Giangiacomo Feltrinelli Editore

Clarice Lispector – Tutti i racconti

 
 
 
 

La crudele necessità di amare, “la malignità del nostro desiderio di essere felici” (p. 154), la fame di esperienze che ci spinge verso il mondo, ma con repulsione e poi pretendere così tanto dalla vita da diventare immorali. “Cosa sto dicendo? Sto dicendo amore. E sul bordo dell’amore ci siamo noi” (p. 425): queste poche righe sono solo un assaggio della dolorosa, misteriosa sensibilità di Clarice Lispector, sviluppata negli ottantatré lavori che compongono Tutti i racconti (Feltrinelli, 2021, traduzione di Adelina Aletti e Roberto Francavilla).
 
Protagoniste dei racconti sono per lo più donne in bilico sul limitare dell’oscurità che “la mancanza di senso lasciava così libere da non saper dove andare” (p. 114), con “quella voglia di sentirsi male per far diventare più profonda la dolcezza con un benessere perverso” (p. 107) e il cui cuore “si era riempito della peggiore voglia di vivere” (p. 117). Donne il cui impegno a domare la vita a volte viene premiato con la consapevolezza di essere più forti del proprio compagno, più intelligenti, più crudeli. Altre, complice una qualsiasi interferenza della routine, magari la sola apparizione di un cieco alla fermata del tram come nel racconto Amore, in cui il medesimo sforzo viene messo in discussione e si rivela fallimentare. “Non c’era scampo. L’involucro dei giorni che lei aveva costruito si era incrinato e l’acqua fuoriusciva. […] Il fatto è che quello che sentiva non era pietà, o non era soltanto pietà: il suo cuore si era riempito della peggiore voglia di vivere” (p. 117).
 
Clarice LispectorOppure, protagonista è sempre e solo Clarice Lispector della quale, in virtù dell’ordine cronologico di apparizione dei racconti, seguiamo la maturazione stilistica e umana. Subito, lo slancio giovanile per la conquista dell’emancipazione dalle norme sociali e dai canoni letterari in voga: “Di che materia sono fatta dove si allacciano ma non si fondono gli elementi e la base di mille altre vite? Ero stata modellata in tante statue, ma non mi ero mai resa immobile” (p. 41).
 
Quindi la consapevolezza di sé, del proprio corpo: di fronte allo specchio, la protagonista di Sogno ed ebbrezza di una giovane, ancora dolcemente ubriaca, mentre rivive la serata precedente, sente il fisico espandersi: “E non appena ebbe socchiuso gli occhi un po’ offuscati, ogni cosa divenne di carne, l’estremità del letto era di carne, la finestra di carne, il vestito di suo marito buttato sulla seggiola era di carne, e ogni cosa doleva quasi. E lei era sempre più grande, vacillante, turgida, gigantesca” (p. 108).
 
La maternità, sempre presente in potenza, giunge nella vita e si propaga nei racconti, descritta con correlativi oggettivi quali una scimmietta, un pulcino regalato, la gallina, l’uovo. “L’uovo è l’anima della gallina. La gallina goffa. L’uovo sicuro. La gallina spaventata. L’uovo sicuro. […] Io ti amo, uovo. Io ti amo come una cosa che non sa nemmeno di amare un’altra cosa. –Non lo tocco. È l’aura delle mie dita che vede l’uovo. Non lo tocco” (p. 247).
Frutto della maternità è un figlio che imparerà presto a fare “quel trucchetto dell’essere amato, che grandissima magia piangere per avere in cambio: la madre” (p. 347).
 
Ogni figlio è Gesù, sopporterà il proprio calvario: “Nacque Emmanuel. […] Era un bambino forte e bello che lanciò un grido nell’aria. […] Non si sa se a quel bambino toccò o meno una via crucis. Tocca a tutti” (p. 462). E se Maria das Dores, nel racconto Via Crucis, partorisce Emmanuel pur essendo vergine, l’io narrante di L’uomo che comparve, palese alter ego dell’autrice, vorrebbe essere madre del poeta Claudio Brito, incontrato per caso, ubriaco e fallito, in un negozio di alimentari. “Questo accadde ieri, sabato. Oggi è domenica, 12 di maggio, Festa della Mamma. Come posso essere madre di quest’uomo?, mi chiedo e non c’è risposta” (p. 467).
 
