Dimmi la verità

Il latte di Arianna

 
 
 

di Andrea Mauri

 
 
 
 

Non mi sento svuotata del tutto. Il ventre continua a essere abitato. Pensavo fosse Arianna, ma lei è già tra le mie braccia. No, questo ingombro non può essere la piccola creatura appena nata. Qualcos’altro si muove nelle viscere. A pensarci bene una spiegazione ci sarebbe: potrebbe essere l’ombra di Arianna, l’ombra che nessuno ha aiutato a uscire ed è rimasta intrappolata nella gabbia uterina. Intanto la piccola frigna e schizza lacrime sul capezzolo. I neonati possiedono un’ombra? In fin dei conti mi sembra una considerazione stupida, la mia. Il corpo di queste piccole creature è troppo minuto per proiettare luce all’esterno. Arianna se la mangia la luce. La inghiotte insieme al latte, ne ha bisogno per crescere come linfa vitale. Eppure le contrazioni al ventre continuano irregolari. Lancio le ginocchia al petto, quando le fitte si fanno insopportabili. Scuoto il materasso, proteggo la bambina dalle onde di assestamento, dagli scatti di dolore che non so controllare. Se non è lei, se non è la sua ombra, che cosa viaggia dentro di me?

Arianna sembra crescere bene. I primi giorni di vita sono importanti. Anche se la sensazione di pienezza mezzalunanon cessa, torniamo a casa. Ho messo il lettino nella stanza dove dormo. È soprattutto di notte che quel terzo incomodo non mi dà tregua. Mi assale il dubbio assurdo che in ospedale non si siano accorti di un gemello di Arianna, che lo abbiano lasciato dentro per errore e che ora scalpiti impazzito per rivendicare il diritto di venire al mondo. Aspetto l’alba per ridimensionare i mostri dell’insonnia, ma non si placa la sensazione di qualcosa che guizza a mia insaputa, qualcosa che sguscia tra le pareti dell’addome. Nell’altra stanza, quella con il tavolo e l’angolo cottura, mi siedo accanto alla finestra mentre allatto Arianna e lavo via le angosce, sbirciando attraverso i vetri il riflesso candido della mezzaluna. Fa a gara con il biancastro del latte che la bambina succhia voracemente, insieme agli altri liquidi e nutrimenti che il mio corpo può offrirle in dono.

Che c’è che non va? Che ti succede stasera? Cos’è questa smania improvvisa?

La piccola è così rapida nei movimenti, che mi graffia le braccia con la tutina. Sputa sul capezzolo arrossato dalla fatica di allattare, lo respinge con la sua piccola lingua. Sbava latte dagli angoli della bocca, rigurgita liquido che si trasforma in fiotti spumosi e scende alla gola. Improvvisamente diventa rossa, rosso fuoco, rosso acceso sul volto e sulle gote. La ninnananna l’agita oltremodo e risveglia persino l’alieno che mi segue come un cane fedele nelle viscere. Lo sento scuotersi all’altezza delle mammelle, cambiare posizione, arrotolarsi su stesso. Il seno si indurisce, lo tasto, lo stringo tra i polpastrelli. Dondolare Arianna significa scuoterla come un biberon pieno di latte. Quel liquido biancastro da poco ingurgitato si riaffaccia sulla bocca spalancata in cerca d’aria. Bolle schiumate dall’odore acidulo le scoppiano sul volto minuscolo, le lavano la faccia, la soffocano, le ostruiscono le vie respiratorie. La piccola contrae il corpo dai rigurgiti, scola ovunque, ricopre persino il rossore della febbre con il bianco del liquame, fino a modellarne i lineamenti minuti in una maschera irriconoscibile.

Resisti, Arianna. Resisti.

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Dimmi la verità

 
 
 
di Andrea Mauri
 
 
 
 

Mi devi una spiegazione, Riccardo. Esigo una risposta. Qualcosa che mi conforti, che mi scaldi stanotte. I medici ripetono che si manifesta in mille modi, la bestia proteiforme. Che ti assale quando meno te l’aspetti e ti fa sragionare. Ho bisogno di certezze, cazzo. Sono malato? Non lasciarmi solo come hai fatto l’anno scorso. Rinuncia alla cena della vigilia. Rimani con me. Tutta la notte. Abbracciati. Stretti fino a strozzare la bestia nel corpo. Uniti fino al domani. Se riesco a vincere il panico almeno nel giorno di Natale vorrà dire che ne sarò fuori. Definitivamente fuori. E potremo tornare insieme.

Ho bisogno di certezze. Non posso brancolare nel buio. Prenditi la responsabilità di dirmi come stanno le cose: perché le gambe mi tremano e cuore e polmoni si fermano all’improvviso? Per quello che chiamano panico? Subdolo, strisciante, ammiccante come tante lucine intermittenti che addobbano case, giardini, alberi. Queste luci sanno affondarti nel vortice per poi sputarti fuori, rigettarti come un rifiuto dopo averti massacrato l’anima e averla ridotta in poltiglia con la falsa promessa di una festa che semina solo panico. Puoi spiegarmi se la bestia dell’anima torna sempre a Natale oppure sono io che ho le traveggole? Cazzo, ho bisogno di certezze. Rispondimi, Riccardo. Abbracciami. Abbracciami, rispondimi. Scegli tu, ma stammi vicino in questa vigilia di panico.

Ti prometto che non reagirò male. Qualsiasi rocca-di-calascioverità vorrai confessarmi. Anzi, ti autorizzo a sputarmela in faccia, la verità. A costo di leccarmi le labbra con l’umido della tua saliva viscosa che sa di troppo tabacco. Perché non vuoi dirmi che vado sempre in crisi, quando vivere diventa un gioco da equilibristi, quando non sono permessi passi falsi, quando bisogna stare attenti a quello che si dice in famiglia, soprattutto a Natale? Già, il Natale inviolabile, la festa statica in cui è meglio riempirsi la bocca di cibo che lasciarla libera di raccontare verità sconvenienti. Pure tu sei figlio di questo Natale immobile. Allora, che aspetti a sputarmi in faccia? C’è dell’altro che non so? Che non posso sapere? Riccardo, se non ci proteggiamo l’uno con l’altro, che ci facciamo insieme? Abbandoniamo almeno per quest’anno le famiglie. Trascorriamo un Natale per conto nostro, almeno uno. Ci hanno separato a ogni festa, continueranno a farlo se gliene diamo l’opportunità. Riccardo, abbandoniamo tutto e ti prometto che non avrò più attacchi di panico. La bestia sparirebbe, se solo riuscissimo a stringerci senza mai lasciarci, da stanotte a domani, e a svegliarci stanchi per lo sforzo di restare incollati. Ti immagini come sarebbe bello lasciare le imposte aperte, spegnere la luce e far entrare solo l’intermittenza delle luci degli addobbi che colorano la strada? Ti immagini come sarebbe ridicolo provare a contare i secondi che passano tra un colore e l’altro? Sono sicuro che se provassimo a giocare insieme stanotte, il panico si spaventerebbe della nostra felicità, si sentirebbe un intruso e sparirebbe da noi, almeno per questo Natale.

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