Giulio Neri

London voodoo

 
 
 
 

Il nuovo, bizzarro romanzo di Orso Tosco (London voodoo, minimum fax) sembra essere anzitutto una metafora dell’Occidente alla deriva: ossessioni e cerimoniali da Terzo Millennio; una schiavitù digitalizzata che soccombe alla propaganda dei social network e ai consumi eterodiretti.
Insomma, il binomio «kultur und zivilisation» connota una postmodernità distruttiva su larga scala (l’individuo, il pianeta, la specie umana), e le proiezioni apocalittiche, con espliciti rimandi all’attualità, agiscono fin dai primi capitoli, ambientati in una Londra depressa, blindata da un nazionalismo involuto, sullo sfondo di una guerra e di un’epidemia che impongono lo stato di emergenza permanente.
 
“Londra è un gigantesco catalogo di individui abitudinari e anonimi, ma potenzialmente imprevedibili. Non esiste armamentario più pericoloso. E gli […] atti di violenza insensata, aumentati in modo esponenziale, ne sono la prova. La Sezione deve porre rimedio, perché con l’Europa in fiamme e un’epidemia da sconfiggere, non ci si può permettere alcun disordine sociale. Qualsiasi metodo è consentito.” (p. 32)
 
La Sezione è una polizia speciale istituita dal Primo Ministro britannico, svolge i suoi interrogatori al Castle (pub frequentato perlopiù da alcolizzati) e ricorre alla tortura. Nessuno, però, osa ribellarsi. Il popolo di elettori-consumatori si definisce per inconsapevolezza e manovrabilità; i diritti civili sono azzerati.
London voodoo
 
“Londra ha più telecamere a circuito chiuso che petali di rosa.” (p. 117), eppure gli omicidi si susseguono in un gigantesco tragico reality e i colpevoli sembrano non averne memoria. Eva B, la direttrice della Sezione, a tal proposito afferma: “non siamo alla ricerca di confessioni o verità nascoste, vogliamo ciò che possiedi ma non sai di possedere.” (p. 22).
 
I delinquenti operano come automi mossi da una forza oscura che, via via, allarga i suoi obiettivi fino a comprendere la Liverpool Street Station e la Tate Modern Gallery. Pur senza logica apparente, né rivendicazioni politiche, i loro assalti dinamitardi sono veri e propri attentati.
 
A indagare in questo clima di terrorismo, i due migliori agenti della Sezione: il Porco, che nasconde in casa l’oracolo Sessantanove, in grado di “masticare una stazione sciistica” (p. 125), e Dennis Tabbot, che “in vita sua ha spezzato più ossa che cracker.” (p. 44) Il loro sodalizio è magico. Hanno perfino elaborato un linguaggio in codice che si attua mordicchiandosi l’interno della guancia.
 
Se il romanzo, nei contenuti, mira al sistematico disorientamento, suggerendo e depistando rispetto all’analisi criminologica degli eventi (mandanti, finalità), non è da meno la forma: Orso Tosco adotta descrizioni stranianti con una gran quantità di similitudini:
il sorriso di Dennis Tabbot era “instabile e imprevedibile come la traiettoria di una gallina appena decapitata” (p. 30);
“Il porco urla in modo orribile, strozzandosi e battendosi sul petto come se dovesse vomitare un oggetto enorme […]” (ibid).
“Il traffico è costante, aggressivo e monotono come la corsia di un ospedale psichiatrico.” (p. 93)
 
Il marasma sociale si destruttura in una miriade di personaggi soli e sfiancati da malinconia e dipendenza. Tutto il flusso di oggetti e situazioni – il Mondo – sottintende l’ineluttabilità di un epilogo catastrofico.
 
“Ogni friggitoria è anche un vecchio che cade in bagno, ogni vecchio che cade in bagno è una quotazione in borsa, ogni quotazione in borsa è un tramezzino al cetriolo, un coltello a serramanico, un paio di mutande appoggiate sopra la moquette, l’inizio di una corsa di cavalli, l’energy drink di un buttafuori, un barattolo di caviale, l’urlo di un gruppo di tifosi, l’anello che scivola dentro il lavabo, un cane che si scrolla di dosso la pioggia, e ancora di più, molto altro ancora, tutto assieme e senza sosta. Sempre.” (p. 168)
 
Dunque, non c’è speranza al caos. Bisognerebbe “azzerare tutto e, azzerando tutto, riprogrammare al ribasso la velocità” (p. 197) con cui gli uomini si spingono verso l’estinzione. Ogni cosa ci investe fino a possederci, e “là fuori c’è un’umanità che riceve calci e li chiama baci, e ogni singola persona è disposta a farsi complice di qualsiasi cosa pur di non provare paura e dispiacere.” (p. 89)
Può darsi, allora, che il voodoo urbano sia in questo tentativo dilatorio. Mastica la morte, per custodire la vita.

