Einaudi

L’uomo duplicato

 
 
 
 

«L’unica scoperta importante, che credo non riusciremo mai a fare, è quella di noi stessi». Parlava così José Saramago, nel marzo del 2001, in un’intervista televisiva rilasciata al giornalista Luciano Minerva. E poi aggiungeva: «Scrivo per comprendere, senza avere la certezza di aver compreso».

È difficile non interpretare le parole dello scrittore portoghese, all’epoca settantottenne, come una dichiarazione di intenti relativa al romanzo che sarebbe uscito l’anno seguente, L’uomo duplicato, edito in Italia nel 2003 da Einaudi, nella traduzione di Rita Desti. La prima edizione nell’Universale Economica di Feltrinelli è, invece, del 2010.

Inevitabile pensare che lo stravolgimento emotivo e psichico che si trovano a fronteggiare Tertuliano Máximo Afonso (insegnante di scuola media) e Daniel Santa-Clara (nome d’arte dell’attore Antonio Claro), dopo aver scoperto l’uno nell’altro non il proprio sosia ma una copia perfetta di sé, sia per Saramago un espediente letterario attraverso il quale indagare le dinamiche di quel percorso di auto-scoperta destinato a restare in parte disatteso ma al quale nessuno si può sottrarre.

L'uomo duplicato

È significativo come tutto abbia inizio davanti allo schermo di un televisore, il non luogo in cui per decenni, prima del tempo di Internet ovunque e dei social network, una consistente porzione di umanità si è specchiata percependo un’immagine distorta di sé che poi si è riverberata nella società. Lì, Tertuliano si riconosce nei panni di un impiegato d’albergo in un film di terz’ordine: “Sono io, disse, e di nuovo sentì che i peli del corpo gli si rizzavano, non era vero, non poteva essere vero, qualsiasi persona equilibrata […] lo avrebbe tranquillizzato. […] Le persone equilibrate sono così, hanno l’abitudine di semplificare tutto” (p. 23).

Ma gli equilibri che governano la vita di Tertuliano sono destinati a essere scompaginati dalla scoperta appena fatta e da quel momento niente nella sua esistenza, come in quella del suo alter ego, potrà essere più definito semplice. L’insegnante di storia, annoiato e rassegnato a una vita alienante scandita dalla monotonia di riti quotidiani codificati fino alla meccanicità, e l’attore frustrato da una carriera mai decollata si incontreranno, e nel riconoscersi identici nell’aspetto, persino nella voce, e allo stesso tempo tanto diversi, soccomberanno al desiderio di indagare quel doppio impossibile eppure reale, alla ricerca delle radici dei propri fallimenti e della frazione sommersa della loro anima, quella su cui non avevano prima di allora osato posare lo sguardo. E se il viaggio per Saramago è metafora di scoperta e conoscenza mai del tutto compiuta, per i protagonisti si tratterà di un percorso senza possibilità di ritorno. Le rispettive esistenze, fin lì spese lungo traiettorie parallele e distanti, collideranno per poi intrecciarsi al punto da non poter essere più in alcun modo districabili. Perché, una volta persa l’illusione dell’unicità, questa non può più essere riconquistata. E dopo avere sperimentato quanto siano profonde le voragini e le contraddizioni che si annidano in noi, non c’è più concesso ignorarle.

Il romanzo del premio Nobel è opera letteraria che si offre al lettore concedendogli ampi spazi interpretativi. Probabilmente anche per questo nel 2013 il regista e sceneggiatore canadese Denis Villeneuve è riuscito ad avvicinarsi alla medesima tensione e intensità, interamente giocate sulla ricerca introspettiva dei due personaggi principali, con un film che, a parte il titolo (Enemy), segue abbastanza fedelmente la storia originale per poi discostarsene con una libertà eccessiva proprio nell’ultima scena. Ci sono però dei punti fermi imprescindibili nel lavoro di Saramago: una radicalità consapevole e mai rassegnata nel guardare al destino dell’individuo, e di conseguenza all’intera società; e il dubbio come dogma e propellente indispensabile per continuare a sentirsi vivi.

