Giovanni Locatelli

Poeta Cieco

 
 
 
 

Il Poeta Cieco, visionario, sapiente e folle, votato al Celibato Obbligatorio, sposato e fedifrago, da bambino raduna seguaci e da giovane fonda una setta, ma presto viene eliminato dalla moglie, la Professoressa Virginia, la cui furia omicida è il secondo motore della vicenda. La setta viene rifondata dalla moglie stessa e dal Pedagogo Boris sulla base di nuovi e più intransigenti principi educativi, salvo ammettere la pedofilia, ma sarà la lotta per la supremazia a impegnare i due fino all’ultima pagina. Del Poeta Cieco rimarranno gli scritti, interpretati e divulgati ossessivamente.

In queste poche righe è riassunta la parabola di Poeta Cieco di Mario Bellatin (Edizioni Arcoiris, 2022, per la collana Gli Eccentrici curata da Loris Tassi, traduzione di Raul Schenardi, arricchito da una necessaria postfazione di Federica Arnoldi).
Poeta Cieco
Tre personaggi femminili inchiodati a una singola caratteristica fisica (i capelli tinti, un grosso neo sulla spalla, tre piccoli nei su un dito) e due personaggi maschili a cui non è concessa neppure quella; nessuna introspezione psicologica; nessun rapporto degli adepti con la società esterna e scarsissime relazioni fra i seguaci stessi; gli unici momenti di incontro, carichi di erotismo derivante dalla prolungata astinenza e dalla nudità dei corpi, organizzati solo per mettere alla prova l’aderenza al principio di castità della setta, setta che impiega tutte le energie nell’educazione dei seguaci o nella loro eliminazione, due cose che sembrano in ogni caso coincidere: un racconto così scarno richiede al lettore uno sforzo di interpretazione, ma nello stesso tempo lo incoraggia.

In un saggio intitolato Uccisione del padre o sacrificio della sessualità? (Arcanes, 1996) Maurice Godelier, antropologo francese, cerca di dimostrare come non sia l’uccisione del padre, nel senso inteso da Freud, il principio fondante della società, ma la rinuncia alla sessualità, rinuncia necessaria nel momento in cui la femmina della specie homo perde l’estro, e il desiderio sessuale si dilata prima e dopo il periodo fertile, svincolandosi dalla funzione riproduttiva. Secondo Godelier, questa mutazione naturale, involontaria, occorsa a una specie già sociale, avrebbe sconvolto gli equilibri della comunità, essendo il sesso per sua natura antisociale, se non fosse stata arginata tramite un intervento culturale, volontario, destinato a limitare la libertà sessuale di ciascuno.

Nel lungo racconto, l’uccisione del padre è certamente un leitmotiv: i veri genitori del Poeta Cieco sono sconosciuti; i suoi genitori adottivi verranno trovati morti a letto, forse assassinati, forse dalla Professoressa Virginia; il Poeta Cieco, padre della setta: assassinato; il Pedagogo Boris, seconda figura maschile in termini di importanza: assassinato; il padre della Straniera Anna: scomparso.

Quello che nella teoria di Freud è un sistema per arginare e redistribuire il potere del capo, qui viene messo in scena con una semplice variazione: ad assumere il ruolo di leader sarà una donna, la Professoressa Virginia. Il meccanismo però non sembra avere la forza di fondare una nuova società, quanto piuttosto di cannibalizzarla.

Lasciandosi ispirare dall’ipotesi di Godelier sulla limitazione della sessualità autoimposta dalla specie homo per salvaguardare la comunità, invece, si può vedere nella regola del Celibato Obbligatorio la base della vita sociale, all’interno della setta: “…tutti dovevano riunirsi nel salone dei bagni turchi, dove erano soliti incontrarsi. […] Il Poeta cieco aveva l’abitudine di usare il salone una volta al mese. Cercava in quelle occasioni di mettere alla prova i princìpi del Celibato Obbligatorio. L’idea fondamentale era che soltanto in una situazione limite si poteva verificare la reale adesione a quel precetto” (p. 20).

