Giulio Mozzi

Ferrovie del Messico

 
 

In uno dei codici di Leonardo Da Vinci, la stessa favoletta (il fuoco, offeso perché l’acqua nella pentola sta sopra di lui che invece è l’elemento superiore, innalza le sue fiamme finché l’acqua, bollendo, trabocca e lo spegne) è riportata in tre versioni, ciascuna più particolareggiata della precedente.
 
Italo Calvino, nelle Lezioni Americane, sfrutta questo esempio per dimostrare come qualsiasi narrazione possa essere, almeno in linea teorica, infinita.
 
Gian Marco Griffi sembra mettere in pratica l’insegnamento dei due grandi maestri realizzando un’opera in cui ogni personaggio, situazione, paesaggio rimandano a nuovi personaggi, situazioni, paesaggi. Quest’opera è Ferrovie del Messico (Laurana Editore, 2022); quinto titolo della collana Fremen curata da Giulio Mozzi; volume arricchito da una postfazione di Marco Drago; illustrazione di copertina e mappe di Silvia Perosino; 816 pagine; 12 x 19 x 5,3 cm; peso: 590 g; stampato su carta Usomano editoriale K/Holmen alto spessore da 60 gr, piacevole al tatto e con un leggero sentore di legno di betulla. “Al che mi sono permesso di aggiungere che un esame olfattivo più attento e approfondito […] avrebbe condotto a intuire il caratteristico odore dolciastro prodotto dall’etilbenzene e il gradevole contributo floreale apportato dall’etilesanolo”(p. 525), direbbe il conte Cesare Cocchi Renani degli Obertenghi, personaggio stravagante e coerente allo stesso tempo, al protagonista.
Ferrovie del Messico
Le vicende del romanzo d’avventura, come recita il sottotitolo, si sviluppano su due piani narrativi: il primo, ambientato negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, racconta della stesura di due libri – Historia poética y pintoresca de los ferrocarriles en Mexico di Gustavo Baz e Cesta Punta di Frank Calcavecchia – e delle avventure picaresche dei rispettivi autori fra bambini affamati e curiosi, partite di jay-alai (una sorta di pelota basca) in cui chi scommette perde intere fortune, fidanzate che attendono il ritorno a casa dei loro uomini e attentati sanguinosi.
 
Nel secondo piano narrativo, l’Historia poética y pintoresca finisce nelle mani dei nazisti, viene fraintesa e li spinge a credere nell’esistenza di un’arma invincibile in una cittadina sperduta nel paese centramericano. Subito viene ordinata la stesura della mappa delle ferrovie del Messico per poter entrare in possesso dell’arma. L’irrealizzabile compito, inoltro dopo inoltro, coinvolgerà la Guardia Nazionale Repubblicana Ferroviaria di Asti e in particolar modo Cesco Magetti, soldato afflitto dal mal di denti e “uomo innamorato e spaventato dalla vita” (pp. 360-1) che cercherà di portar a termine il lavoro sfruttando la fantasia, le competenze di un cartografo di origine samoana arrivato ad Asti per amore e alcune pagine del libro Cesta Punta ricopiate nella sconfinata biblioteca del conte Renani.
 
“Se c’era una cosa che mi piaceva dell’essere un soldato semplice, quella cosa era che in ogni circostanza c’era sempre qualcuno di grado superiore pronto a dirti quel che andava fatto, anche se quel che andava fatto, nove volte su dieci, era un’inutile perdita di tempo. Eppure con gli anni mi ero reso conto che perdere tempo era precisamente ciò che desideravo” (p. 491).
 
