Feltrinelli

L’uomo duplicato

 
 
 
 

«L’unica scoperta importante, che credo non riusciremo mai a fare, è quella di noi stessi». Parlava così José Saramago, nel marzo del 2001, in un’intervista televisiva rilasciata al giornalista Luciano Minerva. E poi aggiungeva: «Scrivo per comprendere, senza avere la certezza di aver compreso».

È difficile non interpretare le parole dello scrittore portoghese, all’epoca settantottenne, come una dichiarazione di intenti relativa al romanzo che sarebbe uscito l’anno seguente, L’uomo duplicato, edito in Italia nel 2003 da Einaudi, nella traduzione di Rita Desti. La prima edizione nell’Universale Economica di Feltrinelli è, invece, del 2010.

Inevitabile pensare che lo stravolgimento emotivo e psichico che si trovano a fronteggiare Tertuliano Máximo Afonso (insegnante di scuola media) e Daniel Santa-Clara (nome d’arte dell’attore Antonio Claro), dopo aver scoperto l’uno nell’altro non il proprio sosia ma una copia perfetta di sé, sia per Saramago un espediente letterario attraverso il quale indagare le dinamiche di quel percorso di auto-scoperta destinato a restare in parte disatteso ma al quale nessuno si può sottrarre.

L'uomo duplicato

È significativo come tutto abbia inizio davanti allo schermo di un televisore, il non luogo in cui per decenni, prima del tempo di Internet ovunque e dei social network, una consistente porzione di umanità si è specchiata percependo un’immagine distorta di sé che poi si è riverberata nella società. Lì, Tertuliano si riconosce nei panni di un impiegato d’albergo in un film di terz’ordine: “Sono io, disse, e di nuovo sentì che i peli del corpo gli si rizzavano, non era vero, non poteva essere vero, qualsiasi persona equilibrata […] lo avrebbe tranquillizzato. […] Le persone equilibrate sono così, hanno l’abitudine di semplificare tutto” (p. 23).

Ma gli equilibri che governano la vita di Tertuliano sono destinati a essere scompaginati dalla scoperta appena fatta e da quel momento niente nella sua esistenza, come in quella del suo alter ego, potrà essere più definito semplice. L’insegnante di storia, annoiato e rassegnato a una vita alienante scandita dalla monotonia di riti quotidiani codificati fino alla meccanicità, e l’attore frustrato da una carriera mai decollata si incontreranno, e nel riconoscersi identici nell’aspetto, persino nella voce, e allo stesso tempo tanto diversi, soccomberanno al desiderio di indagare quel doppio impossibile eppure reale, alla ricerca delle radici dei propri fallimenti e della frazione sommersa della loro anima, quella su cui non avevano prima di allora osato posare lo sguardo. E se il viaggio per Saramago è metafora di scoperta e conoscenza mai del tutto compiuta, per i protagonisti si tratterà di un percorso senza possibilità di ritorno. Le rispettive esistenze, fin lì spese lungo traiettorie parallele e distanti, collideranno per poi intrecciarsi al punto da non poter essere più in alcun modo districabili. Perché, una volta persa l’illusione dell’unicità, questa non può più essere riconquistata. E dopo avere sperimentato quanto siano profonde le voragini e le contraddizioni che si annidano in noi, non c’è più concesso ignorarle.

Il romanzo del premio Nobel è opera letteraria che si offre al lettore concedendogli ampi spazi interpretativi. Probabilmente anche per questo nel 2013 il regista e sceneggiatore canadese Denis Villeneuve è riuscito ad avvicinarsi alla medesima tensione e intensità, interamente giocate sulla ricerca introspettiva dei due personaggi principali, con un film che, a parte il titolo (Enemy), segue abbastanza fedelmente la storia originale per poi discostarsene con una libertà eccessiva proprio nell’ultima scena. Ci sono però dei punti fermi imprescindibili nel lavoro di Saramago: una radicalità consapevole e mai rassegnata nel guardare al destino dell’individuo, e di conseguenza all’intera società; e il dubbio come dogma e propellente indispensabile per continuare a sentirsi vivi.