Il desiderio, mai consumato, fra il Pedagogo Boris e la Straniera Anna, sembra essere l’unica ragione di una relazione che li accompagnerà lungo tutte le pagine del racconto. “Il Pedagogo Boris spinse, dolcemente, la Straniera Anna all’interno di una delle docce. Non era la prima volta che si vedevano. I due avevano una lunga relazione, durante la quale non avevano mai avuto l’opportunità di parlare o di toccare i loro corpi” (p. 23).

L’applicazione ferrea di questa regola porta però a conseguenze terribili e grottesche. “Il grosso gatto rosso era impalato sulla scopa che il ragazzo della casa usava per fare le pulizie. […] Mentre si avviava in strada, [il Pedagogo Boris, ndr.] trovò un pezzo di carta attaccato alla parete della cucina. Si trattava di un messaggio, nel quale si affermava che le abitudini sessuali del gatto erano simili a quelle del Poeta Cieco” (p. 30).

I membri della setta si rendono conto della necessità di dare sfogo alle pulsioni sessuali, ed è curioso osservare che verrà infranto proprio quello che per Godelier è il fondamentale tabù della nostra società. È sui minorenni, sostiene Godelier, che il sacrificio della sessualità si applica in prima battuta “regolamentando i rapporti sessuali fra individui di generazioni diverse, interdicendo in particolare i rapporti sessuali fra individui membri di quelle unità familiari e imponendo quella che fu chiamata «proibizione dell’incesto»” (Uccisione del padre o sacrificio della sessualità?, p. 13 della versione pdf consultabile on-line).
Nella Nuova Organizzazione, invece, saranno proprio i minorenni l’unica eccezione ammessa al Celibato Obbligatorio. “… i minorenni non dovevano ubbidire a quell’ordine. Si spingevano ancora più in là, infatti, se un adulto commetteva l’atto carnale con un minorenne non trasgrediva il proprio voto di castità” (p. 47).

Come a dire che le stesse norme che danno senso e ordine alla nostra società possono, per semplice eccesso di zelo, sfociare nel settarismo e da qui nel terrore. Come a dire che quel mondo chiuso, ottuso, in cui le pulsioni naturali sono considerate minacce, in cui valgono regole arbitrarie e domina la violenza descritto in Poeta Cieco potrebbe essere una condizione ancestrale, contemporanea e futura anche del nostro.

 
 
(Giovanni Locatelli)
 
 

Le regole di questi mondi – Deriva

 
 
 
 

“L’importante è non aprire: non per legge ma per buon senso. A ogni apertura qualcosa penetra dall’altra parte: un cassetto è un pericolo, l’anta di un armadio un pericolo maggiore, la finestra il terrore, la porta di casa fa perdere la testa al solo pensarla dischiusa” (Le regole di questi mondi, p. 19).
 
Le regole di questi mondiNon aprire: è questo il precetto più dirompente che si può trarre dal nuovo libro di Carlo Sperduti (Pièdimosca edizioni, 2022). Nel racconto La situazione attuale non si dice ciò che potrebbe entrare dallo spiraglio – in altri racconti sarà la luce, un assassino con un barattolo, un drago – ma qui la minaccia resta ignota e il pensiero allora va al lavoro precedente dello stesso Sperduti intitolato Deriva (Pièdimosca edizioni, 2021). “Socchiusi, quindi, [la finestra, ndr.] con un coraggio non mio, […], e Sofia, calandosi dalla parete esterna su cui aveva fatto aderire il corpo, […] entrò con un unico movimento da rettile bello e preoccupante” (Deriva, p. 117).
 
