Edoardo Rubatto

Libertà

 
 
 
 

LibertàIl bello dei libri è che li puoi leggere ovunque.

Ma io sogno un luogo nel quale chiudere fuori il frastuono.

Il privilegio della scrittura è che te la puoi portare appresso.

Eppure io cerco un angolo dal quale bandire le intromissioni.

La magia della letteratura è che ogni opera merita di essere letta.

Mentre io immagino un piccolo tempio nel quale consacrare frammenti di vita a ciò che vale la pena leggere.

È libertà sufficiente avere a portata di fuga il silenzio, la solitudine, e una scelta?

 
 
(Gianni Usai)
 
 

Illustrazione originale di Edoardo Rubatto.

 

Edoardo Rubatto. Cresco in un piccolo paese nella provincia nord di Torino. Poi mi laureo in antropologia culturale e compio un atterraggio di emergenza nel mondo della comunicazione. Smetto di fare sport, divento copywriter freelance, fondo fanzine più e meno umoristiche, ma sicuramente disturbanti, insieme a Walter Comoglio. Per sfogare le mie frustrazioni inizio a fare disegnini brutti su carta di recupero. Prima per il magazine Ivano (di cui sono co-autore), poi per il mio profilo Instagram. Alcune mie illustrazioni sono apparse su Squadernauti, qui, qui e qui.

 
 

Una falange di qualche dito [Corinzi I, 13]

 
 
 
di Giovanni Locatelli
 
 
 
 

Vi parlerò dell’amore.

Penserete “strano”, siete convinti che io sia un tipo freddo e cinico.

Può darsi, un certo cinismo sono disposto ad ammetterlo, ma vi radunate in un angolo della stanza e quando siete sicuri che non vi sento dite “era così arido”, dite “è stato avaro di sentimenti”, dite “non si è mai concesso veramente”. State tranquilli, parlate pure forte, non vi sentirei comunque, ma porcomondo quello che bisbigliate di nascosto è falso, e il mio stato è qui a testimoniarlo: in un letto di ospedale, privo di sensi e dei relativi organi, impermeabile a qualunque stimolo esterno e tutto concentrato sulle mie sofferenze posso dichiararlo con certezza: io ho amato. Eccome se ho amato.

Penso che tutto sia iniziato quando mi lasciò F. F era la mia vista e i miei occhi. Giravamo in città e lei mi faceva notare le facciate delle chiese, la forma delle case, gli scorci dai portoni, i fiori sui balconi, oltre a guidarmi passo passo vista la mia totale assenza di senso dell’orientamento. Il mondo aveva un senso allora, era ordinato e potevo percorrerlo con la certezza di arrivare, arricchito da tutto quello che F sapeva mostrarmi durante il viaggio. Quando lei se ne andò, non persi solo una compagna, mi ritrovai privo di occhi, incapace di vedere la realtà, perso in un mondo che mi risultava ignoto e inconoscibile. Mi dotai di un bastone per ciechi e di un navigatore satellitare e cercai di rifarmi una vita.

Incontrai H in un call centre, mi sentivo molto solo dopo l’abbandono di F, ma non avevo altra maniera per trovare compagnia, era un periodo buio per tutti, si viveva chiusi in casa. Certo che non l’ho mai incontrata, che scoperta, ci siamo sempre sentiti per telefono, ma fa davvero differenza? E allora vi confesso anche che non era un call centre, era una chat erotica. Siete contenti? Lo ripeto, non cambia nulla. Mi innamorai della sua voce, calda e bassa, persino roca, dopo aver fumato, e delle porcate che riusciva a inventarsi, o almeno così credevo. Scoprii presto che aveva più di settant’anni e che era tutto vero quello che raccontava. Aveva vissuto mille vite e mi parlava della sua giovinezza scapestrata, dei suoi amanti pericolosi. Se qualcuno ha capito il senso di questo caotico mondo disperato, di sicuro è H, pensavo allora e spendevo in telefonate il mio intero stipendio per carpirle il segreto. Non feci in tempo, finirono prima i soldi. Quando gli usurai vostri fratelli mi comunicarono che il conto era in rosso e mi fecero disattivare il servizio, H deve essersela presa. Mandò un sicario che mi tagliò le orecchie. Divenni sordo, oltre che cieco.

