Danilo Soscia

Cordoglio

 
 
 

di Danilo Soscia

 
 
 
 

Un uomo in lacrime prenota un taxi dal telefono della sua abitazione.

Quando la macchina arriva, l’autista gli domanda, Dove devo andare? E l’uomo pronuncia per esteso un indirizzo e il nome di una località. Poi, carica nel portabagagli una borsa di tela. Sale sul sedile posteriore, e il volume della sua persona pare collassare.

Rimane assente per alcuni secondi. Si rianima, e mentre slaccia il cappotto domanda a sua volta, Conosce bene la strada? Il tassista mastica a vuoto, e come risposta abbozza una smorfia da coniglio. Ha la faccia consunta dai buchi acneici, e un paio di occhiali da sole con le lenti opache, i cui naselli sono infiltrati da una specie di ossido nero e verde.

Durante la traversata il passeggero pare distrarsi nella contemplazione delle facciate. Alle finestre dei palazzi sventolano ghirlande logore di una festa già passata. Le strade essudano avanzi di cartone. La vista di un cane rompe l’ordine sconnesso di un panorama affranto e immobile. L’uomo estrae dalla tasca della giacca un foglio piegato in quattro, si concentra su quello, e intanto il taxi imbocca un segmento finalmente sgombro di cose. Il tassista domanda, Cosa c’è scritto su quel pezzo di carta? E l’uomo risponde senza scomporsi, Niente che valga la pena ricordare.

Senza preavviso, il taxi si ferma in prossimità di un chiosco di fiori. Il conducente si scusa, blocca il tassametro e scende dall’auto. Dal capanno fradicio di vetro e lamierino gli viene incontro un ragazzo dai tratti indiani, una camicia di cotone aperta sul seno. Trattano in modo fitto, poi l’autista punta il dito verso il passeggero e dice qualcosa che fa sorridere il giovane. Alla fine paga per un mazzo di dalie incartato nel cellophane. Torna alla macchina, si china al finestrino del passeggero. Dice rivolto all’uomo, Sono per lei.

Il viaggio è lungo, e si snoda nei meandri famelici di quartieri, itinerari dal manto distrutto, case guaste, abitazioni a spiga dalle quali, con l’arrivo della sera, baluginano brevi lampi rossi e azzurri. Il taxi parcheggia a poca distanza da una monofamiliare a due piani immersa in un roseto, le luci del pianoterra accese. Voci di bambini e di un televisore. L’uomo si raccomanda all’autista, Torno subito, mi aspetti qui. Scende e preleva dal portabagagli la borsa. Poi, senza bussare né annunciarsi varca la soglia dell’abitazione. La luce al primo piano si spegne. Anche il televisore tace. Restano solo le voci dei bambini, bianche, continue, senza intervalli. I lampioni della strada si accendono. Ora, il silenzio è pieno, e quasi addormenta.

L’uomo esce dalla casa così come vi era entrato. Sale sul taxi e sussurra, Andiamo.

Il motore si avvia, e così attraversano l’intero isolato a fari spenti. Giunto nel parcheggio di una stazione di servizio, il conducente si rivolge al passeggero, Posso venire a sedere accanto a lei?

L’uomo acconsente.

Si ritrovano vicini, a guardare fuori, esposti al mondo nella bolla fluorescente di un distributore di benzina deserto. Senza distogliere lo sguardo dal finestrino, l’uomo sussurra, Da quando siamo partiti non si è mai tolto le lenti scure.

Il tassista stringe le dita intorno alle rotule, e scostando appena le labbra si schermisce, Le chiedo scusa, è solo perché sono timido.

Alla sua età?, lo incalza l’uomo.

Sì, risponde, Non si smette mai di odiare il proprio aspetto.

Scendono dal taxi quasi all’unisono. Il passeggero apre il portabagagli e ne ricava di nuovo la borsa di tela. Domanda all’autista, Vuole conoscerne il contenuto?

Senza attendere una risposta, la posa a terra, ne spalanca i lembi, ed estrae una semiautomatica a canna corta. La passa al tassista e gli dice, La prenda.

Costui la raccoglie, la soppesa. Poi, gliela riconsegna e dice, Grazie di tutto.

È così che il passeggero gli punta contro la pistola, e gli buca la testa.