Il percorso di crescita sembra concludersi col racconto Visione dello splendore – Brasilia, ultimo fra quelli pubblicati in vita, in cui l’autrice, descrivendo la capitale attraverso circa 240 attributi, paragoni e metafore – “Brasilia è proteina pura. L’ho detto o no che Brasilia è un campo da tennis? Ecco, Brasilia è sangue su di un campo da tennis”, “Brasilia è un futuro che è accaduto nel passato”, “Ci sono momenti in cui Brasilia è un capello nella minestra” (pp. 509-10) – compone anche il proprio autoritratto: “Vi ricordate che ho parlato di un campo da tennis con il sangue? Ecco, il sangue era il mio, scarlatto, i coaguli erano i miei” (p. 514), “Sono così indecisa. Brasilia è decisione. Brasilia è uomo: e io, così donna” (p. 521), “Ma non voglio che mi comprendiate, altrimenti perdo la mia sacra intimità” (p. 511), “Non ho permesso che i giornalisti sapessero tutto. Ma adesso è l’ora della verità” (p. 515).
 
In effetti, Clarice Lispector concede un’unica intervista televisiva in tutta la sua vita, il 1 febbraio del 1977, anno della sua morte, e alla domanda del giornalista “A suo modo di vedere qual è oggi il ruolo dello scrittore?”, Lispector risponde: “Parlare il meno possibile.”

 
 
(Giovanni Locatelli)
 
 

Quattro novelle sulle apparenze

 
 
 

Apparso per la prima volta nel 1987 presso l’editore Feltrinelli e ripubblicato nel 2016 per i tipi di Quodlibet, il volume raccoglie quattro mirabili racconti di Gianni Celati.

Baratto è la storia di un insegnante di ginnastica che d’un tratto decide di non parlare più, scegliendo un bizzarro mutismo che procura scompiglio e sbalordimento tra chi si imbatte in lui.

quattronovellecelati“Qualcuno avanza questa ipotesi: «Bah, si sarà stancato di dover sempre parlare e rispondere alla gente. È una bella seccatura, se ci pensate bene, dover sempre rispondere quando ti parlano. E invece bisogna sempre rispondere. Io, per me, Baratto l’ammiro»”, p. 21; “Nel cortile della scuola il preside s’è fermato a guardare delle gazze che si levano in volo da un albero, e intanto così ragiona tra sé: «È uno che non si dà pensieri, né pensiero per i pensieri degli altri su di lui. Vuoi vedere che quell’individuo l’ha toccato la grazia?»”, p. 31.

Condizioni di luce sulla via Emilia vede invece protagonista “il dipintore d’insegne Emanuele Menini” (p. 51), dedito a studiare il paesaggio e la luce che caratterizzano nelle diverse stagioni la storica strada dove egli ha a lungo abitato. Il narratore e l’amico Luciano Capelli sono testimoni delle sue ricerche e delle sue intuizioni, su tutte l’osservazione dell’immobilità.

“Un giorno ha detto a Luciano: «I corpi nella luce sentono il loro isolamento, e vorrebbero scappare via come lepri. […] tu prova a guardare l’orizzonte, e poi dimmi se col tremore addosso uno può pensare all’orizzonte e aver voglia di vivere in sua compagnia. Impossibile! Tu vuoi isolamento e sempre più isolamento, anche se sei isolato già un bel po’. E vuoi scappare a chiuderti da qualche parte. È la luce scoppiata che fa quello scherzo, perché ti fa correre. E tu vuoi solo cose presenti, svelte e vivaci ai tuoi occhi, altroché pensare all’orizzonte. Ma ogni cosa presente, se rimane immobile lo vedi subito cos’è. Cos’è?». Luciano non lo sapeva e Menini glielo ha detto: «Un niente nella luce, un niente che viene in luce. Per quello nessuno sopporta l’immobilità, vogliono sempre muoversi, e tutti s’infuriano se qualcosa li blocca»”, p. 69.

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Flussi e confini

 
 
 

di Gian Andrea Franchi

 
 
 
 

La vita si svolge all’interno di un confine che definisce un corpo. La vita e l’impulso alla vita esistono all’interno di un confine, il muro selettivamente permeabile che separa il milieu interno dall’ambiente esterno. L’idea di organismo è imperniata sull’esistenza di tale confine. […] Se non c’è confine non c’è corpo e, se non c’è corpo, non c’è organismo. La vita ha bisogno di un confine. Io credo che la mente e la coscienza, quando infine fecero la loro comparsa nell’evoluzione, riguardassero innanzitutto la vita e l’impulso alla vita all’interno di un confine. In grande misura è ancora così” (António Damásio, Emozione e coscienza, Adelphi, Milano, 2000, p. 170).