Deriva e Le regole di questi mondi (Regole da qui in avanti) sono due raccolte di racconti uscite a un anno di distanza che dialogano in maniera esplicita, collegate da affinità stilistiche e da un impianto teorico comune, ma anche da intere locuzioni riportate pressoché identiche in entrambi i lavori quali, ad esempio, l’immagine di uno sciame di efelidi sulla pelle (Deriva, p. 75 e 137; Regole, p. 106) oppure la descrizione di sé stesso come di un entità diffusa (Deriva, p. 91; Regole, p. 32).
 
Viene spontaneo allora parlare di entrambi i libri nella stessa recensione, come se fossero uno l’emanazione – sequel? prequel? spin off? – dell’altro. Ma quale uno? Quale altro?
 
DerivaTre le storie raccontate in Deriva, intitolate semplicemente 1, 2 e 3.
 
1 è ambientata in un albergo destinato a un solo ospite “…anche se di tutti i colori. Chissà, forse avrò occasione di raccontarle dell’uomo che aveva solo il sesto senso, della donna che salvava il mondo tre volte al giorno […], del tizio che viveva nel milletrecentodue e la cosa le assicuro era contagiosa” (Deriva, p. 35). Gambino è un ospite-parola, così definito poiché apparso in una frase, e dialoga con Filomena, la padrona di casa, una donna-luogo pronta a ospitarlo in tutti i sensi.
 
2 racconta la difficile relazione tra un personaggio senza nome affetto da scomodissime paralisi intermittenti e Sofia, la creatura aliena già incontrata all’inizio di questa recensione, in un mondo post-apocalittico in cui è obbligatorio uscire di casa per socializzare.
 
3 è un manuale tecnico-scientifico contenente le istruzioni per operare il parto cesareo alle alture, colline e montagne, incisione necessaria a favorire la “nascita di quella che in gergo è chiamata Filomena” (Deriva, p. 100).
 
Ventotto invece i racconti della più recente raccolta, suddivisi anch’essi in tre parti: Tema della soglia, Tema del corpo dello spazio del tempo, Tema della parola.
 
Del Tema della soglia abbiamo già detto. Nella sezione Tema del corpo dello spazio del tempo troviamo , lavoro comparso a suo tempo in questa rivista come inedito, dove è il pianeta Terra, e non sono le colline di 3, a partorire una creatura, un bebè mostruoso capace di inghiottire l’intero Oceano Atlantico.
 
L’accostamento corpo/luogo è uno degli spunti più interessanti delle due opere, in grado di rompere equilibri e consuetudini, di disorientare il lettore ingenerando un senso di straniamento: “…sempre meno controllo del mio corpo di qualcun altro, muovendoci e muovendomi mi urto mi uso ho continui dolori ai fornelli, ai piedi, alle pareti e agli interruttori, continui e più intensi; una sensazione di tubature come ossa e di me come?” (Regole, p. 32) dice il protagonista di Uscire dentro, mentre Filomena si lamenta di un problema simile: “…se cadevo mentre l’effetto del farmaco andava scemando il dolore era doppio: quello del mio corpo a terra, quello della mia terra a corpo: ci cadevamo incontro” (Deriva, p. 103).
 
Il desiderio dei personaggi, che è anche un destino, di entrare a far parte del paesaggio non può però essere realizzato senza il tramite delle parole e la consapevolezza che anche le parole sono luoghi. “…un luogo è anche una persona, voglio dire che una persona è anche un luogo, io sono un luogo, un linguaggio è di sicuro un luogo e viceversa, […] e le singole parole? Pure le parole” (Deriva, p. 106).
 
Al tema della parola è dedicata la terza parte delle Regole. L’universo di Sperduti non è composto da atomi letterari necessariamente comprensibili: si percepisce l’esistenza di regole, ma parafrasando il famoso principio di indeterminazione di Heisenberg, meglio si conoscono le regole, peggio se ne potranno comprendere le cause o gli effetti. “…la porta sarà chiusa, io al buio e lei di là oltre il rettangolo di luce, quando non potrò più alzarmi a controllare la mia Anna di Schroedinger e io non sarò più in alcun modo se non diffuso” (Regole, p.32).
 
