Evadere

Evadere

 
 
 

C’è chi si prepara a uscire dalla vita con un gesto clamoroso.

Tanto è il bisogno di segnalare la propria esistenza, tanto è il terrore di passare inosservati, che si arriva a commettere persino questa sciocchezza quasi postuma. Ci si rifiuta di accettare la verità più semplice, l’unica: col tempo non resterà più alcuna traccia della vita di nessuno.

Eppure l’idea della vanità della vita, della sua inutilità, dovrebbe suscitare un irrefrenabile desiderio di agire: dal momento che il motivo di ogni gesto risiede nel solo fatto di compiersi, senza legami col prima né col dopo, ogni gesto dovrebbe appunto essere compiuto con dedizione assoluta, con felicità assoluta.

Allora ecco che ogni gesto si equivale (così come ogni persona si equivale), e non ha più significato annunciare di fare qualcosa per evadere: tutto si fa per evadere!

Anzi, al contrario, non si può fare proprio nulla per evadere, non si può uscire dalla vita finché si è vivi, non si può abbandonare questo vuoto di senso.

Se leggere un libro è rifugiarsi, o perdersi, nel racconto di qualcosa, non lo è altrettanto fare, organizzare, costruire? Un gesto compiuto differisce davvero da uno narrato?

E non è vero che i bambini imitano i gesti degli adulti: rifanno in modo diverso (e forse, loro sì, con dedizione e felicità assolute) ciò che fanno anche gli adulti, e che è destinato a spegnersi senza possibilità di incidere in alcun modo nell’infinità dell’universo.

Capire il pochissimo che siamo è la più vasta libertà di cui possiamo, potremmo, disporre.
 
 
 

Illustrazione originale di G. C. Cuevas.