Elio Vittorini

E dire

 
 
 

E se ogni libro fosse un atto di umana prepotenza nei confronti del mondo?

Non dalla facile (benché indubitabilmente giusta) prospettiva ecologica per cui ogni libro è pur sempre carta sottratta alle foreste, ma da quella morale: ogni libro è un punto di vista umano contro il mondo, un urlo umano contro il mondo.squadernauti

Sì, contro il mondo, perché se il mondo fosse accettato per com’è – eppure lo sappiamo tutti che il suo ritmo è immutabile!; eppure lo sappiamo tutti che si nasce e si muore, e nell’intervallo tra i due eventi non possiamo far altro che stare al mondo! – non ci sarebbe bisogno di libri. Diciamo pure: non ci sarebbe bisogno di esibire alcunché.

Allora non importa più sapere chi abbia davvero scritto cosa; sapere se quello fosse un plagio o una citazione; e se non importa più dire io o tu, non si tratta certo di una conquista: perché il tanto lodato noi non è un superamento del punto di vista egocentrico, ma testimonia semmai un egocentrismo più grande, collettivo, universale: l’umana prepotenza contro il mondo.

Ma i prepotenti non sono quelli che più di tutti mostrano la paura?

E dire che se il mondo non c’è per essere governato da noi, non c’è nemmeno per impaurirci.

 
 
 

(liberamente ispirato a Elio Vittorini, Si diverte tanto a tradurre? Lettere a Lucia Rodocanachi 1933-1943, Archinto, Milano 2016, a cura di Anna Chiara Cavallari ed Edoardo Esposito).

 
 

Illustrazione originale di Michelangelo Nigra.

 
 
 

Giovanni e le mani

 
 
 

Scritto a Milano nell’inverno tra il 1946 e il 1947, Giovanni e le mani è l’unico romanzo di Franco Fortini, pubblicato originariamente come Agonia di Natale nel 1948 per volere di Elio Vittorini ne I coralli di Einaudi.

Il libro riapparirà soltanto nel 1972 presso la collana dello stesso editore con il titolo scelto dall’autore.

FortiniLa struttura del racconto alterna la narrazione in terza persona alla voce del protagonista, Giovanni Penna, giovane sopravvissuto alla guerra che soffre di un misterioso morbo non mortale, i cui casi “letali sono eccezionali” (p. 10).

Su due piani si muove il libro, quello dei fatti – un uomo con un lavoro impiegatizio, una stanza in affitto e una fidanzata che vive lontana, scopre di essere ammalato, viene assalito dai ricordi terribili della guerra, perde a poco a poco il proprio posto nel mondo, viene licenziato, rinuncia a ogni legame, e alla fine muore –, e quello delle aperture, di una dimensione altra, libera dai significati, che come un ritmo silenzioso e serrato, come un vuoto continuo attraversa l’intero racconto: un’assenza di risposte, un grido immaginato.

Come si legge nelle righe introduttive del romanzo, a Fortini preme lo “scandalo” (p. 3) del malato, della sua presenza.

“Il medico levò la testa; e la lampada del microscopio si spense. Riprese gli occhiali che aveva deposti accanto all’apparecchio e si volse verso Giovanni Penna. – Sì, – disse, – c’è –.”, p. 7.

Così inizia il romanzo, con la verità e la realtà di una malattia che sarà sempre senza nome e di cui poco il lettore saprà. Incerta appare la cura, non viene esclusa la trasmissibilità ai discendenti, vengono definiti sempre possibili le crisi e le complicazioni, generici i lievi sintomi.

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Diario minimo dei giorni

 
 
 

Dopo una curiosa vicenda editoriale, Diario minimo dei giorni, romanzo scritto da Franco Loi (1930) a metà degli anni Cinquanta, viene pubblicato per la prima volta nel maggio 2015 dalla casa editrice Hacca.

Senza togliere al lettore il piacere della gustosa nota introduttiva firmata dallo stesso autore, si può accennare al fatto che Elio Vittorini aveva accettato di far uscire il libro nella collana I Gettoni di Einaudi, invitando però Loi a rivedere prima della pubblicazione il testo e a mettere mano ad alcune sue parti. La riscrittura non sarà tuttavia poi ben accolta da Vittorini, il quale se da un lato rimprovererà a Loi di aver creato un nuovo romanzo, dall’altro si metterà a disposizione per indicare al giovane le opportune modifiche. Loi però non riconsegnerà più il manoscritto a Vittorini ed esso rimarrà inedito fino a oggi.

HACCA_Loi_OKMC2-1Diario minimo dei giorni (il cui titolo sostituisce quello originale, Dal diario di una medaglia d’oro) è il racconto di un mese della vita di un impiegato, il signor Dini, nella Milano del Dopoguerra, tra Viale Brianza, Via Teodosio, Piazzale Loreto e Corso Buenos Aires.

In queste pagine, Dini fa partecipe il lettore della propria quotidianità, divisa tra ufficio e casa, registrando non senza ironia gli eventi minimi che capitano nella sua esistenza di uomo normale. Sposato con Lina e padre di un adolescente che si chiama Luigi, il protagonista, di cui non si conoscerà mai il nome, ci parla di sé dal proprio punto di vista, probabilmente omettendo e ricostruendo particolari, riuscendo però al contempo a non disperdersi in sfoghi e morbosità, sempre in agguato nella dimensione diaristica.

Ciò che sorprende di questo piacevole romanzo è la sensazione di essere tenuti legati nel corso della lettura a un continuo trattenere, schivare, nascondere la verità da parte della voce narrante; il lettore si interroga su ciò che sente e pensa veramente Dini, che parlando di sé fa mostra di essere vittima di incomprensioni e ingiustizie sul luogo di lavoro e di dover subire l’insoddisfazione della moglie, gravata dalle incombenze dell’intera gestione familiare e desiderosa di avere accanto un marito più ambizioso, ricco e rispettato.

“«Sai Lina cosa mi è capitato oggi? Indovina un po’…» ho cominciato, entrando in cucina. «Sì, sì, cerca di cambiar discorso… Tanto sono io quella che deve tribulare. Una tovaglia nuova che ci vorranno tre o quattro mila lire!» «E non va via a smacchiarla?» ho voluto persino chiedere. «Sicuro che va via! Ma, intanto, io devo faticare… Voi ve ne fregate, voi! Quando avete mangiato e bevuto e vi siete fatti servire… Quella che sgobba sono io!»”, pp. 92-93.

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