Gallimard

La prima radice

 
 
 
 

La prima radice. Preludio ad una dichiarazione dei doveri verso l’essere umano è un saggio di Simone Weil scritto a Londra nel 1943 e uscito in Francia nel 1949 per Gallimard, nella collana diretta da Albert Camus.

In Italia, tradotto da Franco Fortini (e con un sottotitolo in cui appaiono le parole creatura umana anziché essere umano), è stato pubblicato nel 1954 dalle Edizioni di Comunità. Nella medesima traduzione, ma col sottotitolo definitivo e con un saggio di Giancarlo Gaeta, sarà poi riproposto nel 1990 da SE.

Simone Weil compone il saggio negli ultimi mesi della sua vita, su incarico dell’organizzazione France libre (capeggiata da Charles de Gaulle), che le aveva richiesto un contributo filosofico in vista della riorganizzazione della Francia nel periodo di pace che sarebbe seguito alla fine della seconda guerra mondiale.

La prima radice gravita attorno al concetto di radicamento, che “è forse il bisogno più importante e più misconosciuto dell’anima umana”, p. 49.

Il volume, una complessa e articolata disamina degli obblighi nei confronti degli umani, inizia con una netta distinzione tra obbligo e diritto (“La nozione di obbligo sovrasta quella di diritto, che le è relativa e subordinata”, p. 13). Nella prima parte dell’opera sono quindi enumerati, e analizzati brevemente, sedici ineludibili obblighi che ciascun essere umano ha verso i propri simili.

La seconda parte, che come abbiamo visto si apre con l’asserzione secondo cui il radicamento è il principale bisogno dell’essere umano, è dedicata a una riflessione sul suo contrario, lo sradicamento. Dapprima Simone Weil si sofferma sullo sradicamento operaio e su quello contadino, fornendo suggerimenti pratici espressi con sorprendente precisione e cura del dettaglio, assieme ad ammaestramenti spirituali esposti con l’intransigenza e la visionarietà proprie dei mistici.

Viene poi esplorato lo sradicamento geografico: secondo la filosofa, ogni senso di collettività legato a un determinato territorio è scomparso, eccezion fatta per la nazione. “La nazione, cioè lo stato; […] Possiamo dire che, ai tempi nostri, il denaro e lo stato hanno sostituito tutti gli altri legami”, p. 95.

Ed ecco aprirsi la terza e più alta parte de La prima radice, intitolata Il radicamento, culmine e sintesi estrema (sia nel senso della cronologia che in quello della perentorietà) del pensiero weiliano.

È la straordinaria proposta di una nuova etica, poggiante su fondamenta politiche ma – come scrive Francesca Romana Recchia Luciani nel suo saggio Per una fenomenologia dello sradicamento: l’astrazione dei diritti umani tra Simone Weil e Hannah Arendt (in Post-filosofie, n. 9, Anno 2016, p. 71) – “la cui rifrazione di senso è in modo tipicamente weiliano ispirata da una visione ‘soprannaturale’”.

Il pensiero è rivolto all’Europa, e in particolare alla Francia, squassata dai totalitarismi e dal conflitto mondiale in atto: dominata cioè da quella che Simone Weil chiama la “forza”.

L’unica salvezza è individuata in un’energia, anzi in una grandezza, contraria a quella della forza. “L’amore del bene non si accenderà mai nei cuori, e in tutta la popolazione, come è necessario per la salvezza del nostro paese, finché, in qualsiasi campo, crederemo che la grandezza possa risultare da altro che non sia il bene”, p. 213.

Ma lo sguardo della filosofa, pagina dopo pagina, si stacca dalla contemporaneità, e assieme dal compito assegnatole da France libre, per farsi testamento spirituale e dono grande all’umanità futura tutta.

Occorre, scrive Simone Weil, amare la realtà, che dell’amore è l’unico obiettivo possibile. La realtà e non la verità, giacché l’“amore reale e puro è di per se stesso spirito di Verità. È lo Spirito Santo”, p. 227.

Simone Weil identifica lo spirito di verità con una “forza attiva […] che a nessun costo, e in nessun caso, vuole menzogna o errore”, ibid. E con l’abbandono della prospettiva individuale: “Finché l’uomo sopporta di avere l’anima occupata dai propri pensieri, dai pensieri personali, è interamente sottoposto, fin nel fondo dei suoi pensieri, alla pressione dei bisogni e al giuoco meccanico della forza. Se crede che così non sia, si sbaglia. Ma tutto muta quando, in virtù di un’attenzione autentica, egli vuota la propria anima per lasciarvi penetrare i pensieri della saggezza eterna. Porta allora in sé quei medesimi pensieri ai quali è sottomessa la forza”, pp. 258-9.