In letteratura i temi inediti sono una chimera più che una rarità, e quello del doppio ricorre sin dall’epoca classica, al punto da poter essere considerato un archetipo. E dunque, dove risiede la peculiarità dell’approccio che ci viene proposto da Saramago in questo suo romanzo? Per rispondere dobbiamo tornare alle parole dalle quali siamo partiti. La comprensione di noi stessi è l’unica di cui abbiamo davvero bisogno, e sebbene ne siamo consapevoli e ad essa irrimediabilmente tendiamo, non siamo fatti per raggiungerla né tantomeno tollerarla.

 
 
(Gianni Usai)
 
 

Le Benevole

 
 
 
 

In letteratura, quello del nazista è uno stereotipo algido, perverso, assegnato a una presunta élite di malvagità novecentesca che, giunta all’epilogo, sprofonda. Lo si rappresenta nella sua ascesa distruttiva o nella caduta, pronto a ingerire il cianuro: un appiattimento psicologico e morale assimilabile a un’ideologia robotizzata, senza esitazioni.

Con Le Benevole (Einaudi 2007, traduzione di Margherita Botto), Jonathan Littell sembra anzitutto voler smitizzare il tema del Male assoluto e prodursi in una dettagliata contestualizzazione di adesioni, ruoli specifici e responsabilità individuali che definiscano il Terzo Reich (e la sua famigerata Weltanschauung) tra sintomatologia sociale, obbedienza e dramma privato. “Si è usato molto, dopo la guerra, il termine disumano, per tentare di spiegare ciò che è accaduto. Ma il disumano, scusate, non esiste. C’è solo l’umano e poi ancora l’umano.” (p. 569)

Il protagonista Maximilien Aue, ex ufficiale delle SS, ne dà conto fin dall’introduzione (Toccata): “Ancora una volta, siamo chiari: non cerco di dire che non sono colpevole di questo o di quel fatto. Io sono colpevole, voi non lo siete […]. Ma dovreste comunque essere capaci di dire a voi stessi che ciò che ho fatto io, l’avreste fatto anche voi. Forse con meno zelo, ma forse anche con meno disperazione, comunque in un modo o nell’altro.” (p. 21)Le Benevole Il libro è un lungo memoriale, quasi mille pagine in cui Aue, sopravvissuto alla catastrofe psichico-cosmica della guerra, si presenta riabilitato e a capo di una fabbrica di merletti. Non intende sminuire i propri crimini e, al di là di qualsiasi pentimento tardivo, non vuole nemmeno rinnegare lo sforzo messo in atto per compierli. “Sono uscito dalla guerra come un uomo svuotato, che possiede solo amarezza e una lunga vergogna, simile a sabbia che scricchiola fra i denti.” (p. 13)

Soffre ancora di crisi di vomito, e questi sgradevoli particolari fisiologici sono ricorrenti nella narrazione, là dove il corpo e la natura stessa dell’uomo – una biologia conservativa – oppongono resistenza, manifestano rifiuto e tentano di espellere l’abominio.

Il disturbo era cominciato in Ucraina, nel 1941. La Germania aveva da poco aperto il Fronte Orientale e i sovietici si ritiravano. A Lutsk, la Wehrmacht si era acquartierata in un castello (Lubart). Quando Aue arriva per visitare gli alloggiamenti destinati alle SS si imbatte in uno scempio. “I cadaveri erano ammonticchiati in una grande corte lastricata, i cumuli disordinati, sparsi qua e là. Un immane, ossessivo ronzio riempiva l’aria: migliaia di grosse mosche blu svolazzavano sui corpi, sulle pozze di sangue, di materia fecale. […] L’odore era immondo.” (p. 35)

Erano davvero prigionieri fucilati dai bolscevichi prima della ritirata? Già in questo passaggio si ravvisano attriti con l’Esercito, nonché gli estenuanti giochi di carambola burocratica che Littell descrive fino all’ultimo cavillo.

In tal senso, il romanzo offre un minuzioso spaccato dello sterminio nella sua evoluzione tecnica. All’inizio si trattava di Große Aktion, fucilazioni di massa, ma perlopiù con numeri insoddisfacenti, penosi imprevisti (alcuni condannati non morivano subito, bisognava finirli) e devastanti ripercussioni sui soldati. Aue assiste al massacro di Kiev (Babij Jar): più di trentamila ebrei scortati a gruppi fino a un burrone, e lì, nell’imperturbabilità della montagna, abbattuti con un colpo di mitraglietta alla nuca.

