Giovanni Locatelli

Uccidendo nani a bastonate

 
 
 
 

Due personaggi discutono per decidere come intitolare una raccolta di racconti da inviare a un concorso. “«Vediamo, che ne pensa di questo: Rompendo pianoforti a legnate?» «Troppo aggressivo» «E A forza di calci?» «Mi piace, ma è sempre un po’ sconcertante»” (p. 142).
 
Il titolo scelto sarà Uccidendo nani a bastonate e a quel punto il dibattito fra i due cambierà tenore. “«A sua volta, il racconto di chiusura conterrà le nostre discussioni sulla ricerca del titolo» «Benissimo. E il racconto si concluderà quando lei troverà il titolo che figura davvero sulla copertina del libro. Sarebbe come l’eterno ritorno, come tornare a cominciare»” (p. 149).
 
Uccidendo nani a bastonateNe deriva che Uccidendo nani a bastonate di Alberto Laiseca (Edizioni Arcoiris, 2016, traduzione di Loris Tassi e Lorenza di Lella) è un libro che cita sé stesso.
 
Bertrand Russell, filosofo e matematico, ci ha svelato che i libri autoreferenziali sono inclusi in un catalogo immaginario esente da contraddizioni. Discorso completamente diverso per il catalogo dei libri che non citano sé stessi: deve includere sé stesso? Se non lo fa, dovrebbe. Ma se lo fa, non dovrebbe. In ogni caso si contraddice.
 
Stiamo divagando, ma, come avrete capito, Uccidendo nani a bastonate è ricco di digressioni, di calcoli matematici, di speculazioni filosofiche. “Dopo aver analizzato e discusso il titolo migliore, Crk e Moyaresmio discutono di come concluderanno la discussione, e poi analizzano l’analizzato e discutono il discusso per trovare il finale del finale, e poi il finale del finale del finale, così via fino ad arrivare all’infinitesimale, dando luogo a un epilogo astratto, incentrato sulla lingua e sull’analisi dell’ultima parola e dell’ultima lettera” (p. 150).
 
Oltre a soddisfare i criteri logici di Bertrand Russell, Uccidendo nani a bastonate piacerebbe ad Anthony Burgess perché i personaggi sono ultraviolenti, sadici e perversi. Il primo racconto parla di un’anziana torturata per aver urtato un cadì sull’autobus: “Allora avevano cercato di indurla a riflettere con un monologo contrappuntistico di aculei”, “Per ordine del cadì le passarono dei rulli ardenti sul culo e sulla schiena”, “Allora decisero che le avrebbero trasformato le tibie in flauti” (pp. 20-1).
 
Per lo stesso motivo piacerebbe a William Burroughs, anche perché la Tecnocrazia occidentale dove sono ambientati gran parte degli episodi, con la sua capitale Controllo e il suo Despota Illuminato chiamato Benefattore, assomiglia alla Terra Libera del Pasto Nudo.
 
La raccolta lusingherebbe Jules Verne che è citato per ben due volte, entrambe apparentemente a sproposito e soprattutto riuscirebbe a convincere chiunque ritenga insoddisfacente il nostro modo, lineare o circolare che sia, di descrivere il tempo.
 
Laiseca infatti opera in due maniere distinte per mettere in discussione il concetto di tempo.
 
In primis non prende in considerazione il progresso tecnologico nel suo sviluppo storico:
– stando a La gran caduta dell’immonda vecchia, nell’anno 200 dell’Egira già esistevano gli autobus e la saldatura ossidrica;
– in una realtà palesemente postapocalittica, anziché imprecare, ci si sfoga con esclamazioni bonapartiste: “Corpo di mille galeoni e valchirie con la spada” (p. 142);
– ne La maledizione del clavicordo, Tutankhamon e Čajkovskij si fondono in un unico personaggio: Tutančajkovskij e Wagner, durante gli anni del suo regno, si fa costruire una piramide egizia alta duemila metri;
– uno degli alchimisti del bey della Turchia di Gradinata di gioielli conosce l’uso dell’elettricità e delle cellule fotoelettriche, nonché dei sistemi antincendio, scoperte che il bey sfrutterà per imprigionare, una dopo l’altra, le sue sette mogli.
 
