il nuovo melangolo

mickeymouse03

 
 
 

mickeymouse03 (Alter Ego 2016) di Andrea Mauri è, in tutta evidenza, il racconto di una storia d’amore tra due uomini, le cui vite sono lacerate da profondi conflitti. Michele, la voce narrante, vive una ambigua e morbosa ossessione per il fratello omofobo, Sergio; Francesco, invece, è un prete.

piatto_mickeymouseTuttavia, il romanzo pare ruotare anche attorno al tentativo dei due protagonisti (in particolare, il lettore seguirà da vicino le traversie di Michele e adotterà il suo punto di vista per osservare le vicende che lo coinvolgono) di affrancarsi dalla violenza del mondo e di sovvertire le sue leggi, o almeno di riuscire a creare uno spazio di sospensione delle normali brutalità dell’esistenza quotidiana.

Soprannominato da sempre sorcio in famiglia per le sue orecchie a sventola – un appellativo usato con affetto dalla madre e con disprezzo dal fratello e che finirà per segnare la sua identità, mickeymouse03 è infatti il suo nickname –, Michele incontra in rete itagnolo74, un uomo misterioso che sembra sempre pronto a sfuggirgli.

Dialoghi e frammenti di testi scambiati in chat puntellano il racconto e le riflessioni di Michele, sospinti da una duplice tensione: da un lato, dall’inafferrabilità della relazione precaria con Francesco, un legame che è esposto al futuro ma che è interrotto da esitazioni e fughe; dall’altro, dalla forza distruttiva del rapporto con Sergio, figura che Michele non riuscirà ad allontanare mai definitivamente dalla propria vita.

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L’offesa

 
 
 

succulenteQuesto imperdibile libro di Ricardo Menéndez Salmón (tradotto dallo spagnolo da Claudia Tarolo, che di questo volume è anche editrice insieme a Marco Zapparoli – Marcos y Marcos) è il racconto lucido e teso della tragica interruzione nella vita di Kurt Crüwell, in seguito allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

Il sentire di Kurt, giovane costretto a fare il soldato, si spegnerà alla visione di una carneficina (episodio che ricorda un altro analogo massacro raccontato nel breve e penetrante Le parole di Vercors, edito da il nuovo melangolo).

“Ci sono corpi che si chiudono e corpi che si aprono; ci sono corpi che si abbassano e corpi che si alzano; ci sono corpi che domandano e corpi che rispondono. Ma può un corpo distaccarsi dalla realtà? Può un corpo, di fronte all’aggressione del mondo, di fronte alla brutalità del mondo, di fronte all’orrore del mondo, sottrarsi alle proprie funzioni, rifiutarsi di continuare a essere corpo, sospendere le proprie facoltà, rinunciare a essere quello che è; vale a dire, rinunciare a essere una macchina sensibile? Può un corpo dire “Basta, non voglio andare oltre, questo è troppo per me”? Può un corpo dimenticarsi di se stesso?” (p. 61).

Ne L’offesa la scrittura racconta la lacerazione tra un uomo e il proprio corpo, tra il corpo e ciò che con esso confina. Davanti all’inspiegabile violenza dell’essere umano e del mondo, Kurt smetterà di essere toccato e il dolore crescerà in lui solamente “come idea” (p. 70).

Solo alla fine del libro, quel corpo offeso dell’illimitato, assente e astratto Kurt mostrerà per un momento la propria presenza e si ricorderà di sé. Anche se il mondo proverà a negarne la traccia.

Perché il corpo porta il segno della memoria del tempo e sancisce l’unicità di un essere, la singolarità di ciascun individuo, il suo limite.

Può la scrittura far vivere la vita perduta, non sentita?

Può la scrittura essere un corpo?

 
 
 

Una passeggiata d’inverno

 

 

Una passeggiata d’inverno (il nuovo melangolo, 2014, a cura di Cesare Catà, che firma un’ampia introduzione) contiene quattro racconti di Henry Davidfoto Thoreau (1817-1862).

Il primo racconto, che dà il titolo alla raccolta, è del 1843; seguono Tonalità d’autunno (pubblicato nel 1863), A proposito dei meli selvatici (1862), Luna e chiar di luna (1863). Gli ultimi tre racconti, dunque, sono stati scritti vent’anni dopo Una passeggiata d’inverno, e pubblicati l’anno della morte di Thoreau o quello successivo; eppure sorprendono, i quattro testi, per uniformità stilistica e filosofica.

Il titolo del primo riporta alla mente il celebre racconto di Robert Walser, La passeggiata. Ma le analogie non vanno oltre. Anzi: tra la narrazione di Walser e le quattro di Thoreau è possibile istituire un’interessante contrapposizione. (altro…)

Non date le parole ai porci

 
 
 

Viviani copTutto ciò che riguarda l’uomo non può uscire dalla logica della compensazione, dell’equilibrio, dello scambio.

Per compiere atti, per avere pensieri liberi dall’interesse, dal calcolo, bisognerebbe non avere di essi memoria, non accorgersene, non sentirne la proprietà.

Con tutto quello che ho dato, tutto il bene che ti ho voluto, tutte le energie che ho donato, tutto ciò che ho fatto per te.

Ogni attaccamento è tentativo di colmare il vuoto, la discontinuità nella vita, di placare la paura della discontinuità finale.

L’attaccamento non è solo alle cose, alla materia, ma anche alle idee, ai significati, al male subito, al male fatto, al male collocato.

Bisognerebbe sforzarsi di vedere gli altri, l’Altro, come figure senza sporgenze, lisce, di pura superficie.

Eppure “la realtà del mondo è fatta da noi, col nostro attaccamento. È la realtà dell’Io trasportata da noi nelle cose. Non è affatto la realtà esteriore”, scrive Simone Weil in L’ombra e la grazia (Bompiani).

Ma è possibile accettare l’esistenza (la realtà) degli altri senza dirli attraverso i difetti, i talenti, le parti, la relazione di debito e credito?

È possibile una relazione senza arricchimenti, impoverimenti, attaccamenti?

È possibile una scrittura senza scrittori?

Scrive Cesare Viviani che “la forma è l’esattezza dell’assenza”.

 
 
(Cesare Viviani, Non date le parole ai porci. Prove di libertà di pensiero su cose della mente e del mondo, il nuovo melangolo, Genova, 2014)