(altro…)

Uccidendo nani a bastonate

 
 
 
 

Due personaggi discutono per decidere come intitolare una raccolta di racconti da inviare a un concorso. “«Vediamo, che ne pensa di questo: Rompendo pianoforti a legnate?» «Troppo aggressivo» «E A forza di calci?» «Mi piace, ma è sempre un po’ sconcertante»” (p. 142).
 
Il titolo scelto sarà Uccidendo nani a bastonate e a quel punto il dibattito fra i due cambierà tenore. “«A sua volta, il racconto di chiusura conterrà le nostre discussioni sulla ricerca del titolo» «Benissimo. E il racconto si concluderà quando lei troverà il titolo che figura davvero sulla copertina del libro. Sarebbe come l’eterno ritorno, come tornare a cominciare»” (p. 149).
 
Uccidendo nani a bastonateNe deriva che Uccidendo nani a bastonate di Alberto Laiseca (Edizioni Arcoiris, 2016, traduzione di Loris Tassi e Lorenza di Lella) è un libro che cita sé stesso.
 
Bertrand Russell, filosofo e matematico, ci ha svelato che i libri autoreferenziali sono inclusi in un catalogo immaginario esente da contraddizioni. Discorso completamente diverso per il catalogo dei libri che non citano sé stessi: deve includere sé stesso? Se non lo fa, dovrebbe. Ma se lo fa, non dovrebbe. In ogni caso si contraddice.
 
Stiamo divagando, ma, come avrete capito, Uccidendo nani a bastonate è ricco di digressioni, di calcoli matematici, di speculazioni filosofiche. “Dopo aver analizzato e discusso il titolo migliore, Crk e Moyaresmio discutono di come concluderanno la discussione, e poi analizzano l’analizzato e discutono il discusso per trovare il finale del finale, e poi il finale del finale del finale, così via fino ad arrivare all’infinitesimale, dando luogo a un epilogo astratto, incentrato sulla lingua e sull’analisi dell’ultima parola e dell’ultima lettera” (p. 150).
 
Oltre a soddisfare i criteri logici di Bertrand Russell, Uccidendo nani a bastonate piacerebbe ad Anthony Burgess perché i personaggi sono ultraviolenti, sadici e perversi. Il primo racconto parla di un’anziana torturata per aver urtato un cadì sull’autobus: “Allora avevano cercato di indurla a riflettere con un monologo contrappuntistico di aculei”, “Per ordine del cadì le passarono dei rulli ardenti sul culo e sulla schiena”, “Allora decisero che le avrebbero trasformato le tibie in flauti” (pp. 20-1).
 
Per lo stesso motivo piacerebbe a William Burroughs, anche perché la Tecnocrazia occidentale dove sono ambientati gran parte degli episodi, con la sua capitale Controllo e il suo Despota Illuminato chiamato Benefattore, assomiglia alla Terra Libera del Pasto Nudo.
 
La raccolta lusingherebbe Jules Verne che è citato per ben due volte, entrambe apparentemente a sproposito e soprattutto riuscirebbe a convincere chiunque ritenga insoddisfacente il nostro modo, lineare o circolare che sia, di descrivere il tempo.
 
Laiseca infatti opera in due maniere distinte per mettere in discussione il concetto di tempo.
 
In primis non prende in considerazione il progresso tecnologico nel suo sviluppo storico:
– stando a La gran caduta dell’immonda vecchia, nell’anno 200 dell’Egira già esistevano gli autobus e la saldatura ossidrica;
– in una realtà palesemente postapocalittica, anziché imprecare, ci si sfoga con esclamazioni bonapartiste: “Corpo di mille galeoni e valchirie con la spada” (p. 142);
– ne La maledizione del clavicordo, Tutankhamon e Čajkovskij si fondono in un unico personaggio: Tutančajkovskij e Wagner, durante gli anni del suo regno, si fa costruire una piramide egizia alta duemila metri;
– uno degli alchimisti del bey della Turchia di Gradinata di gioielli conosce l’uso dell’elettricità e delle cellule fotoelettriche, nonché dei sistemi antincendio, scoperte che il bey sfrutterà per imprigionare, una dopo l’altra, le sue sette mogli.
 