In seconda battuta, all’interno della metanarrazione di Uccidendo nani a bastonate, tutto avviene nello stesso momento. Contemporaneamente i racconti vengono:
– scritti dall’autore: “Proprio in quel momento le forze della tecnocrazia mandate dal Controllore sferrarono l’attacco congiunto, interrompendo la discussione […] E così non ho potuto scoprire come andava a finire l’analisi di guerra di Josè Garbanzo” (p. 103);
– stampati dal tipografo: “Come le dicevo, Gòmez, errori tipografici che potevano essere perdonati nella versione mohicana, sono intollerabili quando traduciamo in spagnolo. Siamo seri, Gòmez. Sono uno scrittore importantissimo” (p. 99);
– commentati dai personaggi: “È fuori luogo, ma devo dirlo se non voglio scoppiare. Mentre limo il prologo di questo romanzo storico, non posso fare a meno di guardare sulla mia scrivania il volume delle memorie di Metatarso Grullo Periquete […] poi trasformato in salsicciotti per ordine dei giudici, tra i quali ebbi l’onore di figurare” (p. 93).
 
L’istante che riassume ogni fase della narrazione è naturalmente anche quello in cui il lettore è impegnato nella lettura. Si genera un cortocircuito. Immaginiamo che qualcuno dei personaggi di Laiseca desideri sfruttare questo cortocircuito per provocare un’elettrocuzione: su di sé, su di un altro personaggio, sull’autore, sul lettore. D’altronde “La vita è dura. Meno male che ognuno ha i suoi masochismi per distrarsi” (p. 52).
 
L’importante è che ciascuno sia in grado di fare i dovuti distinguo. “Devo avvertirla: quello che le riferirò è un racconto solo in parte. Con la chiaroveggenza che la contraddistingue, non dubito che riuscirà a scoprire la verità attraverso il dislocamento delle esagerazioni” (p. 34).

 
 
(Giovanni Locatelli)
 
 

Il libro della volpe

 
 
 
 

Un romanzo senza inizio né fine, senza copertina, senza numero alle pagine e senza paragrafi, rilegato con una spirale che permette a ciascun foglio di essere il primo o l’ultimo indifferentemente, racchiuso in una scatola, indispensabile supporto su cui stampare titolo, autore e logo della casa editrice: così si presenta “Il libro della volpe” di Enrico Ferratini (Pièdimosca Edizioni, 2021).
 
Un libro di storie che si susseguono intrecciandosi, sfumando l’una nell’altra, in cui ogni pagina può essere scelta per iniziare l’avventura o, completato un numero di giri a piacere, per terminarla. C’è un narratore chiuso in cella, poi (prima?) catturato dalle streghe, c’è un messaggio segreto che emerge dagli abissi, una volta sotto forma di pesce nero, l’altra di bottiglia, c’è un papiro da decifrare, c’è una volpe in difficoltà e un coyote che è disposto ad aiutarla, c’è un fabbricante di chiavi, l’unico a lavorare in un giorno di festa, c’è un ciabattino che “sa benissimo cos’è la felicità, conosce la via per arrivarvi e sa pure che è a un palmo dal suo naso, ma per qualche motivo non potrà imboccarla mai” (senza numero di pagina, così come le altre citazioni).Il libro della volpe

Una scelta originale che, unita a un’atmosfera misteriosa e magica in cui umani, streghe e animali parlanti interagiscono, produce un effetto molto simile all’andamento delle fiabe raccontate dai genitori ai bambini, in cui il punto di inizio può cambiare ogni sera e la fine sfuma nei sogni. “Con la notte, vedrai, arriverà anche il sonno, e nel sonno sarai perdonato, perché il sonno ha pietà di tutti, anche di chi giace nei crepacci dell’inferno”.
 
Quello che stiamo leggendo è quindi solo un lungo resoconto onirico?
 
