Goffredo Fofi

E fu così che il mondo

 
 
 

L’anziano scrittore di successo che, durante l’intervista televisiva, si aggiusta la cravatta e ricorda quell’aperitivo in casa di Arbasino, quando sconfisse Eco a scacchi.

Lo scrittore assistente alla poltrona di uno studio odontoiatrico, che ha pubblicato dodici romanzi con altrettanti piccoli editori vendendo in tutto quattromilasettecentodiciannove copie. Un giorno, al Salone del Libro di Torino, Goffredo Fofi gli ha detto: “Simpatico, il tuo ultimo libro”, prima di allontanarsi per telefonare. Non avrebbe mai risposto alle otto mail che lo scrittore assistente alla poltrona di uno studio odontoiatrico, ottenuto chissà come il suo indirizzo di posta elettronica, gli ha inviato.

Lo scrittore che non ha mai pubblicato niente perché crede che letteratura e industria editoriale non debbano incontrarsi. Si reputa il più grande romanziere vivente e la sua compagna – se da lui interpellata a tal proposito – gli conferma questa opinione.

La scrittrice che esordì nel 1987 diventando il caso letterario dell’anno, ma da allora non è più riuscita a scrivere un rigo presentabile. Ogni tanto, specie nei mesi autunnali, se ne rammarica ancora.
 

 
E fu così che il mondo, stipato di biografie degli autori, rimase senza spazio per le parole.
 
 
 

Illustrazione originale di Daria Kirpach.

 
 
 

La politica dell’impossibile

 
 
 

Ne La politica dell’impossibile (Iperborea, marzo 2016, prefazione e traduzione di Fulvio Ferrrari, postfazione di Goffredo Fofi) sono raccolte diciassette brevi prose che Stig Dagerman scrisse tra il 1943 e il 1952 per le più svariate occasioni.

Non è necessario illustrare ciascuno di questi avvenimenti e la relativa posizione di Dagerman, quanto piuttosto mostrare l’atteggiamento complessivo dello scrittore, che già ventenne percepiva l’esistenza sì come oscurità, ma come un’oscurità comune a tutti gli uomini. Da qui deriva un istintivo senso di solidarietà e l’incapacità di considerarsi incolumi solo perché (momentaneamente e casualmente) non toccati da alcuna disgrazia sociale o privata: “viviamo nella nostra sicurezza la vita dei perseguitati”, p. 26.

Dagerman, con grande coraggio e altrettanta naturalezza, afferma in più punti la sua ostilità nei confronti di ogni generalizzazione, semplificazione, concessione alla retorica, insomma verso ogni262_cover_alta bisogno di consolazione: “La concezione popolare […] secondo cui tutto il pensiero reazionario esistente sarebbe circoscrivibile ai cosiddetti reazionari […] si è spesso rivelata pericolosa. Pericolosa in quanto mina la vigilanza e induce a pensare che qualsiasi cosa provenga, per esempio, da coloro che si definiscono progressisti sia in effetti progressista, che qualsiasi cosa provenga dall’area radicale sia radicale” (pp. 27-8).

Perfettamente consapevole dei severi limiti (sociali e fisici) entro cui scorre la vita, Dagerman ritiene indispensabile una costante tensione verso il loro superamento. Per non essere in debito con la propria coscienza occorre affrontare l’inaffrontabile: “Eppure è necessario ribellarsi, attaccare questo ordine nonostante la tragica consapevolezza […] che ogni difesa e ogni attacco non possono essere altro che simbolici, e tuttavia devono essere tentati, se non altro per non morire di vergogna”, p. 44.

Ciò vale in particolar modo per gli scrittori: “In quanto anarchico (e in quanto pessimista, nella misura in cui è consapevole che il suo contributo potrà forse avere solo un significato simbolico), lo scrittore può intanto attribuirsi in buona coscienza il modesto ruolo del lombrico nel terriccio della cultura che altrimenti si disseccherebbe nell’aridità delle convenzioni. Essere il politico dell’impossibile in un mondo dove sono troppi i politici del possibile è, nonostante tutto, un ruolo che personalmente mi può soddisfare”, pp. 57-8. (altro…)