In seconda battuta, all’interno della metanarrazione di Uccidendo nani a bastonate, tutto avviene nello stesso momento. Contemporaneamente i racconti vengono:
– scritti dall’autore: “Proprio in quel momento le forze della tecnocrazia mandate dal Controllore sferrarono l’attacco congiunto, interrompendo la discussione […] E così non ho potuto scoprire come andava a finire l’analisi di guerra di Josè Garbanzo” (p. 103);
– stampati dal tipografo: “Come le dicevo, Gòmez, errori tipografici che potevano essere perdonati nella versione mohicana, sono intollerabili quando traduciamo in spagnolo. Siamo seri, Gòmez. Sono uno scrittore importantissimo” (p. 99);
– commentati dai personaggi: “È fuori luogo, ma devo dirlo se non voglio scoppiare. Mentre limo il prologo di questo romanzo storico, non posso fare a meno di guardare sulla mia scrivania il volume delle memorie di Metatarso Grullo Periquete […] poi trasformato in salsicciotti per ordine dei giudici, tra i quali ebbi l’onore di figurare” (p. 93).
 
L’istante che riassume ogni fase della narrazione è naturalmente anche quello in cui il lettore è impegnato nella lettura. Si genera un cortocircuito. Immaginiamo che qualcuno dei personaggi di Laiseca desideri sfruttare questo cortocircuito per provocare un’elettrocuzione: su di sé, su di un altro personaggio, sull’autore, sul lettore. D’altronde “La vita è dura. Meno male che ognuno ha i suoi masochismi per distrarsi” (p. 52).
 
L’importante è che ciascuno sia in grado di fare i dovuti distinguo. “Devo avvertirla: quello che le riferirò è un racconto solo in parte. Con la chiaroveggenza che la contraddistingue, non dubito che riuscirà a scoprire la verità attraverso il dislocamento delle esagerazioni” (p. 34).

 
 
(Giovanni Locatelli)
 
 

Il libro della volpe

 
 
 
 

Un romanzo senza inizio né fine, senza copertina, senza numero alle pagine e senza paragrafi, rilegato con una spirale che permette a ciascun foglio di essere il primo o l’ultimo indifferentemente, racchiuso in una scatola, indispensabile supporto su cui stampare titolo, autore e logo della casa editrice: così si presenta “Il libro della volpe” di Enrico Ferratini (Pièdimosca Edizioni, 2021).
 
Un libro di storie che si susseguono intrecciandosi, sfumando l’una nell’altra, in cui ogni pagina può essere scelta per iniziare l’avventura o, completato un numero di giri a piacere, per terminarla. C’è un narratore chiuso in cella, poi (prima?) catturato dalle streghe, c’è un messaggio segreto che emerge dagli abissi, una volta sotto forma di pesce nero, l’altra di bottiglia, c’è un papiro da decifrare, c’è una volpe in difficoltà e un coyote che è disposto ad aiutarla, c’è un fabbricante di chiavi, l’unico a lavorare in un giorno di festa, c’è un ciabattino che “sa benissimo cos’è la felicità, conosce la via per arrivarvi e sa pure che è a un palmo dal suo naso, ma per qualche motivo non potrà imboccarla mai” (senza numero di pagina, così come le altre citazioni).Il libro della volpe

Una scelta originale che, unita a un’atmosfera misteriosa e magica in cui umani, streghe e animali parlanti interagiscono, produce un effetto molto simile all’andamento delle fiabe raccontate dai genitori ai bambini, in cui il punto di inizio può cambiare ogni sera e la fine sfuma nei sogni. “Con la notte, vedrai, arriverà anche il sonno, e nel sonno sarai perdonato, perché il sonno ha pietà di tutti, anche di chi giace nei crepacci dell’inferno”.
 