Oppure è un libro circolare i cui protagonisti sono condannati a ripetere all’infinito gli stessi gesti: l’ipnotista continuerà ad annotare le parole contenute nella bottiglia nascosta nel vascello sprofondato nell’inconscio del paziente senza comprenderle; i due bambini a perdersi e ritrovarsi nel bosco, senza essere catturati dalle streghe come succede invece al narratore; il principe a ordinare al mago di procurargli l’elisir di lunga vita e a ottenerlo da una donna che nasconde la propria identità reggendo un ritratto davanti al volto.
 
Pare ci sia un antefatto, una colpa terribile che esclude la volpe dal consesso animale costringendola a raggiungere il mare per convincere il Leviatano a raccontarle le 300 storie che, imparate a memoria e raccontate dapprima al coyote e poi, ci si immagina, a tutti, le permetteranno di redimere la colpa. Proprio questo precedente suggerisce di sostituire l’ipotesi di circolarità con una nuova interpretazione: forse il libro descrive un istante immobile, tutto accade contemporaneamente e i concetti di inizio e fine devono essere abbandonati. L’eterno presente reca del passato solo un’ombra, ma un’ombra che lo sovrasta: “…si cela il fantasma di un passato che è più forte del presente, perché ogni oggetto, ogni luogo contiene sempre in sé il fantasma di ciò che è stato nel momento in cui [quel luogo, ndr] era più forte e vivo”.
 
Allora forse l’antefatto nemmeno esiste, e la colpa della volpe consiste proprio nel non avere forza sufficiente per raccontare le 300 storie trasmesse dal Leviatano. “«No, devi andare avanti», risponde il coyote, «è la tua salvezza, lo sai, se non finisci di raccontare le 300 storie sarò costretto a cacciarti via da qui perché, non dimenticarlo, tu sei maledetta, sei un’esiliata.» «Concedimi una pausa, una pausa sola, ho tanto bisogno di dormire.»”. Di nuovo un accenno al sonno. E poi più avanti (o più indietro): “No, non è la logica che ci può aiutare in questo caso, è nei sogni, nei vaticini che dobbiamo cercare la risposta”. Il che ci riporta alla prima interpretazione. Suggeriamo di rileggere la recensione.
 
Un libro sul potere salvifico delle storie, ma senza lieto fine. Anzi senza fine.

 
 
(Giovanni Locatelli)
 
 

Nina sull’argine

 
 
 
 

Dice la scienza delle costruzioni che i materiali possono deformarsi in modo elastico, quando al termine della sollecitazione il campione ritorna alla forma originale, o in modo plastico, quando la sollecitazione lo modifica in maniera permanente. La tesi sviluppata da Veronica Galletta nel suo secondo romanzo, Nina sull’argine (Minimum Fax, 2021), è che un sistema complesso, quale può essere l’argine di un fiume, appunto, ma anche una persona, una coppia, una comunità, possa deformarsi solo in maniera plastica.
 
Nina sull'argine“Il ponte non tornerà nella posizione originaria dopo questa prima prova. C’è una quota parte di deformazione plastica, un assestamento degli isolatori sismici prevista da progetto. Anche per lei è cosi, pensa Caterina, sembra tutto uguale, il caldo, gli uomini in cantiere, perfino le zanzare, ma c’è una parte di deformazione residua che non torna a posto. Un’ isteresi nelle loro vite, che si manterrà anche quando il carico verrà disapplicato. Forse è questo, crescere: capire che i fenomeni non sono reversibili, che ogni traccia lascia un’impronta” (p. 212). E più avanti: “Comprendere che le sagome delle persone cambiano, nel tempo e nella percezione che abbiamo di loro. Lei stessa, è diversa, trasformata, tirata, allungata, deformata dagli eventi, dai giorni e dalle notti dell’ultimo anno trascorso” (p. 214).
 