In letteratura i temi inediti sono una chimera più che una rarità, e quello del doppio ricorre sin dall’epoca classica, al punto da poter essere considerato un archetipo. E dunque, dove risiede la peculiarità dell’approccio che ci viene proposto da Saramago in questo suo romanzo? Per rispondere dobbiamo tornare alle parole dalle quali siamo partiti. La comprensione di noi stessi è l’unica di cui abbiamo davvero bisogno, e sebbene ne siamo consapevoli e ad essa irrimediabilmente tendiamo, non siamo fatti per raggiungerla né tantomeno tollerarla.

 
 
(Gianni Usai)
 
 

Vita in vendita

 
 
 
 

Recentemente, riferendoci a Simone Weil, abbiamo scritto della sua straordinaria concentrazione, che l’ha resa capace di dedicare ogni energia a un progressivo allontanamento dal transeunte verso Dio: senza distrazioni né tentennamenti.

Ma simile dono è riservato a pochissimi. Probabilmente è per questo motivo che altri autori – pur capaci di instaurare un dialogo frontale con l’invisibile – non sempre hanno saputo rinunciare alle distrazioni del mondo. Alternando così opere di ineccepibile rigore ad altre concepite esclusivamente per un largo consumo (e dunque per un generoso riscontro economico).

Questa premessa per dire che Yukio Mishima tra il maggio e l’ottobre del 1968 ha pubblicato a puntate – sul settimanale giapponese Playboy Weekly – Vita in vendita, romanzo che dopo una tiepida accoglienza è diventato un bestseller postumo. E che ora è disponibile per il pubblico italiano (Feltrinelli, marzo 2022, traduzione e postfazione di Giorgio Amitrano).

Il volume narra la vicenda del ventisettenne Hanio Yamada, brillante copywriter che tenta il suicidio “così, come gli sarebbe potuto venire in mente di fare un picnic” (p. 10), ma fallisce. Tuttavia il gesto – compiuto dunque senza premeditazione, quasi svagatamente – scatena in lui un irrefrenabile desiderio di sganciare la propria esistenza da ogni eventuale significato o finalità. “Davanti a Hanio che non era riuscito a uccidersi si apriva un mondo inaspettatamente vuoto, stupendo e libero” (p. 14).

Al punto che il giovane, dopo aver rassegnato le dimissioni, pubblica un annuncio tra le offerte di lavoro di un “quotidiano di scarso prestigio” (ibid.); annuncio nel quale Hanio mette in vendita la propria vita.

La bizzarra offerta provocherà una serie di vicende comiche e surreali, ma pure grottesche e malinconiche, per la cui composizione Mishima ricorre ad alcuni luoghi comuni di generi letterari popolari, dall’hard boiled alla spy story, dall’horror all’erotico. Ed ecco susseguirsi una serie di personaggi incapaci – per scarsa attitudine pratica o eccesso di emotività – a porre fine alla vita di Hanio Yamada.

Il quale a poco a poco si troverà al centro di un intrigo del tutto inatteso (e in realtà coincidente con un grosso fraintendimento). Ma non solo: più la sua esistenza sembra destinata a resistere a ogni altrui tentativo di troncarla anzitempo, più il protagonista inizierà a mutare atteggiamento. Nata come declinazione del narcisismo o magari dettata da un eccesso di noia, la pulsione di morte di Hanio perderà poco per volta purezza; e davanti alla possibilità concreta non solo di essere ucciso, ma pure di esserlo in un modo del tutto slegato dal suo annuncio (e semmai dipendente dal fraintendimento di cui dicevamo), il protagonista inizierà ad avere paura.

Paura della morte, forse; o più probabilmente, paura di aver speso l’intera vita nel più completo anonimato. Senza essere riuscito nemmeno a rendere pubblico, memorabile, unico il proprio gesto estremo.