 
 
(Giulio Neri)
 
 

Le Benevole

 
 
 
 

In letteratura, quello del nazista è uno stereotipo algido, perverso, assegnato a una presunta élite di malvagità novecentesca che, giunta all’epilogo, sprofonda. Lo si rappresenta nella sua ascesa distruttiva o nella caduta, pronto a ingerire il cianuro: un appiattimento psicologico e morale assimilabile a un’ideologia robotizzata, senza esitazioni.

Con Le Benevole (Einaudi 2007, traduzione di Margherita Botto), Jonathan Littell sembra anzitutto voler smitizzare il tema del Male assoluto e prodursi in una dettagliata contestualizzazione di adesioni, ruoli specifici e responsabilità individuali che definiscano il Terzo Reich (e la sua famigerata Weltanschauung) tra sintomatologia sociale, obbedienza e dramma privato. “Si è usato molto, dopo la guerra, il termine disumano, per tentare di spiegare ciò che è accaduto. Ma il disumano, scusate, non esiste. C’è solo l’umano e poi ancora l’umano.” (p. 569)

Il protagonista Maximilien Aue, ex ufficiale delle SS, ne dà conto fin dall’introduzione (Toccata): “Ancora una volta, siamo chiari: non cerco di dire che non sono colpevole di questo o di quel fatto. Io sono colpevole, voi non lo siete […]. Ma dovreste comunque essere capaci di dire a voi stessi che ciò che ho fatto io, l’avreste fatto anche voi. Forse con meno zelo, ma forse anche con meno disperazione, comunque in un modo o nell’altro.” (p. 21)Le Benevole Il libro è un lungo memoriale, quasi mille pagine in cui Aue, sopravvissuto alla catastrofe psichico-cosmica della guerra, si presenta riabilitato e a capo di una fabbrica di merletti. Non intende sminuire i propri crimini e, al di là di qualsiasi pentimento tardivo, non vuole nemmeno rinnegare lo sforzo messo in atto per compierli. “Sono uscito dalla guerra come un uomo svuotato, che possiede solo amarezza e una lunga vergogna, simile a sabbia che scricchiola fra i denti.” (p. 13)

Soffre ancora di crisi di vomito, e questi sgradevoli particolari fisiologici sono ricorrenti nella narrazione, là dove il corpo e la natura stessa dell’uomo – una biologia conservativa – oppongono resistenza, manifestano rifiuto e tentano di espellere l’abominio.

Il disturbo era cominciato in Ucraina, nel 1941. La Germania aveva da poco aperto il Fronte Orientale e i sovietici si ritiravano. A Lutsk, la Wehrmacht si era acquartierata in un castello (Lubart). Quando Aue arriva per visitare gli alloggiamenti destinati alle SS si imbatte in uno scempio. “I cadaveri erano ammonticchiati in una grande corte lastricata, i cumuli disordinati, sparsi qua e là. Un immane, ossessivo ronzio riempiva l’aria: migliaia di grosse mosche blu svolazzavano sui corpi, sulle pozze di sangue, di materia fecale. […] L’odore era immondo.” (p. 35)

Erano davvero prigionieri fucilati dai bolscevichi prima della ritirata? Già in questo passaggio si ravvisano attriti con l’Esercito, nonché gli estenuanti giochi di carambola burocratica che Littell descrive fino all’ultimo cavillo.

In tal senso, il romanzo offre un minuzioso spaccato dello sterminio nella sua evoluzione tecnica. All’inizio si trattava di Große Aktion, fucilazioni di massa, ma perlopiù con numeri insoddisfacenti, penosi imprevisti (alcuni condannati non morivano subito, bisognava finirli) e devastanti ripercussioni sui soldati. Aue assiste al massacro di Kiev (Babij Jar): più di trentamila ebrei scortati a gruppi fino a un burrone, e lì, nell’imperturbabilità della montagna, abbattuti con un colpo di mitraglietta alla nuca.