Questa la riflessione conclusiva di Caterina, giovane ingegnere civile – “Buongiorno, signora. Ingegnere. Signora mi sembrava più gentile. Non siamo qui per scambiarci gentilezze. […] Preferisce ingegnera? […] Ingegnere e basta mi va bene, non pretendo tanto.” (pp. 12-3) – che si ritrova a dirigere il cantiere per la costruzione di un argine e di un ponte e ad affrontare l’ostilità di alcuni residenti contrari alla grande opera, le invidie dei colleghi, i pregiudizi di genere in un ambiente tipicamente maschile, i suoi stessi dubbi per una responsabilità che non sembra supportata dall’esperienza. “Caterina vive sempre questo doppio sentimento. Da una parte la voglia di mettersi di traverso, in un mondo in cui non sa mai bene come collocarsi. Poco esperta, eccessivamente qualificata, ha studiato troppo, e le cose sbagliate. Dall’altra la voglia di ritirarsi, di nascondersi. Come se ci fossero sempre due Caterina. Una parla e l’altra la prega di stare zitta” (p. 46).
 
La doppia personalità della protagonista ne mette in risalto la solitudine, aggravata dalla perdita di Pietro, il grande amore scappato senza dare spiegazioni. “È stato faticoso aprire la scatola di cartone e trovarci dentro il pigiama di Pietro. L’ha appoggiato a terra, accanto al comodino, per tutta la notte. Lo ha guardato spesso, girandosi nel sonno, chiedendosi se fosse pulito o sporco. Se potesse, portandoselo al naso, sentire ancora il suo odore. Chiude gli occhi, li riapre. Non ha voglia di vederselo comparire anche qua, in mezzo al fiume, stamattina. Del resto a casa non si è più fatto vedere” (p. 33).
 
Unica compagnia, il fantasma di un operaio morto sul lavoro anni prima, fantasma capace di consigli indispensabili per l’avanzamento del cantiere: “Il lavoro di chi monta le difese di sponda è molto delicato. Ci vuole talento per capire qual è il masso giusto, e delicatezza nel girarlo. Ci vuole un occhio tridimensionale” (p. 99), ma reticente quando si tratta di parlare della propria storia. “Caterina risale in macchina, accende il motore. Sono tutti uguali. Gli chiedi una cosa e ne rispondono un’altra. Gli fai una gentilezza e si ritraggono” (p. 101).
 
La piena, minaccia incombente e ricordo dei danni causati l’anno precedente, potrebbe di nuovo cancellare strade e paesi: Caterina, da un lato sente la necessità di arginare il pericolo e i suoi effetti negativi, ma dall’altro attende che il tempo, come il fiume grosso, porti via gli scatoloni e i ricordi di Pietro. “Nell’incedere impietoso delle stagioni, ora che è di nuovo estate, il ricordo dell’anno precedente comincia a bruciarle addosso. Adesso che si avvicina il giorno in cui l’anno prima ha avviato i lavori, ricomincia ad affiorare Pietro” (p. 205).
 
Il lavoro, la solitudine e la natura, questo racconta Nina sull’argine, senza conclusioni che consolano, senza nuovi amori o promozioni e scatti di carriera, in un’atmosfera di attesa e fatalismo che, almeno a parere di chi vi scrive, trova una perfetta corrispondenza in questa poesia di Cesare Viviani.

 

Osare dire

Com’è, come sarà
vivere senza ricevere aiuto,
senza favori, protezioni,
senza materne associazioni,
anche quando la febbre sale,
anche quando il fiume straripa
e travolge il riparo, orto e baracca.
Sarà come vive il resto della natura,
vicino ai predatori e senza paura.

 
 
(Giovanni Locatelli)
 
 

Fata morgana

 
 
 
 

Raramente i Gamuna, popolazione del deserto raccontata da Gianni Celati nel suo romanzo Fata morgana (Feltrinelli, 2005), trovano il coraggio di arrampicarsi sui costoni che chiudono la valle a nord-est perché “la vertigine dell’altezza sembra loro un segno certissimo che tutto quanto sta in basso sia un unico e continuo fenomeno di fata morgana e che ogni immagine di vita sulla terra non sia altro che un miraggio” (p. 10). Allo stesso tempo però, “i Gamuna onorano le visioni di fata morgana come il maggior fenomeno della vita, e ritengono che i miraggi siano incanti in cui l’anima si perde lanciandosi fuori dal corpo” (p. 34) e ancora: “i miraggi del deserto […] mostrano che inseguendo le illusioni ci si sbaglia sempre, e non c’è modo di non sbagliarsi, e la vita non è che un perdersi in mezzo ad allucinazioni varie” (p. 35).
 