Rientrato nel taxi, si leva le scarpe. Si mette comodo, scosta il mazzo di dalie. Usa il cappotto come una coperta. Si addormenta.

Quando il sole è di nuovo alto, sale al posto del guidatore. Accende l’auto e riparte.

Piange.

 
 

Danilo Soscia è nato a Formia nel 1979. Scrittore, giornalista, studioso di letteratura di viaggio e di Asia Orientale, vive e lavora a Pisa. Ha esordito nella narrativa nel 2008 col sorprendente Condòmino. Storie per 36 interni (Manni) e ha curato In Cina. Il Grand Tour degli italiani verso il Centro del Mondo 1904-1999 (Ets) e Forma sinarum. Personaggi cinesi nella letteratura italiana (Mimesis). Due brani del romanzo inedito Il vangelo secondo la scimmia. Viaggio intorno al mondo sono usciti su Atelier (n° 71, a. XVIII, settembre 2013). Su Squadernauti sono apparsi alcuni estratti del lavoro inedito Atlante delle meraviglie. Vita di Bao Bao allo zoo di Berlino e altre storie, come La museruola, J. F. è l’assassino, Dialogo con un morto in una vasca da bagno, Vita di Bao Bao allo zoo di Berlino, Fenicotteri, Loto giapponese e Fine di un maestro elementare. Questo blog ha inoltre ospitato cinque brani de I topi. Biblia pauperum, anch’esso inedito; in ordine di apparizione, Il maialeL’uomo nero, La sepoltura dei mortiIl macello di Circe ed Edipo e la moneta.

 
 

L’immagine proviene da qui.

 
 
 

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Fine di un maestro elementare

 
 
 

di Danilo Soscia

 
 
 
 

Quando saltai a piedi uniti oltre la soglia dell’aula, vidi che i bambini avevano tutti indossato una maschera da coniglio. Al mio trionfale ingresso si alzarono in piedi, e come avevo loro insegnato gridarono con la fronte rivolta al soffitto, Buongiorno Herr Wittgenstein.

Buongiorno miei cari.

Scagliai secco nell’aria il bastone di bambù, e così il mio taccuino, pronto a vedere scalfita la testa di qualcuno dei miei allievi. Sentii entrambi ricadere a terra con uno scoppio, e mi ripromisi di farli raccogliere a fine giornata.

A cosa debbo la presenza di questi candidi leprotti nella mia classe? Sono morti tutti i lupi?

Uno di loro si alzò in piedi, i palmi delle mani aderenti alle cosce, la voce smorzata e intontita dall’eco della cartapesta, No, Herr Wittgenstein, siamo il suo corteo funebre. Oggi è il giorno del suo funerale. 

Bene, risposi paziente, Allora vieni alla cattedra a recitare il mio elogio.

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Gli altri animali

 

a Danilo Soscia

 
 

Gli altri animali non perdono tempo.

Gli altri animali non conoscono la noia perché dividono il loro tempo in due: fare qualcosa, non fare niente. Quando non fanno niente, gli altri animali stanno.per-claudio

Gli altri animali abitano il mondo per quello che è. Fanno tutto quello che possono, senza risparmiarsi nemmeno per un istante. Ma senza mai pretendere niente più di ciò che il mondo può dare.

Gli altri animali, se si riparano o si curano, non lo fanno per esasperare la lunghezza della loro vita. Lo fanno per portare la loro vita alla fine.

Gli altri animali non inventano niente. Sanno che la natura non va aumentata.

Sanno anche, gli altri animali, che la natura non va diminuita.

Gli altri animali non parlano, non pregano, non leggono né scrivono libri.

Adoperano il linguaggio solo per comunicare la verità.

 
 

Illustrazione originale di Alessandro Alloisio.

 
 
 

Loto giapponese

 
 
 

di Danilo Soscia

 
 
 
 

A novembre vidi scendere una scimmia dalla cima di un loto giapponese.

Mi venne incontro e mi porse una banconota da dieci. La presi, la piegai in otto parti e la ingoiai.

kakiCondussi la bestia da mia moglie e le dissi, Dalle qualcosa da mangiare.

Mia moglie la osservava in silenzio, puntava gli occhi sull’animale, mentre questo celava il viso dietro le zampe, e diceva piano, Non mi guardare.