Ricordando, osserva:
“Se i tremendi massacri dell’Est provano qualcosa, è proprio, paradossalmente, la spaventosa, inalterabile, solidarietà umana. Per quanto brutalizzati e avvezzi fossero, nessuno dei nostri uomini poteva uccidere una donna ebrea senza pensare alla propria moglie, sorella o madre, o poteva uccidere un bambino ebreo senza vedere i propri figli davanti a sé nella fossa. Le loro reazioni, la loro violenza, il loro alcolismo, le loro depressioni nervose, i suicidi, […] tutto ciò dimostrava che l’altro esiste, esiste in quanto umano, e che nessuna ideologia, nessuna dose di stupidità e di alcol può spezzare questo legame, tenue ma indistruttibile.” (p. 144)

Eppure, per quanto già si accorga di un generalizzato imbarbarimento, il trentenne Aue partecipa a riunioni per ottimizzare il processo di eliminazione. La gigantesca contabilità dei nemici da annientare scivola nell’astratto. Si provano nuovi sistemi più pratici e veloci, come i camion Saurer, per soffocare ebrei e zingari con il monossido di carbonio. Ma la realtà organica della morte si impone ancora: “Dopo, mentre scaricavano, […] i corpi erano coperti di merda e vomito, gli uomini erano disgustati.” (p. 170)

Negli omertosi camuffamenti della terminologia nazista, l’Endlösung o Soluzione finale (p. 609) comprende perciò una sequenza di tentativi che ha condotto ai campi di Auschwitz.

“Eravamo arrivati a una barriera. Dietro, un lungo sipario di alberi e cespugli nascondeva una recinzione di filo spinato che isolava due lunghi edifici di cemento, identici, con due alte ciminiere ciascuno. […] «È come a Triblinka o a Sobibòr, – commentò Höß. – Gli si fa credere fino all’ultimo che stanno andando alla disinfestazione.” (p. 589-590)
 
 
Ma Le Benevole non è un romanzo sull’Olocausto, né sull’assedio di Stalingrado (descritto nella terza parte, Corrente). La gran profusione di atrocità caratterizza un resoconto mortificato, e l’intera vicenda si fonda sull’esperienza umana, sulla sfasatura di sensibilità individuali (di Aue, ma anche degli altri personaggi) costrette all’adattamento – più o meno forzato – in una cultura di Stato che inneggia alla predestinazione della razza ariana, a una Volontà di potenza della Germania, alla fede.

“È necessario che gli uomini, egoisti e deboli, accettino i vincoli della Legge, ed essa deve quindi far riferimento a un’istanza esterna all’uomo, deve essere fondata su una potenza che l’uomo senta superiore a se stesso. […] Il nazionalsocialismo tedesco ha voluto radicarla nel Volk, una realtà storica: il Volk è sovrano, e il Führer esprime o rappresenta o incarna tale sovranità.” (p. 571)

E ancora:
“Dobbiamo accettare il nostro dovere così come Abramo accetta l’inconcepibile sacrificio di suo figlio Isacco preteso da Dio.” (p. 218)

La Storia non può ridursi a una linearità causa-effetto, ma la cronologia degli eventi europei, su tutti la Grande Guerra, è il sentiero comune attraversato dai personaggi di Littell, e così la combinazione di fattori politici e sociali con la biografia di ciascuno. Il passato e la famiglia, l’età dell’innocenza, i turbamenti sessuali, gli amori felici e quelli non corrisposti: c’è la vita, e la soggettività, ai primordi di una catastrofe oggettiva massificata. Non è una scusante, Aue non ne cerca.

Il suo percorso a ritroso rievoca con sistematicità la sorella gemella, Una, la simbiosi bambina dei loro corpi indefiniti nell’Eden della rivelazione erotica, lo sconfinamento (puro e maledetto) nell’incesto, lo scandalo familiare che aveva posto fine all’idillio. Era stata la madre a separarli, affidandoli a due collegi. E sembra essere proprio questo il peccato originale di un mondo corrotto, incattivito, senza padre, senza Legge ereditata né da tramandare:
“A scuola mi trovavo di fronte a bambini crudeli e aggressivi, molti dei quali avevano perso il padre in guerra, o venivano picchiati e trascurati da padri tornati dalle trincee traumatizzati o mezzi matti.” (p. 186)