Il sonno, al contrario, “è una dimensione della vita più importante di quella diurna” (p. 58) ed è il grande sonno della terra che “all’inizio di tutto ha prodotto le visioni di fata morgana, origine del mondo sensibile che ci circonda. Quel sonno originario è chiamato «il Largo Riposo»” (p. 73) mentre l’Essere del Largo Respiro, la principale divinità gamuna, “è l’iridescenza da cui sarebbe nata la vita sulla terra, destinata a durare soltanto per un attimo in cui i raggi del sole fanno brillare qualche granello di polvere vagante nell’aria” (p. 27). Polvere che si posa in virtù dell’«incanto greve», lo stesso fenomeno che provoca l’attaccamento dell’uomo ai suoi miraggi, la tristezza di quando viene sera o il peso che attira i passi verso il suolo, polvere che “dà a tutto un aspetto stupido o insignificante” (p. 82), ma insegna agli uomini la “virtù di ignorare sé stessi come la terra ignora se stessa, di affidarsi all’incanto greve che trascina tutto, senza avere nulla da dire, nulla da lamentare…” (ibidem).
 
Fata Morgana La realtà è un’illusione, quindi, ma di quelle che non si accompagnano alla speranza: alla rassegnazione, piuttosto. Soprattutto, un’illusione che il capitalismo non può piegare ai propri scopi commerciali: i Gamuna non producono e non riparano, e abitano le rovine di una città abbandonata dalla popolazione precedente. “Il lavoro è un grandissimo errore da cui non c’è scampo” (p. 18). E chi si rifugia nel mestiere, “con l’idea di essere un bravo falegname, o vasaio, o fabbro, o guaritore di bestiame o, meglio ancora un furbo affarista […] torna a casa perplesso, con uno sguardo serale che vuol dire «Perché devo fare tutti questi sforzi? A cosa serve?»” (pp. 46-7).
 
La sera, finalmente, “gli abitanti si radunano per fare delle chiacchiere dette «medicinali» perché curano i pensieri cattivi. Sono chiacchiere come un canto a bocca chiusa, in cui si rivangano i pensieri della vita, ma diventando assenti da sé stessi e pacificati dal parlare al buio” (p. 51). Finite le chiacchiere, “in certe sere estive si sente nell’aria l’essenza del «tempo perso», come un profumo che ti lascia tranquillo nel buio senza pensieri, senza i turbamenti dell’insonnia carica di ricordi, ma anche con la dolcezza del vivere sospeso e transitorio fino alla luce del mattino” (p. 164).
 
Una vita sempre uguale a sé stessa, fuori dalla Storia, se non fosse per gli avventurieri occidentali che visitano il popolo gamuna “carichi di inquietudini che prosperano nelle nostre nazioni” (p. 51) e che “credono di avere diritto a una vita speciale […]; e cercandola devono sempre fuggire da dove sono, siccome hanno sempre l’idea che la vita altrove debba essere meno noiosa” (p. 53). Ben presto, però, “cominciano a detestare tutto quello che vedono, a trovare tutto sporco e puzzolente, a schifarsi per lo squallore e la desolazione del posto” (p. 16). Come non bastasse, le donne gamuna lanciano sguardi che “metterebbero in imbarazzo chiunque; perché paiono apertamente voluttuosi, ma al tempo stesso fanno insorgere nei maschi un forte sospetto di essere attirati in un tranello per venire poi svaligiati, massacrati, castrati” (p. 14). Così, la malsana infatuazione per la bellissima Buabìa Sangìto, fa sorgere in Astafali – uno di questi avventurieri, nonché la principale fonte di appunti che permettono al narratore di descrivere i Gamuna – “la limpida sensazione che la vita sia del tutto insensata: «Insensato stare qui, insensato tornare a casa»” (p. 78).
 
