Gorilla Sapiens Edizioni

Chiude Gorilla Sapiens

 
 
Chiude Gorilla Sapiens Edizioni, e il nostro dispiacere è grande.

Volentieri vi riportiamo una comunicazione dell’editore:

“Da oggi ordinando per email tutti i titoli saranno disponibili con lo sconto del 50%, e per acquisti superiori ai 25 euro le spese di spedizione saranno gratis. Si può pagare con paypal o bonifico.
Per ulteriori informazioni o ordini, potete scrivere a info@gorillasapiensedizioni.com
Le librerie che lo desiderano possono contattarci per acquistare copie a prezzi da remainders.”

Su Squadernauti le nostre recensioni ad alcuni loro libri.

La sera che ho deciso di bloccare la strada

 
 
 

Nei nove racconti che compongono La sera che ho deciso di bloccare la strada, scritto da Walter Comoglio ed edito da Gorilla Sapiens nell’ottobre del 2016, le vicende non scaturiscono dalla zona emersa del mondo, dove non ci sono che i fatti reali e i fatti reali non sfuggono all’imperio della causalità, bensì dalle quote inavvistabili della fantasia e del desiderio.

Victor parrebbe un lungo monologo paterno all’indirizzo del proprio figlio piccolo, salvo che le istruzioni impartite e soprattutto la frase di chiusura fanno pensare a un destinatario non umano: “Mi piace parlarti come a una persona Victor, da uomo a uomo. Sei una cosa bellissima”, p. 10.

La squadra di Salwator narra di una misteriosa organizzazione religiosa non si capisce se estremistica né se terroristica; le giornate degli adepti, capeggiati dal Cardinale Salwator Mazinga la-sera-che-ho-deciso-di-bloccare-la-stradaMoravick, sono scandite da una serie di rigide ritualità che seguono orari precisissimi. Il contrasto tra l’ossessiva fedeltà a queste misure e la vacuità delle azioni compiute dalla squadra è forse metafora dell’esistenza nella contemporaneità, dove la vita non viene vissuta bensì stipata di esperienze.

Il racconto che dà il titolo alla raccolta dice di un’autentica aggressione alla realtà: l’io narrante, con la complicità di un altro personaggio, decide non solo di bloccare un incrocio stradale ingombrandolo di oggetti, ma anche di conquistarlo simbolicamente, per il gusto di sottrarre almeno un punto dell’universo, anche solo per pochi istanti, all’eternità delle consuetudini, alla prevedibilità del buon senso: “Al centro dell’incrocio c’era un segnale rotondo di vernice bianca ed è lì che abbiamo deciso di mettere la nostra bandiera. Prima che qualche guidatore dalle retrovie perdesse la testa, stanco di quei dieci secondi prolungati in eterno, la base dell’ombrellone stazionava già a centro incrocio”, p. 29.

Due idioti sono coloro che aprono una pescheria eppure non riescono in nessun modo a soddisfare le più semplici richieste dei clienti: si scusano, si affliggono, ma il pesce richiesto non c’è mai, finché “al posto della pescheria aprirono un sushi bar”, p. 43. Come nel racconto precedente, anche qui l’architettura del mondo, pur se per un breve tempo e in uno spazio circoscritto, mostra il suo lato cedevole. (altro…)

Sottrazione

 
 
 

La struttura dell’ultimo libro di Carlo Sperduti (Sottrazione, Gorilla Sapiens, marzo 2016, con una prefazione di Fabio Viola) ne chiarisce non solo il titolo ma anche lo spirito.

Si tratta infatti di una raccolta di trentacinque racconti disposti in ordine decrescente di lunghezza, con tanto di numero di battute (spazi inclusi) riportato tra parentesi nell’indice.

Ecco chiarito il titolo del libro, si diceva, ma anche lo spirito: già dal parametro quantitativo che regola l’apparizione dei testi si intuisce che anche stavolta Sperduti si impegna a frustrare le attese dei suoi lettori.

