Giovanna Piazza

Lettere a Merline

 
 
 

Bisogna accettare di non sapere cos’è la vita, esattamente, per dedicarsi all’arte, alla scrittura.

Bisogna accettare di non sapere dov’è la vita esattamente.

Bisogna allontanarsi da tutto, dalle occupazioni, dagli impegni, dalle abitudini, senza rimuoverne l’esistenza. Bisogna accettare tutto, amare ogni cosa.

È necessaria una dedizione senza volontà, una tenacia priva di desideriolettere a merline di affermazione, un’ostinazione libera dai motivi e dagli scopi.

Bisogna ogni volta iniziare, impossibile continuare.

Bisogna rinunciare alle distinzioni, alle gerarchie, alle scelte, che fanno possibile la vita. Tutto è uguale di fronte all’arte: l’amore, gli affari, i sentimenti, gli obblighi. Tutto è altro.

Non si può pretendere la compagnia dei più cari, dei più capaci, dei più meritevoli. Bisogna lasciare gli equipaggi e, al contempo, non cercare l’eroismo, la santità, l’orgoglio della solitudine.

È necessario non essere al sicuro, non cercare protezione.

Bisogna nascondersi e ammettere che si può essere trovati, dimenticati.

Bisogna conoscere gli strumenti, le tecniche, la materia, la lingua, con rigore e costanza maniacali.

Bisogna accettare di non sapere dov’è l’arte, esattamente, di non sapere che cos’è.

 
 

(ispirato a Rainer Maria Rilke, Lettere a Merline, prefazione di Enzo Restagno, traduzione di Francesco Bruno, Archinto, Milano, 2015)

 
 
 

La vita, la scrittura

 
 
 

a C., che mi parlò di Vite di uomini non illustri

 
 

La vita degli uomini è un fatto piccolo.

Anche la scrittura è una cosa piccola.

La vita inizia e finisce. Così la scrittura.

Sogno dello scrittore di scrivere all’infinito, senza interruzione.

Sogno dello scrittore di scrivere interruzioni, movimenti, ritmi, all’infinito.

Sogno di coincidere, di continuare, di costruire, di creare, sogno della grandezza, della totalità, della completezza, del nome. Nella vita e nella scrittura.

Ma la vita degli uomini gira attorno a un vuoto smisurato, a un’oscurità invisibile che non si può prendere eppure si può fronteggiare solo con il corpo. E il corpo della scrittura che guarda quel vuoto, senza distrarsi né concentrarsi, dice la vita, soltanto la vita.

Non si può dire che la vita, cose piccole, finite e incomplete.

Indicibile è il vuoto in cui si spegne la vita, la scrittura.

Ma guai a pensare il vuoto alla fine della vita, come un luogo in cui tornare, magari enorme, pieno di azioni buone, di frasi emozionanti. Guai a consolarsi con il vuoto.

Bisogna non legarsi al vuoto, bisogna abbandonarsi al vuoto, al vuoto della vita, della scrittura.

Uguali divengono l’ordinario e lo straordinario, il dentro e il fuori, l’alto e il basso, il maschio e la femmina, il giovane e il vecchio, la parola e il silenzio, quando si cede al vuoto, quando si smette l’io.

Impossibile distinguere il piccolo dal grande, quando si vive l’altro, quando si scrive l’altro in un corpo che non si ripeterà mai più.

 
 

(liberamente ispirato a Giuseppe Pontiggia, Vite di uomini non illustri, Mondadori, Milano, 1999)

 
 

Illustrazione originale di G. C. Cuevas.

 
 
 

La vittima

 
 
 

“La vittima è l’eroe del nostro tempo”, scrive Daniele Giglioli in Critica della vittima. Un esperimento con l’etica (nottempo, Roma, 2014, p. 9).

La vittima è il luogo sicuro dell’identità indiscutibile.

La vittima crea identificazione e divisioni chiare, puro e impuro.

La vittima subisce.

La vittima non agisce (che cosa ci posso fare io), piuttosto re-agisce (che cosa mi hanno spinto a fare, gli altri).

Alexej_von_Jawlensky_Grosse_Meditation_1936Non si può criticare la vittima, perché la vittima racconta una storia, testimonia, non critica, non dialoga, incarna la parte giusta.

La vittima si difende.

La vittima non ha un corpo.

Il corpo della vittima è di tutti, tutti ne possono mangiare.

La vittima, come il santo, è un assoluto.

