Il ramo e la foglia Edizioni

Adolesco

 
 
 

Pubblicato nel 2021 da Il ramo e la foglia edizioni, Adolesco di Timothy Megaride è un romanzo di formazione, che – con un ritmo ipnotico e incessante – mostra l’assenza di figure adulte tra gli esseri umani del mondo contemporaneo: non tanto e non solo, parrebbe, secondo una prospettiva socio-psicologica, ma da un punto di vista metafisico e ontologico.

È una dimensione, quella raccontata, in cui tutti sono figli, in cui l’apprendimento delle leggi della vita (a partire dal corpo, dalla sessualità, fino alle emozioni, ai sentimenti e ai pensieri) è delegato a qualche forma di compensazione, un riempimento di un’assenza non accolta, non attraversata.

Uno spazio in cui tutti sono impegnati a crescere (adolescere).

Un mondo in cui pare che la solitudine sia proprietà e rifugio, ricercata e inevitabile: una dimensione sostanzialmente separativa, alla quale nessuno può rinunciare.

Quella solitudine che il giovanissimo personaggio principale cerca maldestramente di frantumare, vivendo senza guida né direzione, dentro il contesto distratto e perbene della sua famiglia di avvocati in carriera.

Il protagonista del romanzo è Tommaso Rinaldi, un ragazzo di sedici anni che si racconta in una lunga registrazione: una vera e propria confessione, tenera e oscena, cerebrale e sentimentale, angosciata e presuntuosa, che si dipana lentamente a spirale tra cronaca privata e riflessione, digressioni e anticipazioni, intorno alla verità, alla fame e alla sete di verità.

“Ecco perché sto registrando ogni cosa su questo registratore che mi comprò mio padre quando ero alle medie perché dovevamo fare delle interviste e compagnia cantando al sindaco e andammo anche in Comune e c’era tutta questa gente in una grande sala dove fanno le riunioni che dicevano come sono bravi questi ragazzi, però noi le domande le avevamo tutte scritte e così non c’erano problemi. […] Non posso scrivere, che forse verrebbe una cosa più ordinata e pulita perché questi vanno a guardare dappertutto e dove cazzo le nascondo le carte? E poi il tablet è di mio padre così non posso scriverci sopra e compagnia cantando. Il registratore non se lo ricordano e non lo sanno che sto dicendo la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità, tipo dica lo giuro”, p. 47.

Un punto di vista interno quasi fino all’ossessione, il suo, che mostra entusiasmi e contraddizioni, convinzioni e crepe.

Tommaso impara ciò che sa dai social network, dai film, dalle serie tv, dagli influencer. Dalle rigidità e dalle incoerenze del mondo degli adulti, sempre troppo esterno rispetto alla vita di cui lui si fa portatore.

Tuttavia il protagonista si getta anche con coraggio e cecità nel mondo delle relazioni, solo e analfabeta di sentimenti e ignorante di sé, delle possibilità e dei limiti del proprio corpo e della propria età. Impara dal dolore.

Saranno proprio i rapporti dal vivo, fatti di incontri e scambi, anche fisici, a permettergli di crescere e cambiare.

Una relazione si staglia sulle altre, quella con Giona Sarnelli, lo psicologo a cui lo affidano prima i genitori e poi il tribunale: un adulto.

Non si dirà oltre sulla trama, che è svelata a poco a poco, con uno stile capace di lasciar esprimere una silente e continua tensione, dentro la compattezza complessiva del romanzo.

Rispondendo alle domande di una intervista di Nicola Napoletano apparsa su BL Magazine, Timothy Megaride, pseudonimo dietro cui si cela un autore più volte edito, afferma: “[…] il carattere per lo più virtuale dei nostri legami produce narrazioni, non esperienza”.

Da un lato, dal romanzo emerge quanto sia importante la parola per esprimere, comunicare e incontrarsi al di là di una dimensione animale (la relazione tra Tommaso e Giona evidenzia il carattere luminoso del linguaggio, attraverso cui è possibile la scoperta e la conoscenza di sé e dell’altro, dentro la libertà da qualsiasi intento umano predatorio; la stessa confessione verbale di Tommaso, ad esempio, è un atto e un processo di elaborazione e consapevolezza; e, ancora, la riflessione del protagonista sulle parole rende visibile il valore vitale della riflessione linguistica); dall’altro, sembra innegabile che il mondo narrato – il nostro – sia, appunto, narrato, cioè prigioniero di un eccesso di intelligenza, di discorsi, di rappresentazioni, di significati, di costruzioni e di difese che impediscono di sentire – e non in senso univocamente sentimentale – l’accadere della presenza, cioè di fare esperienza.

Verrebbe da dire, quasi con un’esagerazione, che attraverso i personaggi del suo romanzo Megaride ci mostra quanto nella vita umana vibri un sovrappiù di intelligenza persino nella stupidità – intesa fuori dalla dimensione del giudizio quale totale disarmo davanti alla vita – e nell’ignoranza del protagonista.

Un’intelligenza che ha esistenza propria e rimane confinata in spazi predefiniti dentro di noi: resta separata dai nostri corpi e finisce per non poter essere condivisa né trasmessa ai figli. Un’intelligenza che lascia noi stessi figli, come un talento incapace di servire la vita che ci attraversa, e che ci fa sperimentare la nostra verità dolorosamente antropocentrica.