Cresciuto ad Antibes, in Francia, Aue era stato un adolescente un po’ fiacco, cagionevole, sensibile al magistero di Bach (ma anche alla musica di Rameau e Couperin) e alla letteratura (rileggerà L’educazione sentimentale di Flaubert durante i bombardamenti su Berlino). Adulto, è un nazista atipico. Tutta la sua sfera amorosa è pervasa dalla nostalgia di un sodalizio con la sorella che si giurava eterno: non riuscirà mai a elaborare il puerile assolutismo di quella promessa non mantenuta. Convinto di aver già vissuto apici di gioia irripetibili, si abbandonerà a una mistica della femminilizzazione e desidererà il maschio, pur di ricongiungersi alla sua Una: un’omosessualità per mimesi che lo condanna a sopravviversi, da solo, nell’imperdonabile.

Così, in questo compendio del Secolo breve, nel carnaio abissale a cui fu ridotta l’Europa, è ancora l’amore che aleggia – anche solo per mancanza – con un insieme di lezioni civili che resteranno per sempre (soltanto) macerie. Perché l’uomo, in fondo, non impara niente.
“Höß mi aveva detto che nonostante tutti i divieti e le precauzioni i detenuti continuavano ad avere un’attività sessuale, non solo i Kapo con i loro Pipel o alcune lesbiche tra loro, ma uomini e donne, gli uomini pagavano le guardie perché portassero loro l’amante, o si insinuavano nel Frauenlager con un Kommando di lavoro, e rischiavano la morte per un rapido sussulto, uno strofinio di due bacini scheletrici, un breve contatto di corpi rasati e pidocchiosi.” (p. 854)

 
 
(Giulio Neri)
 
 

Un cuore al buio. Kafka

 
 
 
 

Spesso, negli studi su Kafka, si raffronta la potenza evocativa del genio letterario con la modestia dell’uomo: sembra esserci una sproporzione e, di fatto, la scena dei grandi libri incompiuti (Il processo, America, Il castello) è integrata da una biografia enigmatica di fisime, dubbiosità e compulsioni epistolari.

È proprio questo capitale di lettere il fondamento emotivo e psicologico di Un cuore al buio. Kafka, di Manuela Cattaneo della Volta e Livio Sposito (Francesco Brioschi Editore, 2022). In primo piano, i timori, l’arroccamento, i voltafaccia di una personalità irrisolta, disadattata, ricostruita attraverso le testimonianze (romanzate) di cinque donne che subirono la malia intellettuale dello scrittore boemo.

Ognuna di loro dovette inseguirlo, comprenderlo, sottostare. E, infine, arrendersi.

Di sé, Kafka scriveva: “Odio tutto ciò che non riguarda la letteratura. Mi annoio a far conversazione (anche se si riferisce alla letteratura), mi annoio a far visite, le gioie e i dolori dei miei parenti mi annoiano fino in fondo all’anima. La conversazione toglie a tutto ciò che penso la sua importanza, la serietà, la verità.” (p. 49-50)

Nella sua vita, l’incarico per l’Istituto Assicurativo contro gli Infortuni dei Lavoratori restò alla periferia di un’imponente progettazione letteraria: l’intera quotidianità di Kafka era un’esasperata attesa dei tempi destinati alla composizione. Ore di libertà, ogni notte, in ostaggio alla scrittura. Legarsi a una donna era perciò un rischio dichiarato. “Io devo stare molto solo. Ciò che ho prodotto finora è tutto effetto della mia solitudine” (p. 49)Un cuore al buio. Kafka

È curioso notare che la relazione più duratura, con la berlinese Felice Bauer, si sia protratta per cinque anni (e oltre seicento lettere), tra il 1912 e il 1917, cioè a ridosso della Grande Guerra e in pieno conflitto, e che proprio in quel periodo Kafka abbia opposto maggiori resistenze annullando il fidanzamento per ben due volte, quasi a rivendicare un’integrità che è poi venuta sempre meno, frammentandosi come l’Europa degli imperi sconfitti.

In seguito, egli si è via via concesso al mondo, ha in parte ridimensionato la propria liturgia creativa; si è ammalato, anche (tubercolosi), evadendo – forse per disperazione – dalla prigione di conformismo a cui pareva destinarsi con il matrimonio, scongiurato in extremis.