Questa citazione di un neurologo filosofo mi rimanda a quell’altra di Butler, su cui ho già cercato di riflettere, e che ora cerco di sviluppare ulteriormente:

Poiché non vi è un sé senza un confine, e quel confine è sempre un luogo di relazioni multiple, non vi è un sé senza le sue relazioni. Se il sé cerca di difendersi da questa stessa intuizione, allora nega la modalità in cui esso è, per definizione, legato agli altri. E tramite questa negazione quel sé viene messo a repentaglio, poiché vive in un mondo in cui le sole opzioni sono distruggere o essere distrutti” (Judith Butler, Strade che divergono, Raffaele Cortina, Milano, 2013, p. 130)

Questo confine comincia a formarsi già nella fase uterina, che comporta anche il rischio del rigetto da parte del corpo materno del nuovo essere che si sta formando, percepito come estraneo/nemico (M. Soulé). Il superamento di questo rischio può forse essere letto come un primo corporeo atto d’amore materno che porta all’accoglienza datrice di vita.

Il confine è interno – fra io e sé –, ed esterno – fra l’io e l’altro. Anche il sé è una sorta di altro: è l’alterità interna. L’alterità interna – il sé – è intrinsecamente avvinto all’alterità esterna: la percezione emotiva e le immagini che ho di me stesso mi vengono dall’elaborazione, anche, spesso, conflittuale di quelle che gli altri mi rimandano. Confine interno e confine esterno rimbalzano l’uno sull’altro senza mai fermarsi in quell’oscillazione perenne che è la nostra esistenza. Qui sorge anche l’importanza fondamentale – elementare – del bisogno d’identità come bisogno di confine fra il sé e il non sé, che significa anche capacità di durare nel tempo come singolarità narrante, di mantenere una memoria storica di sé che resista alla corrosione inevitabile. Perciò il bisogno d’identità ha una forza straordinaria, paragonabile alla fame. È la fame culturale.

La vita è questione di confine e dunque anche la vita umana. Il confine, infatti, definisce la forma.
Il confine deve essere mantenuto poroso e flessibile, “luogo di relazioni”, appunto. Se il confine si irrigidisce e tende a chiudersi, o se viceversa tende a sciogliersi, abbiamo un processo patologico e la morte.

La gravissima patologia chiamata autismo aiuta molto a capire le dinamiche della soggettività. Il bambino autistico vive una condizione in cui il confine del suo Io oscilla continuamente tra liquefazione – la letteratura parla di angoscia di liquefazione o di annientamento, anche come memoria del primordiale vissuto intrauterino – ed estremo irrigidimento (si parla di pelle corazza). È interessante che

la pelle di questi bambini è al tempo stesso inesistente e impermeabile. … È una pelle senza funzioni di filtro, senza punti di scambio fra interno ed esterno”, al punto che “molti bambini autistici non si ammalano fino al momento in cui il loro stato di isolamento diventa meno totale” (Suzanne Maiello).

Egli non ha acquisito la capacità transizionale (Winnicott) o di metaforizzazione del proprio vissuto corporeo o di sua estensione al simbolico (Bion), cioè la capacità di condividerlo con altri, rimanendone perciò prigioniero. L’altro da sé provoca terrore, angoscia. Ma senza l’altro il sé non esiste e l’Io si dissolve.

La grande specialista di questa patologia, Frances Tustin, osserva che “sacche autistiche” possono essere largamente presenti anche in soggetti ‘normali’. Anzi, forse, il soggetto (molto o troppo) normale (normato), incapace di entrare veramente in relazione, trincerato dietro l’osservanza di schemi normativi, di cui Hannah Arendt ha indicato il prototipo nel tenente colonnello delle SS Eichmann, è proprio colui che ha “la crepa nel cuore” (Tustin).

Con il rimando a questa figura, divenuta l’immagine della banalità del male, entriamo agevolmente in una riflessione sulla storia. Possiamo vedere che non è altro che posizione di confini, in genere tramite la violenza. Confini di genere, di razza, di classe e via via confini di ogni tipo. È una constatazione anche troppo ovvia. Oggi possiamo ribadirla ogni giorno, anche nella forma più brutale del muro, da quello che spezzetta la Cisgiordania in mille frammenti all’ultimo, progettato dal governo ungherese ai confini con la Serbia. La stessa ragione dell’esistenza di ciò che chiamiamo potere è la posizione di confini che racchiudono identità: statuali, nazionali, etniche, razziali, individuali.

La paura della perdita di confini è la paura della perdita di forma: la paura più grande. È, anzi, l’angoscia per la costante presenza della mortalità nella vita. Ogni confine può essere varcato o può sciogliersi. Ogni forma può dissolversi. La vita è posizione di confini, di forme, ma anche la loro dissoluzione. È tras-formazione.

Ogni cultura si definisce per una sua propria posizione di confini. Ma tutte le culture, che pure sono sempre frutto di molteplici scambi, hanno normalmente in orrore la dissoluzione dei confini. Probabilmente, è per questo orrore ontologico che gli elementi concreti, fisici, che sono vettori di dissoluzione e finiscono con il rappresentarla simbolicamente suscitano particolare ripugnanza oppure orrore, sono considerati contaminanti e contaminati, impuri, osceni (fuori della scena sociale). Così il sangue mestruale, i liquidi del parto e, in minore misura, le feci.