“Quando tornai a casa andai a guardare sul vocabolario il significato di supino. Vabbè, in italiano, è un aggettivo con molti significati, e vuol dire anche sottomesso. Allora pensai che la parola latina adultum era un supino e significava sottomesso e l’esempio del vocabolario diceva qualcuno che mostra accondiscendenza cieca e servile. Allora decisi che io non volevo essere adultum, cioè adulto, cioè supino, che non volevo mostrare a nessuno accondiscendenza servile, cazzo. Io ero io e volevo restare io e non prendevo gli ordini dagli altri e poi mi incazzai perché è pazzesco che essere adulti significa essere ubbidienti e basta. Mai e poi mai, io volevo restare adolescens per sempre. Punto”, pp. 44-45.

 

L’isola che non c’era

 
 
 
 

Pubblicato nel mese di febbraio 2021 da Il ramo e la foglia Edizioni (primissimo titolo della casa editrice romana, in attività da metà del 2020), con una concisa e illuminante postfazione di Antonio Prete, L’isola che non c’era di Leonardo Bonetti è una narrazione fantastica, una fiaba morale, un racconto sulla parola, un romanzo di formazione, un dialogo e finanche un monologo filosofico.

Caratterizzata da una scrittura ricca, vasta, larga, capace di contenere ed elaborare forme e immagini e tutta interna, letteraria più che iconografica, ossia immersa nel processo del farsi delle cose piuttosto che nella sintesi e nell’urgenza di una totalità frontale di impulsi di azioni e reazioni; eppure piana, vicina, leggera e disinteressata alla seduzione della parola; quest’opera si fonda su una continua tensione implicita e silenziosa, che regala ritmo e compattezza ai venticinque capitoli.

Sembra che questa scrittura chieda al lettore non soltanto di seguire con la mente e di vedere, ma forse soprattutto di sentire intuitivamente (non sentimentalmente) ciò che accade mentre accade.

Protagonista del libro è il giovane Leo, il quale lascia una vita – così è tratteggiata ironicamente nelle prime pagine – quasi avvolta in un sonno, svagata, vissuta con “umile ingenuità” (p. 9) e d’un tratto libera da legami esterni, per un viaggio verso un luogo misterioso.

“Leo, si sa, fa parte di quella famiglia di individui solitari che assecondano le illusioni più consuete: astinenza da TV e giornali nella professione del meno, ultima religione. Creature inconcluse, sconfitte senza battaglia, colte da lieta disperanza, alla ricerca e all’attesa d’una risurrezione costantemente temuta.
Per questo dunque, un giorno come altri, si sarebbe avventurato alla volta dell’isola portando con sé nient’altro che la sua umile ingenuità” (p. 9).

Partirà dalle Marche, da una cittadella affacciata sull’Adriatico, per raggiungere un’isola su cui “ogni collegamento è bandito. Così che tra i saggi del paese più vicino si resta in ascolto per ore a sentire la voce dell’isola, affacciati come un palmo d’Africa all’orecchio del Mediterraneo.
La zona produce un campo magnetico che impedisce l’uso dei moderni sistemi di comunicazione, obbligando ad avvicinarvisi solo a motori spenti; né è previsto l’utilizzo di mezzi a propulsione o, men che meno, altre diavolerie atte all’automatismo. Ecco perché Leo da subito ha issato le vele con orgoglio sperando nel favore dei venti e dello spirito stesso del suo sogno” (p. 21).

Inafferrabilità e sottile anelito all’avanzare percorrono il romanzo, dentro un’immaginazione costruita per sequenze visibili (e rimandi a figure mitiche della letteratura italiana del Novecento, come l’iguana Isolina, che riporta immediatamente alle opere-mondo di Anna Maria Ortese, scrittrice di cui qui sembra si raccolga ed elabori l’eredità stilistica e morale), ma soprattutto fatta di scrittura e discorsi, cioè di tempo.

In questo libro, la tensione precede i fatti e la trama di superficie, ha origini profonde: gli eventi paiono nascere dall’interno, non come proiezioni ma quali necessità che a poco a poco si disvelano agli occhi del protagonista e del lettore, costantemente immersi in un’atmosfera dove l’incomprensibilità è solo un aspetto di evidenza del reale, e non un rifugio.

La lingua letteraria sfuoca le situazioni in ampie volute, movimenti di divagazione e ritorno: la lentezza della profondità gira agilmente intorno al mondo dei fatti, che si rivela brutale ma in fondo inessenziale.

I dialoghi sono pregni di racconti allusivi, misteri, presi in un continuo movimento d’espansione.

Fino al punto in cui il lettore, accompagnando Leo, ha l’impressione che tutto sia al di fuori del personaggio e di sé, tutto sia materia, liberata dall’illusione della solidità, proprio quando avviene la coincidenza – razionalmente inconoscibile – con il fuoco più interno dell’esperienza.

Allora l’ansia di ricerca del senso e di un centro cede il passo alla capacità di sostare, di stare nella dispersione e nella dilatazione che ogni incontro con altri personaggi (caratterizzati da nomi propri che nel procedere della narrazione rimandano a figure d’altrove, come Arsenij od Oleksandra, oppure Cora) procura al protagonista.

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