Nel 1923, quando finalmente lascia Praga e la casa dei genitori per trasferirsi a Berlino con Dora, l’ultima compagna, confessa: “credo di poter paragonare il mio stato d’animo a quello di Napoleone quando decise di invadere la Russia.” (p. 178)

Dora considerava l’avvenimento in sé “un miracolo” (p. 177). Il suo Franz aveva scelto: “a nulla erano valsi gli ammonimenti di parenti e amici, il tentativo di suo padre di scoraggiarlo, il triste sguardo di sua madre, l’avvertimento del cognato che gli ricordò la disastrosa inflazione che stava tormentando la Germania.” (p. 178).

Predestinazione e concentrazione sull’opera sono però solo una faccia della ritrosia a cambiare abitudini e a superare l’isolamento. Con ognuna delle sue amanti Kafka instaurò rapporti mediati dalla scrittura e retti su virtualità postali. Gli incontri fisici arrivavano dopo ripetute disdette e slittamenti. Per la Bauer fu un calvario: “come si può impostare un discorso serio con una persona che si impegna con te su mille fronti e il giorno dopo ricomincia il balletto delle sue impossibilità e delle sue inadeguatezze?” (p. 59)

In effetti, sembra essere lo spauracchio dell’impotenza sessuale a indurre Kafka a nascondersi, o a pregare Felice, per iscritto, affinché lo trasformi “in un uomo che sia capace di ciò che è ovvio” (p. 42) Egli alterna alibi letterari e insicurezza: “se venissi di persona le sarei insopportabile” (p. 19); ammette di indossare “sempre lo stesso abito, in tutte le stagioni, inverno ed estate, casa e ufficio.” (ibid.) La Bauer, esausta, chiede a Grete – un’amica fidata e di mentalità aperta – di intercedere. Questa raggiunge Kafka a Praga e riesce nell’impresa di rinsaldare l’unione – avviando però, da quel momento, un’ambigua corrispondenza a tre. E in occasione della festa di fidanzamento, va a Berlino per alloggiare nello stesso albergo di K (lo chiama così). Lo ascolta lamentarsi della futura moglie, i cui soli argomenti sono “mobili, tessuti e fatture” (p. 95). Lo scrittore recalcitra. Lei racconta: “Gli presi una mano per calmarlo. Una mano amica come tante volte mi aveva scritto. Tremava, così smunto, pallido, indifeso.” (ibid.)

Ciò per cui Felice Bauer deve attendere quattro anni [a Marienbad, nel luglio del 1916 (p. 72)], con Grete avviene subito. È un episodio di convulsa carnalità (p. 95) e sancisce l’impossibilità di Kafka a normalizzarsi – una colpa di natura, o dell’identità ebraica, che aveva a lungo angosciato i suoi pensieri [“Devo, cara, chiederti scusa di qualcosa? Non lo so mai e lo credo quasi sempre.” (p. 36)].

Naufragati il matrimonio con la Bauer e la relazione clandestina con Grete, i successivi amori di Kafka, tra Praga e soggiorni in sanatorio, scandiscono gli ultimi anni ai margini della buona società. Di Julie, figlia di un calzolaio, egli annota sul diario: “è molto ignorante, più allegra che triste […], una creatura che fisicamente non è certo priva di bellezza, ma insignificante come, poniamo, il moscerino che vola contro la mia lampada.” (p. 105)

Con Milena Jesenska – già sposata, facchina alla stazione dei treni, afflitta da perenni emicranie e proiettata verso la tossicodipendenza – fu un sodalizio della colpa: lei, pur giurando amore al suo “Frank” (p. 114) non riuscì mai a separarsi dal marito. La sofferenza fu anche fisica, per entrambi: “ci prendevamo cura l’una dell’altro, […] sollecitando informazioni, suggerendo visite, medici, terapie, dicendoci guarisci invece di ti amo” (p. 125)

Va da sé, nella vita di Kafka non c’era spazio per un finale consolatorio. Ma l’amore non è mai così strettamente connesso all’epilogo. Anzi, è vero il contrario. Nessuno ama per i posteri. Anche Dora, così giovane e inesperta, lo sapeva. Kafka, in fin di vita, la mandò a chiamare. Lei, di corsa verso casa, si fermò a comprargli dei fiori. Arrivò che era già morto.