Conobbi L in ospedale, faceva l’infermiera, si occupava delle mie ferite, le puliva ogni giorno. L era morbida e dolce. Ringraziai il cielo di avermi mutilato la notte in cui lei si infilò nuda nel mio letto. Toccarla era un piacere assoluto. Immergevo la mia carne nella sua e ogni punto era ugualmente accogliente. Facevamo l’amore così spesso che nel giro di una settimana divenne ripetitivo. Allora lei iniziò con piccoli morsi, poi toccò ai pizzicotti, alle sculacciate, alle cinghiate e infine alle botte vere e proprie. Accettavo tutto con curiosità. Ogni colpo sulle natiche o sulla schiena esplodeva in forma di dolore, ma arrivava al cervello come un piacere che mi obnubilava i sensi. Non capivo più niente, ero felice.

Non so perché L decise di andarsene, ma prima mi fece un’incisione in testa e mi strappò la pelle. Da allora non ho più il tatto: tocco le cose, ma non me ne accorgo, il corpo di una donna non mi dà più godimento di quello di una bambola, né la superficie di una statua di marmo o un morbido tessuto sanno restituirmi quella sensazione di liscia perfezione che tanto amavo un tempo.

Mi restava ben poco da perdere eppure non volevo smettere di innamorarmi. Andò a finire che J, così credo si chiamasse quella meravigliosa ragazza indiana, mi rubò l’olfatto. Immagino fosse appena uscita da una baracca di lamiera di qualche slum nelle periferie e puzzava: un misto di frutta marcita, sesso, catrame o plastica bruciata, ma potrei sbagliarmi, sudore e marijuana. Non riuscii a resistere al suo afrore, ma andandosene mi lasciò privo dell’odorato come quando, dopo un cibo molto piccante, tutto sembra sciapo. Non volendo rischiare, mi aveva pure mangiato il naso oltre che, naturalmente, spezzato il cuore. Ogni cuore ha le sue ferite e una maniera per metterle nei ricordi facendone esperienza, mi pare di aver letto, una volta. Sarà così che le lesioni si rimarginano, immagino, ma la cartilagine del naso, vi assicuro, non ricresce.

Come accadde che D mi rubò il senso del gusto è tanto scabroso che non me la sento di raccontarlo. Non insistete, è inutile, la mia bocca è cucita, e non solo in senso metaforico.

Una libbra di carne fu il prezzo che pagai per ogni mio innamoramento e vi devo dire che lo considero un prezzo equo. L’amore mi ha restituito molto più di quanto mi ha tolto. Anzi, non mi ha tolto nulla: quei sensi non li avevo prima di conoscere F, H, L, J e D, o comunque non erano sbocciati. Loro me ne hanno fatto dono e loro se li sono ripresi: si potrebbe parlare di un prestito e ogni prestito, lo sapete pure voi, canaglie che non siete altro, ha i suoi interessi. Quando ancora facevamo affari insieme, mi avete imposto tassi da usura e ora mi biasimate per le mie disgrazie e allo stesso tempo spiegate le amputazioni come la giusta punizione per l’avarizia. Siete solo capaci di contraddirvi, siete solo campane che risuonano, come diceva San Paolo ai Corinzi. Aveva ragione. Campane che risuonano! Cosa vi sembra di aver capito della vita voi che non avete mai amato, o che l’avete fatto una volta, in gioventù, salvo poi chiudere il cuore come le città assediate dai barbari chiudevano le porte di accesso per poi morire di fame? Non avete capito niente. Niente, porcomondo. Non si può conoscere una persona senza amarla, e non la si può amare senza il rischio di esserne amputati. Sappiatelo: non potrò che disprezzarvi se non vi manca almeno una falange di qualche dito.