Ricordando, osserva:
“Se i tremendi massacri dell’Est provano qualcosa, è proprio, paradossalmente, la spaventosa, inalterabile, solidarietà umana. Per quanto brutalizzati e avvezzi fossero, nessuno dei nostri uomini poteva uccidere una donna ebrea senza pensare alla propria moglie, sorella o madre, o poteva uccidere un bambino ebreo senza vedere i propri figli davanti a sé nella fossa. Le loro reazioni, la loro violenza, il loro alcolismo, le loro depressioni nervose, i suicidi, […] tutto ciò dimostrava che l’altro esiste, esiste in quanto umano, e che nessuna ideologia, nessuna dose di stupidità e di alcol può spezzare questo legame, tenue ma indistruttibile.” (p. 144)

Eppure, per quanto già si accorga di un generalizzato imbarbarimento, il trentenne Aue partecipa a riunioni per ottimizzare il processo di eliminazione. La gigantesca contabilità dei nemici da annientare scivola nell’astratto. Si provano nuovi sistemi più pratici e veloci, come i camion Saurer, per soffocare ebrei e zingari con il monossido di carbonio. Ma la realtà organica della morte si impone ancora: “Dopo, mentre scaricavano, […] i corpi erano coperti di merda e vomito, gli uomini erano disgustati.” (p. 170)

Negli omertosi camuffamenti della terminologia nazista, l’Endlösung o Soluzione finale (p. 609) comprende perciò una sequenza di tentativi che ha condotto ai campi di Auschwitz.

“Eravamo arrivati a una barriera. Dietro, un lungo sipario di alberi e cespugli nascondeva una recinzione di filo spinato che isolava due lunghi edifici di cemento, identici, con due alte ciminiere ciascuno. […] «È come a Triblinka o a Sobibòr, – commentò Höß. – Gli si fa credere fino all’ultimo che stanno andando alla disinfestazione.” (p. 589-590)
 
 
Ma Le Benevole non è un romanzo sull’Olocausto, né sull’assedio di Stalingrado (descritto nella terza parte, Corrente). La gran profusione di atrocità caratterizza un resoconto mortificato, e l’intera vicenda si fonda sull’esperienza umana, sulla sfasatura di sensibilità individuali (di Aue, ma anche degli altri personaggi) costrette all’adattamento – più o meno forzato – in una cultura di Stato che inneggia alla predestinazione della razza ariana, a una Volontà di potenza della Germania, alla fede.

“È necessario che gli uomini, egoisti e deboli, accettino i vincoli della Legge, ed essa deve quindi far riferimento a un’istanza esterna all’uomo, deve essere fondata su una potenza che l’uomo senta superiore a se stesso. […] Il nazionalsocialismo tedesco ha voluto radicarla nel Volk, una realtà storica: il Volk è sovrano, e il Führer esprime o rappresenta o incarna tale sovranità.” (p. 571)

E ancora:
“Dobbiamo accettare il nostro dovere così come Abramo accetta l’inconcepibile sacrificio di suo figlio Isacco preteso da Dio.” (p. 218)

La Storia non può ridursi a una linearità causa-effetto, ma la cronologia degli eventi europei, su tutti la Grande Guerra, è il sentiero comune attraversato dai personaggi di Littell, e così la combinazione di fattori politici e sociali con la biografia di ciascuno. Il passato e la famiglia, l’età dell’innocenza, i turbamenti sessuali, gli amori felici e quelli non corrisposti: c’è la vita, e la soggettività, ai primordi di una catastrofe oggettiva massificata. Non è una scusante, Aue non ne cerca.