Dirà: “Un giorno lo raggiungerò, è solo questione di tempo. Allora chiedo […] sulla mia tomba un’epigrafe che reciti: Chi conosce Dora sa cosa vuol dire amore. Al presente, per favore, al presente, perché l’amore non ha un tempo che non sia il presente, per sempre” (p. 201).

 
 
(Giulio Neri)
 
 

Storia dell’occhio

 
 
 
 

Esiste un immaginario che non sia (anche) pornografico? È proprio questa domanda, ancor più delle risposte che si possono offrire, a legittimare l’impianto di Storia dell’occhio, un’opera che sfugge a catalogazioni di genere per aprirsi all’ossessività combinatoria di almeno tre elementi:

  • l’occhio, finestra sulla scena erotica e al contempo indicatore di identità cessata o sospesa (per esempio quando nell’estasi mistica, o nell’orgasmo, si rovescia al bianco);
  • l’urina come simbolo di incontinenza e disfacimento (liquefazione dell’Io, crollo iperbolico nell’animalità);
  • la morte violenta e i corpi esanimi ridotti a oggetto in cui specchiarsi (un sottogenere di narcisismo depresso che lorda e profana i cadaveri, sessualizzandoli).

Nella relazione amorosa tra l’io narrante e la “fanciulla” Simone, due adolescenti che tendono a depravazioni e crimini, Georges Bataille trasfonde spettri autoerotici e miti infantili (la nudità), desideri irrisolti metaforizzati e, soprattutto, l’assurdità dell’esistenza. Il legame essenziale fra oscenità e perturbamento è messo in risalto già nell’incipit: “Sono stato allevato in profonda solitudine e, fin dove posso ricordare, ero angosciato da tutto ciò che è sessuale.” (p. 13)

Storia dell'occhio

Il libro, non a caso, resta disturbante. Pubblicato in forma anonima nel 1928, Bataille, negli anni, lo ha rimaneggiato. La casa editrice SE (2008, traduzione di Luca Tognoli) presenta in un unico volume la prima versione illustrata da André Masson e l’ultima (1967, postuma) con disegni di Hans Bellmer. A corredo, due postfazioni dello stesso Bataille (Coincidenze e Reminiscenze) e uno scritto di Roland Barthes tradotto da Lidia Lonzi. Tutto questo materiale, riferito a un testo così breve, ne testimonia la complessità.

“Mio padre, sifilitico, mi concepì quand’era già cieco, e poco dopo la mia nascita fu inchiodato nella propria poltrona dalla sua sinistra malattia. […] Non poteva, come tutti, andare a urinare in un water, ma era costretto a farla sulla sua poltrona dentro un piccolo contenitore e, poiché gli capitava spesso, non provava imbarazzo a farlo in mia presenza sotto una coperta che, essendo cieco, in genere sistemava di traverso. […] Ma la cosa più strana era la sua maniera di guardare mentre pisciava. Poiché non vedeva nulla, la sua pupilla si dirigeva spessissimo in alto nel vuoto, sotto la palpebra”. (p. 84)

La storia dell’occhio comincia qui, “con un’espressione abbrutita di abbandono e di smarrimento” (ibidem). Il bianco della cornea si reincarna nell’uovo bazzotto, fulcro dei primi deliranti giochi erotici tra l’io narrante e Simone; e l’insistente ruscellare d’urina tra i personaggi è anch’esso un richiamo al rito paterno della minzione.

Ogni devianza ha la sua forza propulsiva nell’infanzia: la madre di Bataille, in un quadro famigliare già catastrofico, era sprofondata in una crisi maniaco-depressiva e aveva tentato di impiccarsi. In seguito, era scappata di casa. Fu lo stesso Bataille, giovanissimo, a ritrovarla sulla riva di un fiume, “bagnata fino alla cintola, con la gonna ruscellante d’acqua” (p. 86).

I fermoimmagine della memoria si amalgamano nella narrazione con episodi replicati e parole-riverbero (“ruscellare”). Il trauma visivo segna un punto di rottura, e dallo stato di cheta purezza si sfonda in un’eccitazione deviata che punta dritto all’annientamento di sé stessi (come soggetto) o degli altri (come oggetto). Il personaggio di Marcelle, la “più pura e tenera” amica dei due protagonisti (p. 16), rientra in questa casistica di impazzimenti – come se la follia attendesse in latenza un preciso sollecito per attivarsi.