 
 

Giovanni Locatelli (Gio Diesis su FB e IG), ingegnere e scrittore (e musicista), viaggiatore che ha perso o mancato qualcosa, o forse non esattamente perso… più come se stesse aspettando qualcosa, cowboy a cui non è stata data una giusta chance, a cui non avrebbero nemmeno dovuto darla o a cui dovrebbero dargliene un’altra. (cit. Malcom Lowry – Sotto il vulcano). Alcuni suoi racconti sono apparsi su Squadernauti, qui e qui.

 

Illustrazione originale di Edoardo Rubatto.

 

Edoardo Rubatto. Cresco in un piccolo paese nella provincia nord di Torino. Poi mi laureo in antropologia culturale e compio un atterraggio di emergenza nel mondo della comunicazione. Smetto di fare sport, divento copywriter freelance, fondo fanzine più e meno umoristiche, ma sicuramente disturbanti, insieme a Walter Comoglio. Per sfogare le mie frustrazioni inizio a fare disegnini brutti su carta di recupero. Prima per il magazine Ivano (di cui sono co-autore), poi per il mio profilo Instagram. Alcune mie illustrazioni sono apparse su Squadernauti, qui e qui.

 
 

La notte delle formiche volanti

 
 
 
di Walter Comoglio
 
 
 
 

Per arrivare in soffitta ho creato un corridoio tra elettrodomestici vecchi, porcellane e alberi di Natale piegati in tre pezzi.

L’ultima volta che ero salito fin quassù ero bambino, credo.

Ora mi sento enorme. Le foglie cadute durante gli anni si sono sedimentate nella cornice del lucernario e ho dovuto spingere forte con entrambe le braccia per sbucare sul tetto. Mi sono affacciato e ho provato a spingere lo sguardo fino alle colline, come se con gli occhi dovessi attraversare strati solidi di spazio. Il cielo era una lastra grigia e uniforme, sembrava avessero dimenticato di pagare qualcosa lassù.

Nonna dettava legge dall’inizio del corridoio.

Era preoccupata che le formiche potessero arrivare all’improvviso.

Ho chiuso il lucernario e mi è caduta della polvere addosso.

“Non si vede nulla,” ho detto.

 

Per portare a casa nonna ho dovuto firmare una serie di documenti della casa di riposo che attestavano la mia responsabilità. Un paio di fogli stampati con caratteri larghi, che sembravano appartenere a un’altra era geologica. Ho firmato e mi sono assunto le responsabilità, poi siamo saliti in auto.

“Quindi è ora?”
“Quando diventi vecchio poi capisci.”

“Pensa se non divento vecchio.”
“Non far lo scemo.”

Nel viaggio si è lamentata che all’Istituto vogliono sempre che dorma il pomeriggio ma lei non ha sonno.

“Noi gemelli siamo sempre in movimento.”

Ha sorriso fiera di sé, poi si è messa a guardare fuori dal finestrino.

“È brutto diventare vecchi”, ha sospirato.

Quando mancava poco all’ingresso del paese, di punto in bianco ha iniziato a raccontarmi che da piccolo erodavvero bruttissimo, avevo la testa gigante e la prima volta che mi ha visto si era spaventata. Mi ha chiesto se ricordavo di quando mi sono venute le bolle su tutta la faccia, di come ero brutto. Le ho detto che quella è un’esperienza che mi ha segnato profondamente. Ha sospirato. Le ho chiesto come è stato il passaggio da vecchia autosufficiente a vecchia in ospizio, se la vede come una crescita personale inevitabile o come una caduta controllata dentro al burrone. Si è messa a ridere.

Alcuni operai stavano asfaltando sulla strada e montavano un guardrail alla curva di San Rocco. Mi sono dovuto fermare. Sembrava che tutto quel casino che di betoniere e grimaldelli che saltano arrivasse fin dentro la macchina. Ho iniziato a gridare vocali, provando a elevare la voce sopra il frastuono. Nonna mi ha seguito e siamo passati davanti gli operai con la bocca aperta come due scemi.