Nichilistica rassegnazione? Ascetica rinuncia? Difficile a dirsi perché “se qualcuno pensasse che quel miraggio non è nulla, dovrebbe pensare che tutti i movimenti durante la giornata sono senza senso, benché ognuno cambi qualcosa nella nostra vita attraverso le visioni che andiamo inseguendo. E se l’incanto della vita è un fenomeno unico, allora ogni movimento lo trasforma per effetto delle visioni che ci spingono a spostarci continuamente, di qua e là nella conca del mondo” (p. 184). 
 
Immaginario saggio antropologico redatto grazie alle testimonianze di tre viaggiatori – il già citato Astafali, compagno del narratore ai tempi dell’università, il pilota argentino Bonetti e la suora vietnamita Tran – Fata morgana, raccontando di un popolo che basa la propria vita su convinzioni e consuetudini opposte a quelle occidentali, descrive parimenti la nostra società e dimostra quanto sia ampio lo spettro delle sue possibili interpretazioni e quanto sia vanità di vanità l’atto stesso di interpretarla. Proprio l’Ecclesiaste risuona spesso lungo il romanzo: “Tutti sono diretti verso il medesimo luogo: tutto è venuto dalla polvere e nella polvere tutto ritorna”, recita il libro della Bibbia, e sono parole che non stonerebbero sulla bocca di un vecchio gamuna seduto fra le macerie di una città semiabbandonata, impegnato insieme ai suoi sodali nelle “chiacchiere medicinali”. E il narratore, ma forse anche l’autore, deve aver assorbito l’atmosfera creata da queste chiacchiere attraverso i resoconti dei tre viaggiatori. Così, al termine del romanzo, dopo alcune pagine confuse sulla conquista dei Gamuna da parte di un esercito nemico, quasi senza preavviso confessa di non credere più nelle storie che racconta: “Ma io sono stanco di tutte queste vite eccezionali, stanco di questa materia per romanzi a cui si cerca di fare somigliare le nostre vite” (p. 188).

 
 
(Giovanni Locatelli)
 
 

I vagabondi

 
 
 
 

Una bambina intrappolata in una scuola: così inizia I vagabondi di Olga Tokarczuk (Bompiani 2018, traduzione di Barbara Delfino) ed è l’unico punto fisso dell’opera, è il voi siete qui delle cartine agli incroci nelle città turistiche – non per niente il capitolo si intitola proprio Sono qui –, è il centro di un sistema di assi cartesiani rispetto al quale misurare la distanza percorsa pagina dopo pagina leggendo un lavoro che spesso potrebbe disorientare, sicuramente difficile da etichettare. Lo si può definire un romanzo di viaggi, oppure una raccolta di racconti brevi e a volte brevissimi, una guida turistica, seppure sui generis – d’altronde l’autrice considera anche Moby Dick una guida turistica –, un taccuino di appunti zeppo di aforismi, riflessioni, curiosità, una Wunderkammer cartacea, un manuale per costruire un oceano, persino, sebbene il recensore nutra qualche dubbio, trattandosi di istruzioni scovate dall’autrice su una rivista, ma in sogno. Senza dubbio, questo è un libro costellazione, un libro in cui la concatenazione causa-effetto viene annullata, e al suo posto – come nelle costellazioni in cui stelle appartenenti a galassie diverse formano disegni intelligibili solo alla fantasia umana – si sostituisce una sequenza di storie non necessariamente interdipendenti, a volte vicine nella tematica, altre del tutto discordanti.
 
I VagabondiLa misteriosa sparizione della moglie di Kunicki, le lettere di Josephine Soliman all’Imperatore d’Austria Francesco I per la restituzione del corpo imbalsamato del padre, i racconti da Mille e una notte di una poetessa che si reinventa guida turistica, i brevi capitoli sulla psicologia di viaggio, neo-scienza insegnata nelle sale di attesa degli aeroporti, sono solo alcuni esempi a cui si aggiungono gli innumerevoli riferimenti ai viaggi e alle mappe da un lato e all’anatomia, alla tassidermia, alla plastinazione, allo studio e alla conservazione dei corpi dall’altro.
Vagabondaggi e imbalsamazione sono i due estremi lungo cui si dipana il lavoro di Tokarczuk: il continuo mutamento della vita e la perfetta staticità della morte, verrebbe da pensare, ma nella morte, in natura, non vi è nulla di statico. Fermare il tempo è l’obiettivo troppo umano dei diversi trattamenti di conservazione descritti minuziosamente, a volte con sguardo da scienziato, altre con la curiosità del turista. Che siano tutti destinati a fallire non preoccupa l’autrice, la quale considera “che è sempre meglio ciò che è in movimento rispetto a ciò che sta fermo; che il cambiamento è sempre più nobile della stabilità. Ciò che non si muove è soggetto alla disintegrazione, alla degenerazione, e a ridursi in cenere, mentre ciò che si muove potrebbe durare addirittura per sempre.” (p. 7), presupposto certamente scomodo per chi intenda scrivere un romanzo.
 
