G. C. Cuevas

Evadere

 
 
 

C’è chi si prepara a uscire dalla vita con un gesto clamoroso.

Tanto è il bisogno di segnalare la propria esistenza, tanto è il terrore di passare inosservati, che si arriva a commettere persino questa sciocchezza quasi postuma. Ci si rifiuta di accettare la verità più semplice, l’unica: col tempo non resterà più alcuna traccia della vita di nessuno.

Eppure l’idea della vanità della vita, della sua inutilità, dovrebbe suscitare un irrefrenabile desiderio di agire: dal momento che il motivo di ogni gesto risiede nel solo fatto di compiersi, senza legami col prima né col dopo, ogni gesto dovrebbe appunto essere compiuto con dedizione assoluta, con felicità assoluta.

Allora ecco che ogni gesto si equivale (così come ogni persona si equivale), e non ha più significato annunciare di fare qualcosa per evadere: tutto si fa per evadere!

Anzi, al contrario, non si può fare proprio nulla per evadere, non si può uscire dalla vita finché si è vivi, non si può abbandonare questo vuoto di senso.

Se leggere un libro è rifugiarsi, o perdersi, nel racconto di qualcosa, non lo è altrettanto fare, organizzare, costruire? Un gesto compiuto differisce davvero da uno narrato?

E non è vero che i bambini imitano i gesti degli adulti: rifanno in modo diverso (e forse, loro sì, con dedizione e felicità assolute) ciò che fanno anche gli adulti, e che è destinato a spegnersi senza possibilità di incidere in alcun modo nell’infinità dell’universo.

Capire il pochissimo che siamo è la più vasta libertà di cui possiamo, potremmo, disporre.
 
 
 

Illustrazione originale di G. C. Cuevas.

 
 
 

Una sola, semplice domanda

 
 
 

“Siano maledetti gli aggettivi, gli esempi, le metafore, l’ansia che il lettore possa non capire sino in fondo tutto quello che ho da dire!”, tuona certi giorni lo scrittore.

new doc 3

E certi altri: “Siano maledette la parsimonia e la civetteria, la presunzione che il lettore possa capire tutto da quel poco che dico!”

Certi altri giorni ancora, invece, lo scrittore libera un canto: “O amate pagine che vi componete come da sole! O amate pagine dove dico quello che ho da dire con assoluta chiarezza, senza nessuna ridondanza, senza nessuna reticenza! O amate pagine necessarie! Perché, però, siete così poche?”

 

Non hai mai pensato, scrittore, che sia così per ogni cosa della vita? Quante parole, quanti incontri, quanti accadimenti illuminano il mondo, tra tutte le parole, gli incontri e gli accadimenti che invece aggiungono buio al buio? Ma non per questo si smette di dire, incontrare, fare. È la vita umana: un enorme dispendio di energie per trattenere un filo di luce.

Allora, scrittore, anziché alterarti tanto, forse dovresti farti una sola, semplice domanda: voglio o non voglio una vita umana?

 
 

Illustrazione originale di G. C. Cuevas.

 
 
 

Preghiera

 
 
 

Liberaci dallo scrittore incompreso, dallo scrittore impegnato, dallo scrittore impreparato.

Liberaci dallo scrittore ignoto, dallo scrittore nascosto, dallo scrittore che calca la scena, dallo scrittore sempre presente, pertinente, adeguato alle circostanze.

Liberaci dallo scrittore che si vergogna e da quello che si vanta.

Liberaci dallo scrittore che grazie alla scrittura vuole stare in compagnia, liberaci dallo scrittore che davanti alla scrittura desidera essere solo.

Liberaci dallo scrittore che si preoccupa delle conseguenze della propria opera, liberaci dallo scrittore irresponsabile.

Liberaci dallo scrittore che deve vivere per scrivere, dallo scrittore che deve lavorare per scrivere, dallo scrittore che può solo scrivere per vivere, per scrivere.

Liberaci dallo scrittore che si domanda chi sia davvero uno scrittore, come riconoscerlo.

Liberaci dallo scrittore che non scrive.

 
 

Illustrazione originale di G. C. Cuevas.

 
 
 

Non gli sembravano più le sue

 
 
 

C’era una volta uno scrittore in crisi.

Allo scrittore in crisi, la realtà aveva semplicemente smesso di sembrare qualcos’altro. Un albero, una casa, un tramonto, un bambino che giocava col pallone, non gli apparivano più come metafora di alcunché ma erano solo e semplicemente un albero, una casa, un tramonto, un bambino che gioca col pallone.

Lo scrittore in crisi, allora, si era messo a rileggere stralci di libri suoi e di altri autori: e si era vergognato un bel po’, nello scoprire quell’infinità di tentativi, propri e altrui, di far passare la realtà per ciò che la realtà non è.

new doc 10

E non soffriva mica di depressione, lo scrittore in crisi: anzi! La realtà non gli era mai sembrata così bella, adesso che un albero non era altro che un albero, una casa nient’altro che una casa, eccetera.

Le cose, adesso, allo scrittore in crisi sembravano più piene, più vive, più vere. Soltanto, non gli sembravano più le sue.

E così lo scrittore in crisi, senza la minima difficoltà, smise per sempre di scrivere.

E gli venne un pensiero: gli scrittori si ostinano a credere che la realtà ci parli, mentre la realtà è lì per essere vissuta e non per instaurare dialoghi; e non comprenderlo (o si dovrebbe dire non accettarlo?) è sintomo forse di grande immaturità forse di grande superbia, o più probabilmente è un’atroce, reiterata bestemmia contro la bellezza semplice e muta del mondo.

 
 
 

Illustrazione originale di G. C. Cuevas.

 
 
 

Apertura, debolezza

 
 
 

È solo una questione di tempo: cambiare, crescere, migliorare.

È solo resistere al tempo: i caratteri, l’identità, le convinzioni.

Bisogna lottare, discutere, affermare, rivendicare posizioni, creare relazioni, conoscere, espandersi.

new doc 4Bisogna soltanto ascoltare, sospendere i giudizi, tacere, cercare la solitudine, accettare il corpo, limitarsi al corpo.

Loro che si accapigliano per decidere se vivere così è apertura o debolezza, perché è necessario distinguere per collocarsi, per avere un posto, per fermarsi al corpo e non immaginare.

Loro che sono sicuri che bisogna dire tutto, non tacere niente, perché la verità prima di tutto, la chiarezza.

Loro che sanno che non si può dire tutto, perché tutto non è la verità, perché la verità è un’incertezza chiara, un’apertura insopportabile, una larghezza immisurabile, inesistente.

Loro che sanno che non si può amare tutti, tutto.

Allora bisogna scrivere, non tenere più nulla presso di sé.

Scrivere, lasciare che le contraddizioni siano fragili e concrete, che la presenza sia identica all’assenza, che i corpi siano universali.

Scrivere per farsi larghezza, tempo.

Scrivere per resistere alla larghezza, al tempo.

 
 

Illustrazione originale di G. C. Cuevas.