 
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La tosse

 
 
 
di Eva Luna Mascolino
 
 
 
 

Il giorno del proprio quarantesimo compleanno, Manuil Michajlovič Tarkovskij ricevette nove telefonate e arrivò a farne addirittura dodici. Quell’anno, infatti, la ricorrenza coincideva con la Domenica delle Palme, per la quale solitamente ci si scambiava gli auguri come si faceva per Capodanno. L’ultimo che chiamò fu il medico Roman Nikolaevič, per aggiornarlo sulla condizione di un suo atavico disturbo psicosomatico.

Il singolare rapporto di Manuil Michajlovič con una tosse dispettosa era cominciato il giorno in cui la famiglia Tarkovskij aveva organizzato un’escursione di un’intera giornata a San Pietroburgo per festeggiare in grande stile il suo sesto compleanno. Lui e i genitori avevano raggiunto la città dopo nove ore di treno e si erano messi a visitarla senza badare al sonno, alla sete e all’eventualità di riprendere fiato, pur di visitare i monumenti principali entro la giornata. Dopodiché, all’ora del tramonto, la famiglia aveva appreso dalle parole di un altro gruppo di visitatori che quella sera, al teatro Michajlovskij, sarebbe stato in scena un celebre balletto per il quale c’erano ancora alcuni posti disponibili.

Manuil chiese allora di assistere allo spettacolo e, dopo qualche minuto di incertezza, padre e madre approvarono la proposta, dirigendosi insieme al figlio fino all’ingresso dell’edificio. Aspettarono in fila di pagare tre biglietti e chiesero informazioni sullo spettacolo. La rappresentazione era intitolata La fille mal gardéé e avrebbe condizionato l’ignaro festeggiato per gran parte degli anni a venire – non tanto per via di quello che stava per vedere, quanto per quello che non avrebbe mai visto.

La densità di tensione generata dalla straordinarietà di quell’esperienza, sommata alla sua emotività, provocò infatti nel bambino un pizzicore alla gola. Simultaneamente al suo istintivo bisogno di tossire, però, si erano spente le luci nella sala, mentre un fascio di suoni e colori caldi invadeva già l’ambiente. Manuil Michajlovič, combattuto fra l’impulso fisico e la concitazione, preoccupato all’idea di disturbare gli altri e di distrarsi, represse allora lo stimolo e continuò a ignorarlo per tutto il tempo.

Quando l’ultima nota suonata dall’orchestra lo rese nuovamente libero di preoccuparsi di sé stesso, Manuil Michajlovič realizzò di aver impiegato tutte le proprie energie e attenzioni per camuffare l’attacco di tosse, e di non avere osservato se non qualche passo dei personaggi secondari. Uscì dal teatro col fiato corto e gli occhi fuori dalle orbite, a dir poco distrutto per la delusione e per lo sforzo sovrumano con cui aveva cacciato via il bisogno di tossire.

Persuasi che fosse stato il balletto a sortire quell’effetto, i genitori trascinarono via Manuil Michajlovič e gli garantirono che non lo avrebbero mai più sottoposto a una tortura tanto lunga. La loro parola venne mantenuta per parecchi anni e Manuil Michajlovič ebbe modo di tornare nella metropoli solo quando, per farsi perdonare una condotta piuttosto cattiva, si era offerto di sbrigare alcune commissioni per la madre dovunque fosse stato necessario – perfino a San Pietroburgo. E fu proprio lì che il quasi trentenne venne effettivamente inviato, perché si testasse l’affidabilità della sua parola.

Anche in quell’occasione la trasferta determinò un cambiamento nella sua esistenza: in una sartoria poco lontana dal negozio in cui lui doveva comprare delle tende nuove per la camera da letto, infatti, lavorava una ragazza di nome Diana, che aveva antiche origini occidentali, nome mitologico e aspetto angelico, incarnando la vittima ideale del suo primo colpo di fulmine.

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