Quello che stiamo leggendo è quindi solo un lungo resoconto onirico?
 
Oppure è un libro circolare i cui protagonisti sono condannati a ripetere all’infinito gli stessi gesti: l’ipnotista continuerà ad annotare le parole contenute nella bottiglia nascosta nel vascello sprofondato nell’inconscio del paziente senza comprenderle; i due bambini a perdersi e ritrovarsi nel bosco, senza essere catturati dalle streghe come succede invece al narratore; il principe a ordinare al mago di procurargli l’elisir di lunga vita e a ottenerlo da una donna che nasconde la propria identità reggendo un ritratto davanti al volto.
 
Pare ci sia un antefatto, una colpa terribile che esclude la volpe dal consesso animale costringendola a raggiungere il mare per convincere il Leviatano a raccontarle le 300 storie che, imparate a memoria e raccontate dapprima al coyote e poi, ci si immagina, a tutti, le permetteranno di redimere la colpa. Proprio questo precedente suggerisce di sostituire l’ipotesi di circolarità con una nuova interpretazione: forse il libro descrive un istante immobile, tutto accade contemporaneamente e i concetti di inizio e fine devono essere abbandonati. L’eterno presente reca del passato solo un’ombra, ma un’ombra che lo sovrasta: “…si cela il fantasma di un passato che è più forte del presente, perché ogni oggetto, ogni luogo contiene sempre in sé il fantasma di ciò che è stato nel momento in cui [quel luogo, ndr] era più forte e vivo”.
 
Allora forse l’antefatto nemmeno esiste, e la colpa della volpe consiste proprio nel non avere forza sufficiente per raccontare le 300 storie trasmesse dal Leviatano. “«No, devi andare avanti», risponde il coyote, «è la tua salvezza, lo sai, se non finisci di raccontare le 300 storie sarò costretto a cacciarti via da qui perché, non dimenticarlo, tu sei maledetta, sei un’esiliata.» «Concedimi una pausa, una pausa sola, ho tanto bisogno di dormire.»”. Di nuovo un accenno al sonno. E poi più avanti (o più indietro): “No, non è la logica che ci può aiutare in questo caso, è nei sogni, nei vaticini che dobbiamo cercare la risposta”. Il che ci riporta alla prima interpretazione. Suggeriamo di rileggere la recensione.
 
Un libro sul potere salvifico delle storie, ma senza lieto fine. Anzi senza fine.

 
 
(Giovanni Locatelli)
 
 

Nina sull’argine

 
 
 
 

Dice la scienza delle costruzioni che i materiali possono deformarsi in modo elastico, quando al termine della sollecitazione il campione ritorna alla forma originale, o in modo plastico, quando la sollecitazione lo modifica in maniera permanente. La tesi sviluppata da Veronica Galletta nel suo secondo romanzo, Nina sull’argine (Minimum Fax, 2021), è che un sistema complesso, quale può essere l’argine di un fiume, appunto, ma anche una persona, una coppia, una comunità, possa deformarsi solo in maniera plastica.
 
Nina sull'argine“Il ponte non tornerà nella posizione originaria dopo questa prima prova. C’è una quota parte di deformazione plastica, un assestamento degli isolatori sismici prevista da progetto. Anche per lei è cosi, pensa Caterina, sembra tutto uguale, il caldo, gli uomini in cantiere, perfino le zanzare, ma c’è una parte di deformazione residua che non torna a posto. Un’ isteresi nelle loro vite, che si manterrà anche quando il carico verrà disapplicato. Forse è questo, crescere: capire che i fenomeni non sono reversibili, che ogni traccia lascia un’impronta” (p. 212). E più avanti: “Comprendere che le sagome delle persone cambiano, nel tempo e nella percezione che abbiamo di loro. Lei stessa, è diversa, trasformata, tirata, allungata, deformata dagli eventi, dai giorni e dalle notti dell’ultimo anno trascorso” (p. 214).
 