Le narrazioni più lunghe sono attraversate da una trama pretestuosa e da un’inesauribile inventiva stilistica, talvolta forse un po’ fine a se stessa, che trova alcuni dei suoi momenti più felici SOTTRAZIONE_COVER_def_singolanell’inserimento del gioco enigmistico all’interno della storia; si veda ad esempio, nel racconto La leggenda dei dodici errori del ristoratore Tsong, il menu alle pp. 28-9, dove tra gli altri piatti (contenenti tutti uno scambio di consonante) sono citati l’“Insalata con colpa di granchio” e la “Grigliata mesta di pesce”.

Più efficaci paiono i racconti brevi e brevissimi, nei quali l’idea bizzarra che li innerva può svilupparsi per l’intera durata del brano (se non coincidervi) senza mostrare la corda.

Episodi di vita e di morte dell’uomo che faceva le cose al contrario è fitto di brevi e fulminanti capoversi, come il seguente: “L’uomo che faceva le cose al contrario non si capacitava del fatto che in Inghilterra guidassero come lui”, p. 78.

Dizionario dei sinonimi e degli inonimi ci suggerisce una presunta strategia rivoluzionaria per la creazione di sinonimi e contrari. Ad esempio (corsivo nel testo): “Per esprimere disprezzo nei confronti di un’esecuzione musicale, la si chiamerebbe sconcerto”, p. 87.

In Neo spazio profondo la trovata linguistica acquisisce esistenza autonoma, al punto da diventare una minaccia per la realtà: sull’avambraccio della protagonista, Noemi, spunterà un neo (“Si chiama Neomi, decide Noemi”, p. 105) che si espanderà fino quasi a inghiottirla.

Ne La morte: una recensione viene descritta la morte come un prodotto innovativo e imperdibile: “E poi? Dopo? C’è da fidarsi di chi assicura un sequel? […] In attesa di conferme o smentite da fonti attendibili, le analisi e i dibattiti sulla morte si moltiplicano e la morte continua a non sbagliare un colpo, con un’onestà intellettuale che non conosce punti deboli e incrinature. Consigliatissima”, p. 118. (altro…)

Moby Dick e altri racconti brevi

 
 
 

In F come falso, Orson Welles si interroga sul significato della verità, nella vita e nell’arte, e si domanda tra l’altro quanto il giudizio sul valore estetico di un’opera sia influenzato dalla considerazione di cui gode il suo autore.

Già Umberto Eco, nel delizioso brano Dolenti declinare contenuto in Diario minimo a partire dalla seconda edizione (Mondadori 1975), gioca col magistero di alcuni testi letterari assurti a statuto di classici. In Dolenti declinare, tuttavia, non c’è vera demistificazione, giacché l’interpretazione bislacca di ciascuno dei libri citati è da addebitare alla lettura frettolosa da parte del redattore protagonista del brano.

Succede qualcosa di simile eppure di assai diverso in Moby Dick e altri racconti brevi, libro d’esordio di Alessandro Sesto, una raccolta di racconti uscita nel 2013 per Gorilla Sapiens (editore col quale, due anni dopo, Sesto pubblicherà una seconda raccolta di racconti, Lascia stare il La maggiore che lo ha già usato Beethoven, già recensito su questo blog).

Se ciò che rende simili il brano di Eco e il libro di Sesto è proprio l’atteggiamento dissacratorio nei confronti di certi classici della letteratura, assai diversi paiono l’intenzione e il grado di cordialità.A. Sesto - MOBY DICK e altri racconti brevi. - Front H

Nel senso che le trentaquattro composizioni contenute in Moby Dick e altri racconti brevi sono – loro sì – davvero demistificatorie (ecco la differenza di intenzione) e trattano quasi sempre di un io narrante alle prese con quotidiani accadimenti tragicomici (ecco la differenza di cordialità).

Lo schema compositivo della maggior parte dei racconti è questo: il protagonista si affida (o meglio, finge di affidarsi) con assoluta ingenuità a un libro-feticcio. Puntualmente, però, il libro non reggerà l’urto con la vita.

Talvolta lo scorno è causato da un eccesso di immedesimazione nelle situazioni e atmosfere narrative. Ne Il paese dei gatti il protagonista, parlando di 1Q84 di Murakami Haruki, dice: “Tutto bene, ognuno scrive ciò che vuole, non essendovi un significato palese ce ne sarà senz’altro uno profondo, però adesso, vittima dell’autorevolezza del Maestro giapponese, ogni volta che mi trovo in un posto per me inusuale temo che sia quello dove devo perdermi, e che non ne uscirò più. […] Anche ieri, nell’ufficio postale di Piazza Mazzini, ho chiesto all’impiegato se quelle fossero realmente le poste o piuttosto il luogo dove io dovevo andare a perdermi, e lui mi ha detto che no, quelle erano le poste”, p. 86.

