Eva Luna Mascolino

La tosse

 
 
 
di Eva Luna Mascolino
 
 
 
 

Il giorno del proprio quarantesimo compleanno, Manuil Michajlovič Tarkovskij ricevette nove telefonate e arrivò a farne addirittura dodici. Quell’anno, infatti, la ricorrenza coincideva con la Domenica delle Palme, per la quale solitamente ci si scambiava gli auguri come si faceva per Capodanno. L’ultimo che chiamò fu il medico Roman Nikolaevič, per aggiornarlo sulla condizione di un suo atavico disturbo psicosomatico.

Il singolare rapporto di Manuil Michajlovič con una tosse dispettosa era cominciato il giorno in cui la famiglia Tarkovskij aveva organizzato un’escursione di un’intera giornata a San Pietroburgo per festeggiare in grande stile il suo sesto compleanno. Lui e i genitori avevano raggiunto la città dopo nove ore di treno e si erano messi a visitarla senza badare al sonno, alla sete e all’eventualità di riprendere fiato, pur di visitare i monumenti principali entro la giornata. Dopodiché, all’ora del tramonto, la famiglia aveva appreso dalle parole di un altro gruppo di visitatori che quella sera, al teatro Michajlovskij, sarebbe stato in scena un celebre balletto per il quale c’erano ancora alcuni posti disponibili.

Manuil chiese allora di assistere allo spettacolo e, dopo qualche minuto di incertezza, padre e madre approvarono la proposta, dirigendosi insieme al figlio fino all’ingresso dell’edificio. Aspettarono in fila di pagare tre biglietti e chiesero informazioni sullo spettacolo. La rappresentazione era intitolata La fille mal gardéé e avrebbe condizionato l’ignaro festeggiato per gran parte degli anni a venire – non tanto per via di quello che stava per vedere, quanto per quello che non avrebbe mai visto.

La densità di tensione generata dalla straordinarietà di quell’esperienza, sommata alla sua emotività, provocò infatti nel bambino un pizzicore alla gola. Simultaneamente al suo istintivo bisogno di tossire, però, si erano spente le luci nella sala, mentre un fascio di suoni e colori caldi invadeva già l’ambiente. Manuil Michajlovič, combattuto fra l’impulso fisico e la concitazione, preoccupato all’idea di disturbare gli altri e di distrarsi, represse allora lo stimolo e continuò a ignorarlo per tutto il tempo.

Quando l’ultima nota suonata dall’orchestra lo rese nuovamente libero di preoccuparsi di sé stesso, Manuil Michajlovič realizzò di aver impiegato tutte le proprie energie e attenzioni per camuffare l’attacco di tosse, e di non avere osservato se non qualche passo dei personaggi secondari. Uscì dal teatro col fiato corto e gli occhi fuori dalle orbite, a dir poco distrutto per la delusione e per lo sforzo sovrumano con cui aveva cacciato via il bisogno di tossire.

Persuasi che fosse stato il balletto a sortire quell’effetto, i genitori trascinarono via Manuil Michajlovič e gli garantirono che non lo avrebbero mai più sottoposto a una tortura tanto lunga. La loro parola venne mantenuta per parecchi anni e Manuil Michajlovič ebbe modo di tornare nella metropoli solo quando, per farsi perdonare una condotta piuttosto cattiva, si era offerto di sbrigare alcune commissioni per la madre dovunque fosse stato necessario – perfino a San Pietroburgo. E fu proprio lì che il quasi trentenne venne effettivamente inviato, perché si testasse l’affidabilità della sua parola.

Anche in quell’occasione la trasferta determinò un cambiamento nella sua esistenza: in una sartoria poco lontana dal negozio in cui lui doveva comprare delle tende nuove per la camera da letto, infatti, lavorava una ragazza di nome Diana, che aveva antiche origini occidentali, nome mitologico e aspetto angelico, incarnando la vittima ideale del suo primo colpo di fulmine.

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