Del resto, più in generale, il sangue è confinato nella rete delle vene e la sua dispersione è sempre indizio di pericolo e l’acqua deve essere imbrigliata fra sponde o raccolta: altri esempi del rapporto confini/flussi.

Anche le emozioni intense, le passioni, sono flussi che devono essere culturalmente imbrigliate e che vengono socialmente utilizzate: messe al lavoro.

La dissoluzione, tuttavia, è necessaria: è il passaggio verso altre forme di vita. Ma il passaggio è sempre rischioso. Da qui il perenne tentativo di imbrigliarlo nei riti di passaggio, fondamentali in tutte le culture. Nella civiltà moderna e contemporanea, correttamente detta capitalistica, al posto dei riti c’è un potente dispositivo che si chiama denaro (cui accennerò in seguito).

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Sulla faccia della terra

 
 
 

Nel luglio del 1258, durante la guerra tra Genova e Pisa per il dominio sulla Sardegna, dopo tre giorni di assedio pisano a Santa Gia il garzone di vinaio Mannai Murenu si ritroverà “in un pozzo di macerie, all’aria aperta, come avvertito in un sogno da un mio salvatore” (p. 11).

Ininterrotto flashback affidato quasi interamente allo stesso Murenu a settant’anni di distanza dai fatti, Sulla faccia della terra – scritto da Giulio Angioni e uscito nel febbraio del 2015 in coedizione FeltrinelliIl Maestrale – è un singolare romanzo in cui la vitalità, o si dovrebbe semplicemente dire la vita, sovrasta ogni accadimento avverso.

Cop_webSuccederà che Mannai Murenu, assieme a un manipolo di personaggi (e al cane Dolceacqua) che via via irromperanno nella narrazione, si rifugerà in una piccola isola dello stagno di Cagliari, ex lebbrosario ora svuotato giacché tutti i lebbrosi sono stati catapultati – fuor di metafora – sulla città, allo scopo di infettarla.

La vulnerabilità esistenziale all’interno di un conflitto cruento, e più specificamente la condizione di separatezza, che negli attimi di difficoltà sarà ribadita e rafforzata dagli stessi protagonisti i quali si fingeranno lebbrosi, imporranno (permetteranno?) loro di spendere i propri giorni al di fuori di ogni calcolo, di ogni tattica, all’insegna della più squisita onestà e di una spontanea accettazione di sé e degli altri (“Siamo diventati in poco tempo sapienti in differenze, in provenienze, in riconoscimenti di altri modi di stare al mondo”, p. 124). (altro…)

Legge e letteratura

 
 
 

di Luigi Ramenghi

 
 
 
 

Linguaggio giuridico e linguaggio letterario sembrano agli antipodi. Basti pensare all’assenza di vere e proprie metafore e similitudini nella costituzione italiana o nel codice civile. Il diritto ha a cuore il significato letterale delle parole.
Non che le norme di legge disdegnino la retorica, ma si limitano a personificazioni, litoti, ripetizioni, chiasmi, zeugmi, anastrofi, iperbati e altre figure utili a enfatizzare il contenuto del discorso più che, come fa la lingua dei poeti, il discorso stesso.

450px-Antonio_Canova-Theseus_and_the_Minotaur-Victoria_and_Albert_MuseumRetorica a parte, le disposizioni dell’ordinamento, sia che guidino comportamenti (“Il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento in seduta comune dei suoi membri”) sia che producano effetti giuridici (“Il Presidente della Repubblica è il Capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale”), si esprimono esclusivamente in terza persona (perché la legge si vuole oggettiva) e all’indicativo presente (un presente senza tempo), di solito costruendo la frase secondo l’ordine naturale del discorso (soggetto – verbo – complemento), evitando i deittici (per le note esigenze di generalità e astrattezza) e i connettivi causali (almeno nelle proposizioni principali) e anche le valutazioni, le esclamazioni, le domande, abbondando semmai in proposizioni condizionali (apprezzate per la loro scrupolosità e saggezza).

Le cose non sono sempre andate così: una volta esistevano gli oracoli, gli editti romani magnificavano le loro fonti, Jakob Grimm apprezzava la bellezza del diritto tedesco primitivo.
Ma oggi non è più tempo. Non può darsi né una giustizia poetica né una poesia giuridica. Se le leggi fossero scritte in versi e i romanzi punissero l’omicidio, non si vivrebbe più.
Magari, però, oggi, è tempo di altro: né il passato né il presente ma il futuro.

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