Occasioni per perdere tempo, Magetti ne avrà parecchie. Sul suo cammino, il protagonista incontrerà becchini chiacchieroni: “Guarda qui che schifio, si sono ciucciati fino all’ultimo cencio di tessuto. E poi pretendono i trovarci l’anima, in mezzo a questo disgusto, orcomondo lurido; l’anima è un groviglio di vermi che squartano la carne, kraut, prendi nota, accamaiàla. Vermi onesti, vermi dotati di spirito santo: eccola qui, la vostra anima” (p. 194); incontrerà partigiani altrettanto loquaci, qualcuno con un gergo incomprensibile: “Mi sono rivoltato le berte per mostrarle che erano vuote come la chiurla d’un cornuto, lei m’ha mandato al rabuino, dovevate vederla, buon primo maggio, è proprio andata fuori di cerchia, baccagliava come un pasquin peloso quando il manego lo scanna” (p.141); incontrerà come abbiamo già detto il conte Renani, bibliomane oltre che logorroico: “[…] ho colto l’occasione per congedare il mio maggiordomo e per recuperare lo splendido manoscritto miniato del tardo Tredicesimo secolo sullo sbadiglio (De hiatu) che mi costò un furioso negoziato al termine del quale il precedente proprietario mi sfidò a un duello al primo sangue che vinsi con irrisoria facilità, seguendo pedissequamente gli insegnamenti dell’Atalaya de las Corónicas, que contiene los grandes bechos de los Godos y Reyes de España y el arte del duelo de láminas di Alfonso Martinez de Toledo Arciprete di Talavera, che posseggo in edizione con brossura in filo refe di canapa” (p. 528).
 
E, alla consegna della fatidica mappa delle ferrovie del Messico, Cesco avrà modo di giungere alla resa dei conti con un nazista chiacchierone: “È un samovar russo, […] serve per scaldare l’acqua e prepararci la zavarka, che sarebbe un tè. Lo trovai nel ’41 tra le cianfrusaglie di una dacia nelle campagne attorno a Lobnja, oblast’ di Mosca. Donandomelo, quelli della servitù giurarono che fosse appartenuto nientemeno che a Puškin. Non so perché sentirono la necessità di specificarlo; forse speravano di compiacermi per salvare la pelle. Purtroppo per loro, non gli credetti” (p. 693).
 
Gli argomenti di tali ciance non forniscono a Magetti alcuna informazione specifica sulle ferrovie del Messico, sul Messico in generale o su qualunque suo altro problema; servono solo a confonderlo, perfino stordirlo. Ma la curiosità che generano le innumerevoli citazioni, i richiami, i rimandi, i semplici ammiccamenti, gli eventuali riferimenti còlti dal lettore senza che fossero nelle intenzioni dell’autore, l’impossibilità di verificare tutte le citazioni, il dubbio che qualche informazione storica, qualche indicazione geografica sia inventata, tutto ciò risulta fra i principali pregi del lavoro.
 
Il risultato è un romanzo di formazione, coraggioso poiché ambientato in un mondo in cui tutto accade per caso: “…un impiegato di Berlino riceve un libro in dono e la vita di un soldato ad Asti è stravolta. C’è del bello, in tutto ciò, c’è l’ironia della sorte, il comico, il grottesco, il crudele” (p. 544); “…e tu sei, nell’attimo stesso in cui agisci o non agisci, artefice di tutto ciò che accade ovunque sulla terra e vittima di ciò che ogni altro essere umano lascia che accada o si adopera per far accadere” (p. 545). Ancora un esempio dell’assoluto dominio del caso: i due becchini già citati, Lito e Mec, aspirano al suicidio per liberarsi dalla loro misera condizione e cercano di portare a termine l’intento tramite uno stratagemma che prevede contemporaneamente: la conoscenza del racconto di Borges Il giardino dei sentieri che si biforcano; una notevole intelligenza; la disponibilità di un cacciabombardiere. Le tre condizioni troveranno effettiva convergenza nel capitano Butch Shumard che bombarderà il cimitero, ma nel frattempo Lito e Mec saranno scappati da lì, sopravvivendo al bombardamento, fallendo nel loro intento suicida.
 