Il suo percorso a ritroso rievoca con sistematicità la sorella gemella, Una, la simbiosi bambina dei loro corpi indefiniti nell’Eden della rivelazione erotica, lo sconfinamento (puro e maledetto) nell’incesto, lo scandalo familiare che aveva posto fine all’idillio. Era stata la madre a separarli, affidandoli a due collegi. E sembra essere proprio questo il peccato originale di un mondo corrotto, incattivito, senza padre, senza Legge ereditata né da tramandare:
“A scuola mi trovavo di fronte a bambini crudeli e aggressivi, molti dei quali avevano perso il padre in guerra, o venivano picchiati e trascurati da padri tornati dalle trincee traumatizzati o mezzi matti.” (p. 186)

Cresciuto ad Antibes, in Francia, Aue era stato un adolescente un po’ fiacco, cagionevole, sensibile al magistero di Bach (ma anche alla musica di Rameau e Couperin) e alla letteratura (rileggerà L’educazione sentimentale di Flaubert durante i bombardamenti su Berlino). Adulto, è un nazista atipico. Tutta la sua sfera amorosa è pervasa dalla nostalgia di un sodalizio con la sorella che si giurava eterno: non riuscirà mai a elaborare il puerile assolutismo di quella promessa non mantenuta. Convinto di aver già vissuto apici di gioia irripetibili, si abbandonerà a una mistica della femminilizzazione e desidererà il maschio, pur di ricongiungersi alla sua Una: un’omosessualità per mimesi che lo condanna a sopravviversi, da solo, nell’imperdonabile.

Così, in questo compendio del Secolo breve, nel carnaio abissale a cui fu ridotta l’Europa, è ancora l’amore che aleggia – anche solo per mancanza – con un insieme di lezioni civili che resteranno per sempre (soltanto) macerie. Perché l’uomo, in fondo, non impara niente.
“Höß mi aveva detto che nonostante tutti i divieti e le precauzioni i detenuti continuavano ad avere un’attività sessuale, non solo i Kapo con i loro Pipel o alcune lesbiche tra loro, ma uomini e donne, gli uomini pagavano le guardie perché portassero loro l’amante, o si insinuavano nel Frauenlager con un Kommando di lavoro, e rischiavano la morte per un rapido sussulto, uno strofinio di due bacini scheletrici, un breve contatto di corpi rasati e pidocchiosi.” (p. 854)

 
 
(Giulio Neri)
 
 

Tutti i racconti

 
 
 
 

Proposto una prima volta da Einaudi nel 2020, Tutti i racconti di Javier Marías esce ora (gennaio 2022) in edizione economica nelle traduzioni di Glauco Felici, Maria Nicola, Valerio Nardoni e Paola Tomasinelli.

Già la composizione del volume mostra l’attitudine un po’ compiaciuta dell’autore a giocare con la scrittura. Le trenta narrazioni (quattro inedite, una – Malanimo – precedentemente uscita in edizione autonoma e le altre incluse nelle raccolte Mentre le donne dormono e Quand’ero mortale) sono qui divise in Accettate e Accettabili.

Alla prima categoria appartengono i racconti “di cui ancora non mi vergogno” (p. VI), alla seconda “quelli per i quali un po’ di vergogna la provo, anche se non troppa” (ibid.). Marías ammette anche l’esistenza di racconti che appartengono alla categoria Inaccettabili, evidentemente non pubblicati per eccesso di vergogna.

Sono testi che oscillano dalle quattro alle quarantasei pagine, e sono stati scritti in un arco temporale che va dal 1968 al 1998.

Svariate sono poi le occasioni per cui sono stati composti, e di conseguenza le tematiche e le atmosfere: ci sono racconti gotici che hanno per protagonista un fantasma, altri di stampo giallo-noir. Non mancano brevi sceneggiature per soap opera o trasognate ucronie nelle quali agisce un giovane assistente spagnolo di Elvis Presley (le cui disavventure, secondo un leitmotiv caro all’autore, prendono l’abbrivio da una frase tradotta troppo liberamente).Marias tutti i racconti

Proprio la vastità dei temi trattati e degli stili adottati confermano la straordinaria disinvoltura di Marías nel muovere i propri personaggi in situazioni (psicologiche, emotive ma anche sociali, storiche e geografiche) differenti.

Qui, tuttavia, l’elemento più curioso è l’uso della divagazione, che ha reso celebre e facilmente identificabile l’autore. È infatti caratteristica dei romanzi dello scrittore spagnolo una prosa ipnotica, che poggia sull’uso insistito della virgola. E che, come nell’improvvisazione jazzistica, evade a poco a poco dal tema, per poi ritornarvi con altrettanta lentezza.

E nella misura più breve del racconto, a differenza di quanto ci si sarebbe potuto attendere, ecco che la divagazione non scompare. Anzi, mostrandosi più apertamente, essa rende esplicito il motivo di tanta affezione di Marías a questo espediente.