Perciò una volta uscito dal commissariato, dopo aver raccontato la sua storia a un ispettore che non riesce a credergli, Hanio Yamada si sente doppiamente escluso: dalla vita e dalla morte. “Non avendo la forza di scendere i due o tre gradini di pietra davanti all’ingresso della stazione di polizia, Hanio alla fine si sedette lì. Tirò fuori dalla tasca dei pantaloni una sigaretta un po’ incurvata e l’accese. Sentiva un nodo alla gola: aveva voglia di piangere. Sollevò lo sguardo verso il cielo stellato e quel baluginio di luci sfumò fondendosi in un’unica stella” (p. 235).

Si sarebbe tentati di definire Vita in vendita un curioso e appassionante romanzo di intrattenimento. Se non fosse che a dargli vigore, a farlo vibrare di una vivida inquietudine anche nelle sue pagine più feriali, è la personalità dirompente di Yukio Mishima, anch’egli fatalmente attratto dalle lusinghe della morte, come testimoniano non solo alcune delle sue opere maggiori, ma soprattutto l’epilogo – tragico e grandioso – della sua esistenza.

 

(Claudio Bagnasco)

 
 

Fata morgana

 
 
 
 

Raramente i Gamuna, popolazione del deserto raccontata da Gianni Celati nel suo romanzo Fata morgana (Feltrinelli, 2005), trovano il coraggio di arrampicarsi sui costoni che chiudono la valle a nord-est perché “la vertigine dell’altezza sembra loro un segno certissimo che tutto quanto sta in basso sia un unico e continuo fenomeno di fata morgana e che ogni immagine di vita sulla terra non sia altro che un miraggio” (p. 10). Allo stesso tempo però, “i Gamuna onorano le visioni di fata morgana come il maggior fenomeno della vita, e ritengono che i miraggi siano incanti in cui l’anima si perde lanciandosi fuori dal corpo” (p. 34) e ancora: “i miraggi del deserto […] mostrano che inseguendo le illusioni ci si sbaglia sempre, e non c’è modo di non sbagliarsi, e la vita non è che un perdersi in mezzo ad allucinazioni varie” (p. 35).
 
Il sonno, al contrario, “è una dimensione della vita più importante di quella diurna” (p. 58) ed è il grande sonno della terra che “all’inizio di tutto ha prodotto le visioni di fata morgana, origine del mondo sensibile che ci circonda. Quel sonno originario è chiamato «il Largo Riposo»” (p. 73) mentre l’Essere del Largo Respiro, la principale divinità gamuna, “è l’iridescenza da cui sarebbe nata la vita sulla terra, destinata a durare soltanto per un attimo in cui i raggi del sole fanno brillare qualche granello di polvere vagante nell’aria” (p. 27). Polvere che si posa in virtù dell’«incanto greve», lo stesso fenomeno che provoca l’attaccamento dell’uomo ai suoi miraggi, la tristezza di quando viene sera o il peso che attira i passi verso il suolo, polvere che “dà a tutto un aspetto stupido o insignificante” (p. 82), ma insegna agli uomini la “virtù di ignorare sé stessi come la terra ignora se stessa, di affidarsi all’incanto greve che trascina tutto, senza avere nulla da dire, nulla da lamentare…” (ibidem).
 
Fata Morgana La realtà è un’illusione, quindi, ma di quelle che non si accompagnano alla speranza: alla rassegnazione, piuttosto. Soprattutto, un’illusione che il capitalismo non può piegare ai propri scopi commerciali: i Gamuna non producono e non riparano, e abitano le rovine di una città abbandonata dalla popolazione precedente. “Il lavoro è un grandissimo errore da cui non c’è scampo” (p. 18). E chi si rifugia nel mestiere, “con l’idea di essere un bravo falegname, o vasaio, o fabbro, o guaritore di bestiame o, meglio ancora un furbo affarista […] torna a casa perplesso, con uno sguardo serale che vuol dire «Perché devo fare tutti questi sforzi? A cosa serve?»” (pp. 46-7).
 