Due storie emergono prepotenti: quella di Philip Verheyen, chirurgo e anatomista fiammingo vissuto fra Sei e Settecento, che, sezionandone accuratamente i tessuti, scoprì il tendine d’Achille nella sua stessa gamba, amputatagli in giovane età e conservata in attesa della resurrezione dei corpi in un liquido a base di brandy e pepe nero, diventata fonte di dolore fisico e ossessione psichica per il chirurgo, che nei suoi appunti dichiara: “Ho passato la mia vita in viaggio, ho viaggiato nel mio corpo, nella mia estremità amputata.” (p. 199); e quella di Annuška, giovane donna che abbandona il figlio e il marito e vaga senza meta nella metropolitana di Mosca finché non viene arrestata insieme a una senzatetto che borbotta invettive contro qualsiasi ordine costituito: “Chi fa una pausa diventerà pietra, chi si arresta verrà infilzato come un insetto, il suo cuore sarà trafitto da un ago di legno, le sue mani e i suoi piedi saranno infilzati alla soglia e al soffitto. […] Muoviti, vai. Beato è colui che parte.” (pp. 243-4).
 
Se ciò che ritorna è una mera ripetizione-costellazione, se i numerosi leitmotiv sono da considerare ritornelli, necessari a dare solo “una parvenza di interezza sistematica generale” (pag. 75), allora elevarli a struttura portante equivarrebbe a normalizzare questo lavoro, imponendogli un ordine che non sembra essere nelle intenzioni dell’autrice. Per la stessa ragione, è importante dare il giusto valore a ciò che compare una sola volta nel testo: “Solo ciò che è diverso sopravvivrà” dice l’io narrante a p. 21 e sono molti gli argomenti-capitolo senza alcun seguito, apax legomenon tematici, numeri primi che ricorrono senza un ordine prestabilito: assorbenti igienici con scritte curiose sulla confezione; asini che fra i tanti turisti sanno riconoscere quelli di provenienza nordamericana e solo con loro recalcitrano; le riforme di Atatürk; appartamenti che si sentono abbandonati dai loro abitanti, in quanto usciti di casa o perché scomparsi dal mondo, descritti nel capitolo più enigmatico, Appartamenti abbandonati, appunto, con quell’accenno alla mano senza corpo che sembra scrivere appoggiata a un tavolo, priva però di penna, di carta e di scrittura.
 
A collocarsi nel centro ideale dell’opera potrebbe essere proprio uno di questi singoletti, intitolato Il tempo e il luogo giusti: la necessità di spostarsi, sembra dirci Tokarczuk, nasce dalla ricerca del luogo perfetto, ma lo spazio da solo non basta, va occupato nel momento propizio per poter “incontrare il grande amore, la fortuna, vincere al lotto o scoprire un segreto per il quale tutti si scervellano da anni; oppure la morte” (p. 77). Richiamato nell’ultima riga dell’opera: “forse rinasceremo e questa volta lo faremo nel luogo e nel momento giusto” (p. 374), l’auspicio si candida a possibile nesso fra i viaggi e la conservazione dei tessuti organici: e se fosse l’eventuale resurrezione dei corpi – dei corpi, non certo delle anime, “in fondo cosa ce ne frega dell’anima” si legge persino a p. 122, ma anche “il corpo e l’anima sono in realtà la stessa cosa” (p. 195) – se fosse la reincarnazione il sistema più estremo per vagabondare alla ricerca della felicità?

 
 
(Giovanni Locatelli)