In Tutti i racconti sembra infatti che il continuo scarto da un accadimento a un altro abbia una doppia funzione. La prima coincide con una tecnica narrativa: il fuoco del discorso si sposta al culmine della tensione, per creare attesa e curiosità nel lettore. “A un tratto mi vidi desiderare che un uomo fosse morto, che il suo capo fosse già morto. Mi vidi preferire questo, affinché non dovesse essere lui a ucciderlo. Cominciammo a osservare che si riempivano le gradinate, la gente ci stava sempre più addosso, ci dovemmo alzare in piedi per lasciare spazio” (pp. 124-5).

La seconda ragione è di carattere morale. Incisi, parentetiche, repentini mutamenti di prospettiva o di immagine è come se certificassero l’aleatorietà delle esistenze, nelle quali il caso è spesso assai più determinante di ogni competenza o strategia.

In questa stessa direzione va probabilmente la scelta di Marías, che volentieri lascia cadere nei luoghi meno illuminati dei suoi sentieri narrativi alcune delle intuizioni più felici. Forse per il gusto narcisistico di dissipare il proprio talento o forse per estrema coerenza, perché ciò che regola la vita – accensioni fulminee ed effimere in un caos irriducibile a regola – domina anche la scrittura: “Il direttore e Mr. Bayo scartarono quasi immediatamente la possibilità di assumere un sostituto, poiché da un lato, pensarono, sarebbe stato molto difficile trovare in breve tempo qualcuno con delle buone referenze che fosse disposto a impegnarsi solo per quel che restava del corso […]. E dall’altro, con quella capacità, o confusa necessità che hanno le persone di una certa età o di lenta immaginazione, di confondere le rinunce o le concessioni più futili con gesti veramente epici, considerarono che a fronte di quell’inatteso contrattempo, che loro avrebbero piuttosto qualificato come avversità, non sarebbe servito altro che un piccolo sacrificio da parte di tutti i professori, che avrebbero potuto facilmente dividersi i vari compiti del portiere assente e così trovare l’occasione per mostrare la propria abnegazione all’istituto” (pp. 10-1).
 
 
(Claudio Bagnasco)

 
 

Nessuno resta solo

 

A sette anni da La mia maledizione, Alessandro De Roma torna in libreria – ancora per Einaudi – con un romanzo incentrato sull’elaborazione del lutto. In un’accezione estesa, però, che si riconnette (tra l’altro) allo sconvolgimento di scoprirsi inadeguati al mondo e proiettati al sopravviversi.

La vicenda di Nessuno resta solo si articola intorno a due personaggi: Guido Floris, professore di storia all’Università di Cagliari, che si approssima a una vecchiaia da vedovo ipocondriaco; e suo figlio Antonio, cuoco omosessuale, trasferitosi a Torino dopo anni da girovago. Di quest’ultimo sappiamo quasi subito che ha perduto il compagno Nicola, e che la morte della madre, invece di riavvicinarlo alla famiglia, acuisce una risentita estraneità, soprattutto rispetto al “Vecchio Stronzo”: così Antonio ha ribattezzato il padre.

È una frattura edipica, con equivoci calcificati e sentimento introflesso. Non sembra esserci rimedio.Nessuno resta soloIl romanzo agisce su due piani che sono (anche) temporali: uno, a ritroso, come storia dell’allontanamento; l’altro, il presente, come sguardo che muta e scorge inattese possibilità di vicinanza.

Guido, da ragazzo, è stato iscritto al Partito Comunista; ha poi dedicato l’intera carriera accademica a un pedantesco studio del Ventennio. Ora, in pensione, vagheggia un’opera intimistica su Mussolini e si convince di aver maturato, attraverso la vedovanza, il diritto a proferire balordaggini. Eppure, risulta goffo, tra incongruenza e ambiguità ideologica; smarrito, perché era la moglie a guidarlo nella vita quotidiana. I rimpianti sono malcerti: “negli ultimi mesi, prostrata dalla malattia, Lucia era diventata insopportabile. Non con gli altri. Con le infermiere, i medici e le amiche manteneva sempre la decenza. […] Con Guido era una tiranna. […] Era la terribile rivincita per aver passato una vita intera ad assisterlo nelle sue smanie di notorietà accademica e nelle pieghe infinitesime dei suoi malanni: mal di testa, mal di denti, mal di pancia, mal di orecchie e perfino mal di piedi. «Finirà che un giorno ti faranno male anche i capelli», gli diceva a volte, accarezzando la sua testa calva” (p. 47).