La sera, finalmente, “gli abitanti si radunano per fare delle chiacchiere dette «medicinali» perché curano i pensieri cattivi. Sono chiacchiere come un canto a bocca chiusa, in cui si rivangano i pensieri della vita, ma diventando assenti da sé stessi e pacificati dal parlare al buio” (p. 51). Finite le chiacchiere, “in certe sere estive si sente nell’aria l’essenza del «tempo perso», come un profumo che ti lascia tranquillo nel buio senza pensieri, senza i turbamenti dell’insonnia carica di ricordi, ma anche con la dolcezza del vivere sospeso e transitorio fino alla luce del mattino” (p. 164).
 
Una vita sempre uguale a sé stessa, fuori dalla Storia, se non fosse per gli avventurieri occidentali che visitano il popolo gamuna “carichi di inquietudini che prosperano nelle nostre nazioni” (p. 51) e che “credono di avere diritto a una vita speciale […]; e cercandola devono sempre fuggire da dove sono, siccome hanno sempre l’idea che la vita altrove debba essere meno noiosa” (p. 53). Ben presto, però, “cominciano a detestare tutto quello che vedono, a trovare tutto sporco e puzzolente, a schifarsi per lo squallore e la desolazione del posto” (p. 16). Come non bastasse, le donne gamuna lanciano sguardi che “metterebbero in imbarazzo chiunque; perché paiono apertamente voluttuosi, ma al tempo stesso fanno insorgere nei maschi un forte sospetto di essere attirati in un tranello per venire poi svaligiati, massacrati, castrati” (p. 14). Così, la malsana infatuazione per la bellissima Buabìa Sangìto, fa sorgere in Astafali – uno di questi avventurieri, nonché la principale fonte di appunti che permettono al narratore di descrivere i Gamuna – “la limpida sensazione che la vita sia del tutto insensata: «Insensato stare qui, insensato tornare a casa»” (p. 78).
 
Nichilistica rassegnazione? Ascetica rinuncia? Difficile a dirsi perché “se qualcuno pensasse che quel miraggio non è nulla, dovrebbe pensare che tutti i movimenti durante la giornata sono senza senso, benché ognuno cambi qualcosa nella nostra vita attraverso le visioni che andiamo inseguendo. E se l’incanto della vita è un fenomeno unico, allora ogni movimento lo trasforma per effetto delle visioni che ci spingono a spostarci continuamente, di qua e là nella conca del mondo” (p. 184). 
 
Immaginario saggio antropologico redatto grazie alle testimonianze di tre viaggiatori – il già citato Astafali, compagno del narratore ai tempi dell’università, il pilota argentino Bonetti e la suora vietnamita Tran – Fata morgana, raccontando di un popolo che basa la propria vita su convinzioni e consuetudini opposte a quelle occidentali, descrive parimenti la nostra società e dimostra quanto sia ampio lo spettro delle sue possibili interpretazioni e quanto sia vanità di vanità l’atto stesso di interpretarla. Proprio l’Ecclesiaste risuona spesso lungo il romanzo: “Tutti sono diretti verso il medesimo luogo: tutto è venuto dalla polvere e nella polvere tutto ritorna”, recita il libro della Bibbia, e sono parole che non stonerebbero sulla bocca di un vecchio gamuna seduto fra le macerie di una città semiabbandonata, impegnato insieme ai suoi sodali nelle “chiacchiere medicinali”. E il narratore, ma forse anche l’autore, deve aver assorbito l’atmosfera creata da queste chiacchiere attraverso i resoconti dei tre viaggiatori. Così, al termine del romanzo, dopo alcune pagine confuse sulla conquista dei Gamuna da parte di un esercito nemico, quasi senza preavviso confessa di non credere più nelle storie che racconta: “Ma io sono stanco di tutte queste vite eccezionali, stanco di questa materia per romanzi a cui si cerca di fare somigliare le nostre vite” (p. 188).

 
 
(Giovanni Locatelli)