Uscire dal punto di vista personale significa non solo abbandonare l’utilizzo della forza, ma uniformarsi al ritmo del mondo. Significa obbedirvi. “L’accettazione del lavoro fisico è, dopo l’accettazione della morte, la forma più perfetta della virtù dell’obbedienza”, p. 263.

E ancora: “L’uomo si è posto fuori dell’obbedienza. Dio ha scelto come castighi il lavoro e la morte. Di conseguenza il lavoro e la morte, se l’uomo li subisce accettando di subirli, costituiscono il trapasso nel bene supremo dell’obbedienza a Dio”, p. 266.

Il lavoro, che tra le attività umane è l’unica “indispensabile alla conservazione della vita” , è quindi “l’atto più perfetto di obbedienza che sia dato all’uomo di compiere”. Perciò, conclude Simone Weil, il lavoro fisico dovrà essere “il centro spirituale” di “una vita sociale ben ordinata” (p. 268).

 
 
 

Parigi occupata

 
 
 
 

Dato alle stampe dal melangolo nel giugno del 2020 (traduzione e cura di Diana Napoli), Parigi occupata contiene otto testi di Jean-Paul Sartre ancora inediti in Italia.

Un solo intervento è del 1943: Drieu La Rochelle o l’odio di sé, breve invettiva contro lo scrittore collaborazionista e filonazista. Gli altri sette, scritti tra il 1944 e il 1945, raccontano i fatti della Liberazione di Parigi, avvenuta il 25 agosto del 1944 dopo una settimana di scontri. Pubblicati su riviste in alcuni casi clandestine, sono poi confluiti in Situations, I e Situations, II, usciti in Francia per Gallimard.

Già nelle prime righe de La repubblica del silenzio Sartre presenta ai suoi lettori una sorta di paradosso che fungerà da chiave di lettura dell’intero volume: “Non siamo mai stati così liberi come sotto l’occupazione tedesca. Avevamo perduto ogni diritto e prima di tutto quello di parlare; ci insultavano apertamente, ogni giorno, e dovevamo tacere; ci deportavano in massa, come lavoratori, come ebrei, come prigionieri politici […] Le circostanze spesso atroci della nostra lotta ci rendevano finalmente in grado di vivere, senza trucchi e senza veli, questa situazione straziante, insostenibile che chiamiamo la condizione umana. […] tutti quelli che erano a conoscenza di qualche dettaglio sulla Resistenza – e a quale francese non è capitato almeno una volta – si domandavano con angoscia: «Se sarò torturato, resisterò?»”, pp. 23-4.

È in Parigi occupata che il paradosso si disvela: i cittadini parigini si trovano a dover conciliare il pensiero delle questioni ultime (la fine, il rapporto tra libertà e morale) con un’esistenza che prosegue in modo assurdamente normale: “no, i tedeschi non giravano sempre armati; no, non obbligavano i civili a cedere il passo o a scendere dal marciapiede. In metropolitana lasciavano il posto alle vecchiette, si intenerivano di fronte ai bambini, a cui non lesinavano carezze”, p. 30. Tuttavia la violenza esisteva, e si dispiegava soprattutto nelle ore notturne: “La Gestapo arrestava la gente principalmente tra mezzanotte e le cinque. […] Al mattino, poi, ritrovavamo per le strade quei piccoli tedeschi innocenti che si affrettavano verso i loro uffici […] Cercavamo di ritrovare sui loro volti inespressivi e familiari la stessa odiosa ferocia che avevamo immaginato durante la notte. Invano”, p. 34. E questa ambivalenza ingenerava nell’animo dei parigini “una coesistenza perpetua tra un odio fantasma e un nemico troppo familiare per poterlo davvero odiare”, ibid.

Sartre descrive con grande finezza psicologica l’impotenza dei cittadini, costretti a espletare le faccende quotidiane in una Parigi semideserta, avvolta in un orrore anomalo perché in qualche modo istituzionalizzato. L’illogica coesistenza col nemico occupante, da molti rifiutata e quindi riletta, per la propria incolumità anche psicologica, come accettabile, conduce a quello che Sartre indica come una sorta di collaborazionismo indiretto: “I partigiani, che erano il nostro orgoglio, non lavoravano certo per il nemico: eppure i contadini, se volevano nutrirli, bisognava bene che continuassero ad allevare bestiame che andava, per la metà, anche ai tedeschi. Ogni nostro atto era ambiguo”, pp. 46-7. (altro…)