Di contro c’è Antonio, ultraquarantenne che ha già pagato lo scotto della propria omosessualità. Da bambino non piangeva mai, era sgraziato, “dava sempre l’impressione che stesse per cadere da un momento all’altro” (p. 4). Adulto, manifesta una precarietà analoga, in continua partenza per nuovi luoghi: “si era diplomato tardi, a ventun anni, e aveva abbandonato l’università dopo neanche un trimestre per andare in Australia: aveva lavorato in ristoranti, stazioni di benzina, case private, perfino in una fattoria. Poi erano arrivati i villaggi vacanze in Thailandia e sul Mar Rosso, i ristoranti a Barcellona e ad Amburgo. Ogni città, dopo al massimo sei mesi, gli stava stretta”. (p. 71)

A riconsiderarli adesso, sembrano spostamenti di una fuga. Dall’ostilità più o meno presunta? Dall’eventualità di essere rifiutato?

Talvolta, Antonio immagina i rapporti semplificati all’estremo, come in una sauna gay: “gli uomini sarebbero uguali ai cani […] o ai cavalli nella stagione degli accoppiamenti. La vita sarebbe nient’altro che annusarsi, accarezzarsi, baciarsi in strada davanti alla gente che passa, senza nessuna vergogna” (p. 16).  Ma nemmeno lì, protetti dal vapore e avvolti da un asciugamano, funziona a quel modo. Antonio reagisce alla frustrazione con ruvidezza saltuaria e mirata.

“Era l’unica caratteristica che aveva ereditato da suo padre: una ostentata virilità che, in certi ambienti, gli dava un alone di fascino scintillante. La necessità di dover guidare il gioco. Era l’egoismo dei maschi di casa Floris, che spuntava fuori nelle attività più prossime all’istinto di sopravvivenza: mangiare, bere, scopare. Prendere, e mai dare.” (p. 21).

È davvero così scabro, Antonio? Il suo virilismo non gli impedisce di inviare sms al compagno defunto (per rileggerseli), o di intenerirsi ripensando al sapone alla violetta della mamma. Con l’anziano padre, invece, è più coerente e rigido: i soli cedimenti si verificano nella periodica spedizione di farmaci comperati all’estero (variazioni fruttate di paracetamolo, reperite a Londra, o aspirine tedesche). Ma già assecondarlo nell’ipocondria significa non volerlo abbandonare.

L’isolamento di Guido, a quasi settant’anni, è una burbera sedentarietà applicata al respingimento. Prima a Cagliari, tra gli amici che tentano di offrirgli conforto, poi nel buen retiro di San Leonardo, tra lecci, agrifogli e inattesi visitatori. Sembra anche questa una fuga, sebbene rallentata dall’età e dai primi segni di declino cerebrale.

Scappare, o tenersi a distanza, accomuna padre e figlio; e la solitudine, formalmente accolta, persino favorita, è sostanzialmente temuta come nient’altro. Tradiscono entrambi un fanciullesco bisogno di cura che aveva trovato il suo perfetto mascheramento nella stabilità affettiva. Il lutto li ha denudati, e si ritrovano a passarci attraverso – al bagliore dei ricordi e verso il buio dell’avvenire – in una doppia spirale che li avvicina e allontana di continuo. Forse è come pensa Guido: “Tutto questo tempo sprecato a cercare di non soffrire, quando ciò che davvero ricordiamo volentieri è il dolore.” (p. 158) Il futuro che li attende è un angoscioso deserto in cui specchiarsi.

Resta da scoprire se in uno spazio così vasto, tra scarti di vita e immagini replicate, potranno incontrarsi, riconoscersi.

.

(Giulio Neri)

Il silenzio

 
 
 
 

Jim e Tessa, marito e moglie, sono in volo verso New York. Dove due amici – Diane, professoressa di fisica in pensione, e suo marito Max – li attendono per guardare insieme la finale del Super Bowl del 2022. Con loro c’è anche Martin, enigmatico ex studente di Diane e a sua volta insegnante di fisica in un istituto superiore del Bronx.