Tutto il romanzo è teso fra due estremi: l’assurda noia della vita e il disvelamento di una mistica dell’insaziabilità. È proprio nella prima edizione che questo destino tragico si impone con maggiore forza; l’ultima risulta più ordinata, ma anche un po’ svigorita.

Un esempio, confrontando la descrizione dell’antieroina Simone:

1928 – “Simone è alta e bella. Di solito è semplicissima: nulla di disperante in lei, né nello sguardo né nella voce. Eppure, nella sfera sensuale, è così violentemente avida di tutto ciò che può sconvolgerla che anche il più impercettibile richiamo dei sensi conferisce d’un tratto al suo viso un’espressione che immediatamente evoca tutto ciò che è legato alla sessualità profonda, ad esempio sangue, soffocamento, terrore improvviso, crimine, insomma tutto ciò che inesorabilmente distrugge la serenità e l’onestà umane.” (p. 14)

1967 – “Simone è alta e bella; nulla di esasperante né nello sguardo né nella voce. Ma è così avida di quel che sconvolge i sensi che il minimo richiamo conferisce al suo viso un’espressione che evoca il sangue, il terrore improvviso, il crimine, tutto ciò che inesorabilmente manda in rovina la beatitudine e la buona coscienza.” (p. 90)

A restare invariato, essenza dell’opera, è il processo di metempsicosi dell’ossessione. In Spagna, dove l’io narrante e Simone si sono rifugiati accettando la protezione di Lord Edmond [“un ricchissimo inglese e, senza alcun dubbio, l’uomo più adatto a interessarsi al loro caso” (p. 54)] si perviene ai testicoli del toro, serviti crudi dopo la corrida: “queste ghiandole della grandezza e della forma di un uovo, erano di un biancore madreperlaceo, rosato di sangue, analogo a quello di un globo oculare.” (p. 128)

Si va per cicli della morte che si chiudono sempre con un funerale osceno (o blasfemo), e che riprendono verso una lenta e progressiva fine dell’umanità. Più che la verosimiglianza romanzesca, lo standard narrativo è una catacomba psichica che diventa, per mezzo della liturgia porno, tempio di una poetica corporale senza dio, o contro la menzogna rappresentata da dio stesso:

“Il vento era un po’ calato, […] pensai che essendo la morte l’unico esito della mia erezione, quando Simone e io fossimo stati uccisi, all’universo della nostra visione personale sarebbero inevitabilmente subentrate le pure stelle, realizzando a freddo quello che mi sembrava essere il termine delle mie dissolutezze, un’incandescenza geometrica (che era, tra l’altro, il punto di coincidenza della vita e della morte, dell’essere e del nulla) e perfettamente folgorante.” (p. 110)

 
 
(Giulio Neri)
 
 

Nessuno resta solo

 

A sette anni da La mia maledizione, Alessandro De Roma torna in libreria – ancora per Einaudi – con un romanzo incentrato sull’elaborazione del lutto. In un’accezione estesa, però, che si riconnette (tra l’altro) allo sconvolgimento di scoprirsi inadeguati al mondo e proiettati al sopravviversi.

La vicenda di Nessuno resta solo si articola intorno a due personaggi: Guido Floris, professore di storia all’Università di Cagliari, che si approssima a una vecchiaia da vedovo ipocondriaco; e suo figlio Antonio, cuoco omosessuale, trasferitosi a Torino dopo anni da girovago. Di quest’ultimo sappiamo quasi subito che ha perduto il compagno Nicola, e che la morte della madre, invece di riavvicinarlo alla famiglia, acuisce una risentita estraneità, soprattutto rispetto al “Vecchio Stronzo”: così Antonio ha ribattezzato il padre.

È una frattura edipica, con equivoci calcificati e sentimento introflesso. Non sembra esserci rimedio.Nessuno resta soloIl romanzo agisce su due piani che sono (anche) temporali: uno, a ritroso, come storia dell’allontanamento; l’altro, il presente, come sguardo che muta e scorge inattese possibilità di vicinanza.