Il tema del suicidio attraversa tutto il romanzo; fra buoni e cattivi non c’è differenza, in certe pagine nemmeno fra fascisti e partigiani; Tilde, la bellissima ragazza di cui Cesco è innamorato, parlando del mal di denti di quest’ultimo arriva a dire: “Ora immagina il dolore che stai provando e moltiplicalo per dieci, pensalo ancora più potente e soprattutto immutabile e perenne, e soltanto allora potrai comprendere il dolore che covo dentro io” (p. 361); eppure qualcosa si salva ed è lo stesso impiegato di Berlino a mostrarcelo quando dice al suo carnefice: “A questo mondo ci sono più cose belle che le formiche. Un quaderno, un disegno, un animale; e ci sono le giunchiglie nei campi. Digli che io non mi ammazzo, Burkhard, digli che ci sono le giunchiglie.”

 
 
(Giovanni Locatelli)
 
 

Favole del morire

 
 
 

Pubblicato nel febbraio 2015 da Laurana Editore, Favole del morire di Giulio Mozzi raccoglie sette testi di varia natura, scritti tra il 2003 e il 2014, attorno al tema del morire.

La stanza degli animali, che apre il volume, è la rappresentazione onirica e oscuramente e ossessivamente interiore, espressa con parole chiare in un ritmo vorticoso e serrato, di una casa, di una stanza, di un figlio, di un padre, di bestie chiuse in barattoli di formalina, di un delitto. La sensazione di soffocamento e di prigionia caratterizza le pagine di questo racconto suddiviso in dieci sezioni, quasi che le cose accadessero e si susseguissero in un mutare che non porterà mai al loro cambiamento, eternamente interne a qualcosa di immobile e vago, eppure opprimente. “Gli animali assenti sono padroni della mia vita”, scrive infatti Mozzi (p. 40).

MOZZI_Favole_copertinaIndefinibile è il morire, verbo all’infinito che unisce la presenza e l’assenza, il non essere più e il non essere ancora in un nuovo stato, l’azione e il decadimento.

“Credete di muovervi, e siete incatenati al centro del circolo che perpetuamente, ma non perpetuamente, percorrete”, si legge in Operetta di giugno, ispirata agli affreschi del Ciclo dei Mesi di Torre Aquila, nel Castello del Buonconsiglio di Trento. Il movimento è allora un inganno, un’immaginazione dell’uomo che crede così di poter tenere legata a sé l’esistenza con i gesti e il moto del corpo: “Mentre voi sognate che ella aumenti la vostra vita, il suo unico desiderio è sottrarvi una porzione di vita. Amici miei, come potete credere alla musica? Ogni passo della vostra danza è un passo che vi allontana dalla vostra origine e vi avvicina alla vostra fine. Voi credete di tornare sempre nello stesso luogo, completato il circolo; invece, percorrendo circoli su circoli, come corpi catturati in un gorgo d’acqua, sprofondate verso il fondo del gorgo, dove la bestia finale vi attende, pazientissima” (p. 55).

Parimenti è preso nell’andare imperturbato e mai interrotto dall’ignoto e dal caso il pesce nel vaso, protagonista del sonetto che chiude il volume, Comica finale: “il vano suo aggirarsi è un moto immoto” (v. 8, p. 137).

Se la vita di ciascuno è sempre segnata dall’esistere dell’altro (vivo o scomparso, vivente di specie vegetale o animale che nutre l’uomo e raccoglie ciò che di lui rimane), il morire è allora la fine di ogni legame, l’abbandono alla solitudine del proprio corpo che viene meno e si spegne: “So bene perché vi tenete per mano: perché ciascuno di noi, di voi, non è capace di essere vivo nella solitudine” (Operetta di giugno, p. 53); “La vostra vita è fatta di vita altrui. […] Ciascuno di voi è cibo dell’altro” (Ivi, p. 54); “Quando la mano si staccherà dalla mano, sarà la fine. Ciascuno, ciascuna di voi sarà solo, sola” (Ivi, p. 53).

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