia.

In un brano che testimonia il piacere di rifrequentare da adulti le letture destinate a bambini e ragazzi, Stefan Zweig ci dice con estrema semplicità e nettezza come le fiabe rilette dopo l’infanzia si affrontino “con la piena coscienza che si tratta di invenzioni, e con il desiderio giocoso di lasciarsi ingannare”, pp. 34-5.

In questi dieci testi, forse, Stefan Zweig non parla di libri, bensì di lettori. Ponendosi con ciascuno di essi in un rapporto paritario e fraterno, Zweig sembra dire non solo che non esistono letture privilegiate, ma che un’opera è – in fondo – la somma di tutte le letture possibili. E che il piacere di leggere dovrebbe corrispondere a quello di far parte, pur dalla propria prospettiva infinitesimale, della storia del mondo.

E chissà che allora la condizione invocata da Viviani, a cui magari è impossibile approdare ma verso cui è possibile tendere, non preveda l’uscita dall’ottica individuale, per confondersi nella somma di tutte le letture che tutti i lettori di ogni tempo hanno dato di tutte le opere mai scritte.

 
 
 

Dialogo con Borges

 
 
 

Nel 2016 la casa editrice Archinto pubblica nella traduzione di Paolo Collo Dialogo con Borges di Victoria Ocampo, una raccolta che testimonia l’incontro umano e letterario tra Jorge Luis Borges (1899-1986) e l’autrice (1890-1979).

Questo prezioso volume è costituito di contributi di diversa natura (ricordi, lettere e fotografie), che delineano con vivacità la singolare amicizia di queste due figure in oltre cinquant’anni di storia e cultura argentina.

“La conobbi intorno al 1925” (p. 111), scrive Borges nel necrologio in ricordo della Ocampo, che scompare nel 1979.

Al di là delle vicende storiche e degli avvenimenti che si intrecciano alle sorti individuali dei due protagonisti (su tutti, la nascita nel 1931 della rivista letteraria Sur diretta dalla Ocampo e alla quale collaborerà Borges, progetto culturale dal chiaro profilo cosmopolita in opposizione alle dittature europee e al peronismo; ma anche le traduzioni di autori ispanoamericani in Europa e negli Stati Uniti; la rivoluzione a Cuba, ecc.); preme qui mettere in luce il legame che univa Borges e la Ocampo, caratterizzato da “reciproca ammirazione” (p. 30), come afferma la scrittrice francese Odile Felgine nell’introduzione al volume.

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Il mestiere di sopravvivere

 
 
 

Il mestiere di soppravivere di Marcelo Damiani, apparso nel 2014 per le Edizioni Arcoiris a cura di Marcella Solinas, è un avvincente romanzo che unisce atmosfere da giallo alla riflessione filosofica – non priva di umorismo –, in una costruzione originale e intrigante.

I sette capitoli sono disseminati di elementi che il lettore raccoglie per cercare di ricomporre i legami tra i personaggi, accomunati dal fatto di vivere su di una medesima isola senza nome: si leggerà dello scrittore David Marey e di sua moglie Veronica, traduttrice; di Claudia, l’amante di David; dell’editore Oscar e di Reynaldo Gómez, critico letterario. Si ascolteranno le acute osservazioni sul rapporto tra felicità e morte del professore universitario León Tolver, ingaggiato dalla sorella per compiere assurde e misteriose missioni. E altre figure soltanto nominate saranno subito pronte a ricomparire all’improvviso, andando a delineare così intrecci imprevisti e nuove possibilità.

Damiani Marcelo · IL MESTIERE DI SOPRAVVIVERENel corso delle pagine, la voce narrante si moltiplica: a volte sono gli stessi personaggi a prendere la parola e a raccontare di sé, in alcuni capitoli invece la terza persona racconta della vita di questi uomini e donne che vivono come sospesi e interrotti, senza memoria o in viaggio o incerti sul proprio futuro o insoddisfatti o, ancora, desiderosi di togliersi la vita.

Nessuno di essi coincide con le proprie azioni, con i fatti che lo riguardano.

Secondo un procedimento tipico dell’arte cubista, capita che una stessa vicenda venga guardata da più punti di osservazione, i quali, posti l’uno accanto all’altro, producono un effetto surreale pronto a mettere in crisi ogni pretesa di racconto realistico.

La narrazione, che non pare cercare mai un inizio né una conclusione, procede per variazione e somiglianza (si pensi solo alla presenza di un cane di nome Eros e di una cagnetta chiamata Afrodita o al particolare dei capelli rossi che ritorna per individuare due diverse donne, Michelle e Claudia). Si assiste a un continuo avvicinamento e allontanamento giocoso delle figure e delle parti, che impedisce di stabilire cos’è falso e cosa è vero, cosa è originale e cosa è ripetizione, cosa viene prima e cosa succede dopo.

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Acqueforti di Buenos Aires

 
 
 

Tra il 1928 e il 1933 Roberto Arlt scrisse su El Mundo una serie di brevi articoli di costume, una cui scelta uscì in volume nel 1933 col titolo di Aguafuertes porteñas. L’opera viene oggi presentata ai lettori italiani da Del Vecchio Editore nella traduzione di Marino Magliani e Alberto Prunetti.

Non è sbagliato dire, come si legge nel risvolto di copertina, che in questi bozzetti è anche tratteggiata la vita pulsante della capitale argentina, e la sua trasformazione in metropoli moderna.

Ma soprattutto, per mezzo delle sue acqueforti, Arlt ci offre una straordinaria carrellata di tipi umani, indagati con la passione e la meticolosità dell’entomologo; i corpi sono osservati così da vicino da creare, talvolta, effetti di deformazione espressionistica (“due metri di altezza, collo da stuzzicadenti e un colore della pelle degno di una candela”, p. 262).9788861101098Roberto Arlt, Acqueforti di Buenos Aires

Non meno approfondito è lo studio delle psicologie umane, il disvelamento di intrighi, miserie e meraviglie che coinvolgono la popolazione portegna.

Sarebbe troppo lungo l’elenco dei personaggi di cui Arlt dà una descrizione memorabile. Per prendere appena quattro esempi, si va dall’uomo geloso (“Si può stabilire questa regola: meno donne ha avuto un individuo e più è geloso”, p. 28) al ficcanaso menagramo (“è lui che si accolla tutte le meschinità e le invidie che l’eterna lotta per la vita comporta ogni santo giorno”, p. 81), dall’uomo di sughero (ossia “l’uomo che sta sempre a galla, non importa quali siano gli venti torbidi in cui è coinvolto”, p. 148) allo scocciatore (“Ti sei rassegnato, ti sei rassegnato a pensare che la vita non è poi così bella, perché nel suo seno abita quel mostro inesplicabile che è lo scocciatore”, p. 220).

Lo stile misurato, che poggia su un uso sapiente (poiché non eccessivo) dell’ironia, è una declinazione quasi naturale della prospettiva misericordiosa adottata dall’autore nei confronti degli individui di cui via via narra. All’atteggiamento moralistico, Roberto Arlt preferisce dichiarazioni come la seguente: “più d’una volta ho pensato che la grande indulgenza che ha reso eterno Gesù, gli veniva dalla sua vita per la strada. E dal suo contatto con gli uomini buoni e con quelli cattivi e con le donne oneste e anche con quelle che non lo erano”, pp. 142-143. (altro…)