Guido, da ragazzo, è stato iscritto al Partito Comunista; ha poi dedicato l’intera carriera accademica a un pedantesco studio del Ventennio. Ora, in pensione, vagheggia un’opera intimistica su Mussolini e si convince di aver maturato, attraverso la vedovanza, il diritto a proferire balordaggini. Eppure, risulta goffo, tra incongruenza e ambiguità ideologica; smarrito, perché era la moglie a guidarlo nella vita quotidiana. I rimpianti sono malcerti: “negli ultimi mesi, prostrata dalla malattia, Lucia era diventata insopportabile. Non con gli altri. Con le infermiere, i medici e le amiche manteneva sempre la decenza. […] Con Guido era una tiranna. […] Era la terribile rivincita per aver passato una vita intera ad assisterlo nelle sue smanie di notorietà accademica e nelle pieghe infinitesime dei suoi malanni: mal di testa, mal di denti, mal di pancia, mal di orecchie e perfino mal di piedi. «Finirà che un giorno ti faranno male anche i capelli», gli diceva a volte, accarezzando la sua testa calva” (p. 47).

Di contro c’è Antonio, ultraquarantenne che ha già pagato lo scotto della propria omosessualità. Da bambino non piangeva mai, era sgraziato, “dava sempre l’impressione che stesse per cadere da un momento all’altro” (p. 4). Adulto, manifesta una precarietà analoga, in continua partenza per nuovi luoghi: “si era diplomato tardi, a ventun anni, e aveva abbandonato l’università dopo neanche un trimestre per andare in Australia: aveva lavorato in ristoranti, stazioni di benzina, case private, perfino in una fattoria. Poi erano arrivati i villaggi vacanze in Thailandia e sul Mar Rosso, i ristoranti a Barcellona e ad Amburgo. Ogni città, dopo al massimo sei mesi, gli stava stretta”. (p. 71)

A riconsiderarli adesso, sembrano spostamenti di una fuga. Dall’ostilità più o meno presunta? Dall’eventualità di essere rifiutato?

Talvolta, Antonio immagina i rapporti semplificati all’estremo, come in una sauna gay: “gli uomini sarebbero uguali ai cani […] o ai cavalli nella stagione degli accoppiamenti. La vita sarebbe nient’altro che annusarsi, accarezzarsi, baciarsi in strada davanti alla gente che passa, senza nessuna vergogna” (p. 16).  Ma nemmeno lì, protetti dal vapore e avvolti da un asciugamano, funziona a quel modo. Antonio reagisce alla frustrazione con ruvidezza saltuaria e mirata.

“Era l’unica caratteristica che aveva ereditato da suo padre: una ostentata virilità che, in certi ambienti, gli dava un alone di fascino scintillante. La necessità di dover guidare il gioco. Era l’egoismo dei maschi di casa Floris, che spuntava fuori nelle attività più prossime all’istinto di sopravvivenza: mangiare, bere, scopare. Prendere, e mai dare.” (p. 21).

È davvero così scabro, Antonio? Il suo virilismo non gli impedisce di inviare sms al compagno defunto (per rileggerseli), o di intenerirsi ripensando al sapone alla violetta della mamma. Con l’anziano padre, invece, è più coerente e rigido: i soli cedimenti si verificano nella periodica spedizione di farmaci comperati all’estero (variazioni fruttate di paracetamolo, reperite a Londra, o aspirine tedesche). Ma già assecondarlo nell’ipocondria significa non volerlo abbandonare.

L’isolamento di Guido, a quasi settant’anni, è una burbera sedentarietà applicata al respingimento. Prima a Cagliari, tra gli amici che tentano di offrirgli conforto, poi nel buen retiro di San Leonardo, tra lecci, agrifogli e inattesi visitatori. Sembra anche questa una fuga, sebbene rallentata dall’età e dai primi segni di declino cerebrale.

Scappare, o tenersi a distanza, accomuna padre e figlio; e la solitudine, formalmente accolta, persino favorita, è sostanzialmente temuta come nient’altro. Tradiscono entrambi un fanciullesco bisogno di cura che aveva trovato il suo perfetto mascheramento nella stabilità affettiva. Il lutto li ha denudati, e si ritrovano a passarci attraverso – al bagliore dei ricordi e verso il buio dell’avvenire – in una doppia spirale che li avvicina e allontana di continuo. Forse è come pensa Guido: “Tutto questo tempo sprecato a cercare di non soffrire, quando ciò che davvero ricordiamo volentieri è il dolore.” (p. 158) Il futuro che li attende è un angoscioso deserto in cui specchiarsi.

Resta da scoprire se in uno spazio così vasto, tra scarti di vita e immagini replicate, potranno incontrarsi, riconoscersi.

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(Giulio Neri)