Altrove, l’eccesso di immedesimazione avviene nei confronti di un qualche personaggio immortale. In Essere protagonisti, ad esempio, l’io narrante fantastica di intrufolarsi nelle case altrui e incontrarvi bionde fascinose, alla stregua di Philip Marlowe, il celebre investigatore privato nato dalla fantasia di Raymond Chandler. Ma i conti paiono non tornare: “Infatti lì dove opera il detective californiano, nonostante sia uno di quegli ambienti dove due persone su tre sono rotte a ogni malaffare, lasciano tutti la porta di casa aperta. Nel mio condominio invece, dove la cosa più grave mai accaduta è stata lo smarrimento di un gatto, le porte sono sempre chiuse. Blindate. Protette da chiavistelli, allarmi e grossi cani feroci, o anche cani non evidentemente feroci e di media e, va bene, anche piccola taglia, ma comunque a me sconosciuti e di cui, pur essendo molto ardimentoso, non mi sento di fidarmi”, p. 24. (altro…)

Lascia stare il la maggiore che lo ha già usato Beethoven

 
 
 

Scritto da Alessandro Sesto e uscito nel maggio del 2015 per Gorilla Sapiens Edizioni, Lascia stare il la maggiore che lo ha già usato Beethoven è un libro divertentissimo e non privo di un’inquieta malinconia.

In ventidue brevi capitoli (narrativamente autonomi ma debitori tutti di una medesima atmosfera) un batterista ci racconta vicissitudini, disavventure, progetti e sogni di un gruppo rock dalle capacità tecniche non esattamente eccelse, che si esibisce suonando cover nella provincia di Verona.

I nomi dei musicisti rimarranno ignoti, quasi a voler indicare che il valore dell’opera non si esaurirsce in un resoconto personalistico-giovanilistico (come l’argomento farebbe peraltro sospettare).

Una breve carrellata di esempi aiuterà forse a mettere in luce l’originalità del libro di Sesto, nonché appunto la sua naturaLamaggiore_cover def ibrida, che si potrebbe definire umoristico-esistenziale.

Spesso la scintilla comica scaturisce da situazioni narrative in cui il serio è sotto l’assedio del faceto (qui e nelle altre citazioni, corsivi nel testo): “Se il paesaggio della pianura padana fosse un brano musicale sarebbe una lunga e sciatta variazione, tipo un Bolero di Ravel per sola zampogna. Le coltivazioni verdi e gialle farebbero da tema dominante, i pioppeti e le rare abitazioni da elemento di novità, raggiungendosi un blando picco emotivo quando si incontra un allevamento, e l’eventuale animo fanciullesco in macchina grida: Le mucche! Al tastierista sfugge qualcosa del genere mentre andiamo a Graviolo Mantovano, e il cantante gli fa: – Bravo, saluta tua madre”, p. 11.

Altrove, la battuta fulminante proviene dal ricorso inopinato a metafore e similitudini che poggiano su riferimenti colti: “arriviamo alla discoteca freschi e ben disposti gli uni verso gli altri come i passeggeri della Zattera della Medusa”, p. 12.

Ironia e sarcasmo nascono sempre da un’osservazione attenta della realtà, che si offre come infinito campionario di esempi grotteschi. Copioso, in questo senso, l’utilizzo di stereotipi tolti dall’universo della musica: “Ci deprimiamo e bestemmiamo, bestemmie torbide e decadenti, senza vitalità. Bestemmie da cantautori”, p. 35.

Per non parlare di quando l’ironia è affettuosamente rivolta verso di sé: “Poi arriva un barista […], un ribelle che ci porta di straforo birre e panini gloriosi, dicendoci ogni volta in segno di intesa: – Rock and roll! – A Mahler nessuno portava le birre dicendo: sinfonica! E ogni volta noi gli rispondiamo: – Rock and roll, vecchio. Rock and roll! – e stiamo sempre meglio”, p. 36. (altro…)