La vittima fa di un torto subito un’occasione di potere.

Nella vittima il male non ha fine.

La vittima è sempre innocente.

La vera vittima, invece, è muta, non è un simbolo né un mito né un inizio.

 
 

(a partire dalla lettura di: Daniele Giglioli, Critica della vittima. Un esperimento con l’etica, nottetempo, Roma, 2014; Stato di minorità, Laterza, Bari, 2015)

 
 

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Scrivere

 
 
 

Bisognerebbe scrivere solo cose vere.

La verità non è contrapposta all’immagine, alla metafora, ma all’artificio, alla distrazione, al bisogno di conferme, di approvazione, a ciò che vive fuori dalla necessità.

Jawlensky_SakharoffBisognerebbe scrivere concentrandosi soltanto sulle proprie ossessioni, sul proprio dolore e sulla propria gioia, liberandoli di tutto ciò che c’è di personale, di individuale, di consolante.

Bisognerebbe scrivere guardando al fuoco, alla luce, alla bestia, all’animale, senza immaginare assedi, vittime, violenze, salvezze.

Bisognerebbe non scrivere ciò che ci riguarda e ci interessa.

Bisognerebbe scrivere dell’altro in noi.

Quando si scrive, bisognerebbe ascoltare, non pensare, pesare, misurare.

Bisognerebbe scrivere senza la volontà di cercare né di trovare e senza desiderio di liberazione.

Bisognerebbe leggere soltanto poche cose – scegliere, delimitare, smettere l’onnipotenza del voler conoscere – fino a saperle a memoria, senza giudicare il poco migliore del molto.

Bisognerebbe leggere tutto con la medesima attenzione, accettando che ogni cosa è esattamente uguale all’altra.

Bisognerebbe distinguere ciascun altro tra gli altri e pensare a se stessi soltanto come mobili somiglianze, prive di centri, nuclei, proprietà.

Bisognerebbe separare la scrittura dalla vita.

Bisognerebbe non separare mai la scrittura dalla vita.

Bisognerebbe scrivere con esattezza, senza ricorrere alle leggi, alle tattiche, alle strategie, agli espedienti, ai trucchi, alla morale.

Bisognerebbe soltanto ricopiare.
 
 
 

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Lettere a Ludovica

 
 
 

La scrittura è un movimento verso l’altro.

Non ci si può preoccupare di aver salvi se stessi quando si va verso l’altro.

L’altro è un’ombra che non si può prendere, i cui gesti sono sfuggenti, le risposte non visibili prima. Cercare di immaginare l’altro è tattica, calcolo. L’altro è un corpo che non ha somiglianze.

Ogni movimento è una perdita di sé, è un fare che non si cura del risultato, cioè del compenso.

Ogni movimento ha un ritmo preciso che tenta di eccedere, di farsi subito suono, perché dare è anche dissipare.

Ogni movimento è tempo.

La scrittura verso l’altro è insieme stratificarsi di tempo e istante, ma non è prestazione, è lettera.

L’altro è il vuoto dentro il quale tentiamo di sistemarci, immaginandolo come una cavità, per poterlo tenere nella mente.

L’altro è l’assente che limita.

lettere a ludovicaAll’altro si portano l’ironia e l’irriverenza che nascondono un grande dolore (Cesare Pavese), l’analisi e il disquisire, le idee (Felice Balbo), la dimensione quotidiana e i consigli, l’affetto e la tenerezza della madre (Natalia Ginzburg).

“Caro chiodino, qui tutti Le vogliono bene e desiderano conoscere quello che chiamano «il Suo mistero». Sia buona e ce lo venga a raccontare” (Cesare Pavese, Felice Balbo, Natalia Ginzburg, Lettere a Ludovica, a cura di Carlo Ginzburg, Archinto, Milano, 2008, p. 25. Nella sezione Lettere di Cesare Pavese).

“Chissà se un giorno o l’altro riuscirò a capire come è fatta la tua testa”; “Tanto più che non so a che punto sei tu, cosa pensi, cosa temi, cosa desideri. Mi dici frasi sibilline come quelle sul «buio assoluto», che non so in che senso prendere” (Ivi, p. 51; p. 55. Nella sezione Lettere di Felice Balbo).

“Che vita fai? Continui a essere pallida?”; “Sei sempre così chic? Sei sempre piena di orchidee e raffinatezze?” (Ivi, p. 66; p. 68. Nella sezione Lettere di Natalia Ginzburg).

L’altro non corrisponde.