A un certo punto, di colpo, tutti gli strumenti tecnologici (del mondo?) smettono di funzionare. Dunque anche le apparecchiature dell’aereo su cui stavano volando Jim e Tessa, e lo schermo televisivo gigante su cui Diane, Max e Martin stavano seguendo le fasi preliminari all’incontro di football americano.

Così inizia Il silenzio di Don DeLillo, uscito nel febbraio del 2021 per Einaudi nella traduzione di Federica Aceto, e ora riproposto (gennaio 2022) in edizione tascabile.

Così inizia e, potremmo dire, così si conclude l’opera, composta da settantasei pagine stampate con un carattere di dimensioni non piccole, che ravvivano uno dei dubbi più ostici dei recensori: racconto lungo o romanzo breve?

Il silenzioMa se è vero che l’accadimento narrato è uno soltanto, esso è così clamoroso da scatenare profonde ripercussioni sulla psicologia e sul comportamento dei cinque personaggi.

L’aereo riuscirà poi a indovinare un atterraggio di fortuna. Jim e Tessa, feriti lievemente ma sotto choc, decidono di raggiungere a piedi la casa di Diane e Max. E nel silenzio mastodontico della città, che svuotata di ogni segnale della modernità sembra proiettata in una dimensione fuori dal tempo, ecco che un’inattesa figura compare a impadronirsi della scena: quella di una podista che si sta allenando. È l’agognato riconoscimento del presente, ma è anche l’ostensione di una passione privata, forse di una mania.

E in effetti, quando i cinque saranno riuniti, verrà abolito il piano della comunicazione intesa come tessitura di una trama comune. Paura dell’ignoto (cosa è successo? Un’invasione aliena? Un attacco terroristico? Un cataclisma? Di quale gravità ed estensione?) e ansia del futuro (sarà ancora possibile vivere senza il conforto della tecnologia?) libereranno il lato più infantile e istintivo di ciascuno.

È come se, mediata dalla tecnologia, la comunicazione non fosse più l’inevitabile relazione tra sé e il mondo – relazione pulsante e multiforme, che mette in crisi di continuo ogni posizione assunta – bensì ambito di sicurezza, ribadimento perpetuo della propria prospettiva esistenziale. Ma quando la tecnologia scompare?

Dice a un certo punto Martin: “Nessuna notizia da parte di nessuno, in nessun luogo. È il momento di stare fermi, seduti” (p. 74).

Ecco il punto: oggi, sembra dirci DeLillo, la comunicazione non è più scambievole, equivale al mero gesto di dare notizie di sé o di riceverne da altri, e l’obliterazione della tecnologia mette in scacco questo modo di comunicare univoco, al di qua del rischio.

L’assenza della tecnologia – impedendo la circolazione delle notizie – porta dunque all’afasia, all’inazione.

Tessa arriva a far coincidere la tecnologia con la natura, con la vita: “Ma adesso voglio soltanto andare a casa. Insieme a Jim. Dovremo farcela a piedi, ma va bene, sì, tanto è giorno. Ci sarà il sole? O non ci sarà nessuna traccia del sole nel cielo? Chi sa cosa significa tutto questo? La nostra normale esperienza ha semplicemente subito una battuta d’arresto? Stiamo assistendo a una deviazione della natura?” (pp. 81-2).

Chiude il volume Uomo alla finestra, un brevissimo saggio scritto da Don DeLillo per l’edizione tascabile dell’opera, uscita negli Stati Uniti nel 2021. Che in qualche modo, proponendo al lettore le sensazioni patite dall’autore durante il primo confinamento per la pandemia da Covid-19, incornicia la narrazione che lo precede. In entrambi i casi, un inopinato evento globale imporrebbe l’assunzione di nuove regole e l’abbandono delle certezze fin lì accumulate. Ma, in realtà, conduce all’immobilità, riduce la presenza umana a puro sguardo.

E allora rimangono le passioni private, forse le manie. Rimangono i podisti che si impadroniscono della scena, in un mondo dove è possibile solo la coesistenza di miliardi di solitudini irrelate.

 
 
(Claudio Bagnasco)