Questa la riflessione conclusiva di Caterina, giovane ingegnere civile – “Buongiorno, signora. Ingegnere. Signora mi sembrava più gentile. Non siamo qui per scambiarci gentilezze. […] Preferisce ingegnera? […] Ingegnere e basta mi va bene, non pretendo tanto.” (pp. 12-3) – che si ritrova a dirigere il cantiere per la costruzione di un argine e di un ponte e ad affrontare l’ostilità di alcuni residenti contrari alla grande opera, le invidie dei colleghi, i pregiudizi di genere in un ambiente tipicamente maschile, i suoi stessi dubbi per una responsabilità che non sembra supportata dall’esperienza. “Caterina vive sempre questo doppio sentimento. Da una parte la voglia di mettersi di traverso, in un mondo in cui non sa mai bene come collocarsi. Poco esperta, eccessivamente qualificata, ha studiato troppo, e le cose sbagliate. Dall’altra la voglia di ritirarsi, di nascondersi. Come se ci fossero sempre due Caterina. Una parla e l’altra la prega di stare zitta” (p. 46).
 
La doppia personalità della protagonista ne mette in risalto la solitudine, aggravata dalla perdita di Pietro, il grande amore scappato senza dare spiegazioni. “È stato faticoso aprire la scatola di cartone e trovarci dentro il pigiama di Pietro. L’ha appoggiato a terra, accanto al comodino, per tutta la notte. Lo ha guardato spesso, girandosi nel sonno, chiedendosi se fosse pulito o sporco. Se potesse, portandoselo al naso, sentire ancora il suo odore. Chiude gli occhi, li riapre. Non ha voglia di vederselo comparire anche qua, in mezzo al fiume, stamattina. Del resto a casa non si è più fatto vedere” (p. 33).
 
Unica compagnia, il fantasma di un operaio morto sul lavoro anni prima, fantasma capace di consigli indispensabili per l’avanzamento del cantiere: “Il lavoro di chi monta le difese di sponda è molto delicato. Ci vuole talento per capire qual è il masso giusto, e delicatezza nel girarlo. Ci vuole un occhio tridimensionale” (p. 99), ma reticente quando si tratta di parlare della propria storia. “Caterina risale in macchina, accende il motore. Sono tutti uguali. Gli chiedi una cosa e ne rispondono un’altra. Gli fai una gentilezza e si ritraggono” (p. 101).
 
La piena, minaccia incombente e ricordo dei danni causati l’anno precedente, potrebbe di nuovo cancellare strade e paesi: Caterina, da un lato sente la necessità di arginare il pericolo e i suoi effetti negativi, ma dall’altro attende che il tempo, come il fiume grosso, porti via gli scatoloni e i ricordi di Pietro. “Nell’incedere impietoso delle stagioni, ora che è di nuovo estate, il ricordo dell’anno precedente comincia a bruciarle addosso. Adesso che si avvicina il giorno in cui l’anno prima ha avviato i lavori, ricomincia ad affiorare Pietro” (p. 205).
 
Il lavoro, la solitudine e la natura, questo racconta Nina sull’argine, senza conclusioni che consolano, senza nuovi amori o promozioni e scatti di carriera, in un’atmosfera di attesa e fatalismo che, almeno a parere di chi vi scrive, trova una perfetta corrispondenza in questa poesia di Cesare Viviani.

 

Osare dire

Com’è, come sarà
vivere senza ricevere aiuto,
senza favori, protezioni,
senza materne associazioni,
anche quando la febbre sale,
anche quando il fiume straripa
e travolge il riparo, orto e baracca.
Sarà come vive il resto della natura,
vicino ai predatori e senza paura.

 
 
(Giovanni Locatelli)