Tornammo tutti e tre al loto giapponese, e io lo indicai alla scimmia. Le domandai, È questa casa tua? E la scimmia annuì.

Io e mia moglie ci intrattenemmo sdraiati in terra a vezzeggiarla. Mia moglie cantò una canzone triste, di quando ancora non era sposata.

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Fenicotteri

 
 
 
di Danilo Soscia
 
 
 
 

Mamma è in coma, e l’estate non è nemmeno cominciata. Nello spaccio dell’ospedale ho finalmente comprato lamette e schiuma da barba, anche se mamma vorrebbe che io non mi radessi mai. Mamma salmodiava sempre di quanto fosse stanca di vedere gente prendersi per mano, coppie che si scambiavano gesti di affetto, di consenso, piccoli tocchi d’intesa, sorrisi. Mamma era stanca di essere circondata da eventi compiuti, tragedie minime che si formavano sotto ai suoi occhi. Mamma era stanca di testimoniare.

Quando ho chiesto all’infermiera di poter usare il bagno della corsia, mi ha guardato come si fa con le persone cattive.

Ho raccolto una lametta da una confezione di dieci, e lanciato la mano sinistra a impastare sul viso mezzo centimetro di schiuma a pressione. È un’operazione schifosa, il cui fine è raschiare dalla pelle i peli che in modo ovvio vi crescono. I punti rossi di sangue sul mento e sul labbro superiore saranno il segno della mia resa. E per questo proverò affetto per loro. Io e mia sorella abbiamo superato da tempo la fase del rimorso. Quell’incrocio obbligato attraversando il quale ci siamo rammaricati, senza vera commozione, di quanto mamma abbia sofferto nella vita. Una giovinezza rimasta senza nome, quindi il matrimonio, due figli, la scomparsa precoce di suo marito, nostro padre, il bisogno colpevole di occuparsi di chiunque lo pretendesse, e infine la nostra maturità, il nostro essere niente come giusta ricompensa al suo sacrificio. Io e mia sorella avremmo voluto coltivare un mirabile senso di colpa, ma questo purtroppo non è accaduto. La fortuna ci ha assistito di rado. Non ci siamo nemmeno accorti del suo male. Curare il suo terrore, dopo la notizia, sarebbe equivalso a curare il nostro. E noi non vogliamo guarire. Vogliamo diventare saggi, immortali. Forse mamma è caduta in un sonno senza ritorno perché ha creduto, a un certo punto, di potersi salvare. La schiuma da barba è velenosa, l’essenza di mentolo è amara. Non c’è futuro.

fenicotteriMamma aveva paura dei baci, e anch’io ne ho, e ne avrò sempre. Mia sorella vorrebbe approfittare del coma, e darle tutti i baci che ha dovuto abortire negli anni, ma il desiderio di questo scarto, mi ha detto, le procura vergogna. Perciò nessuno bacia mamma.

Hai smesso di somigliarle, ha detto una volta mia sorella. E forse ha ragione. Da anni ormai ho preso le distanze da tutto quanto appaia simile al passo pesante di mia madre, al suo modo di parlare, confezionare il cibo nei piatti, ripiegare le lenzuola nel letto. Io non sono più lei.

Io e mia sorella abbiamo paura del risveglio di mamma. I medici non lo escludono, anzi ce lo hanno annunciato come probabile. Il male che affligge mamma certo non scomparirà, la consumerà in modo continuo e puntuale, ma questo forse non impedirà una nuova veglia. Mamma non è vecchia, o almeno non ha l’età che si direbbe pacifica per chi è destinato a morire. A noi appare eterna, ancora in grado di accompagnarci nel nostro rigore senza senso, nei lavori saltuari, nella ricerca ostentata di qualcosa per cui vantarci, soprattutto con lei. Mamma non ha più i capelli e ha perso metà del suo peso. Confesso che all’inizio del suo dimagrire l’avevo ritrovata addirittura imbellita, detentrice di una grazia ulteriore. Mamma non ha mai curato il suo aspetto perseguendo un disegno. Si recava da una specie di parrucchiere ogni tre mesi, si depilava, e ha continuato a farlo poco prima di entrare in ospedale. Indossava i suoi pochi gioielli nelle occasioni in cui era costretta a lasciare l’appartamento in cui vivevamo, e quando suo marito è scomparso, li ha rivenduti per una cifra inesistente. Il suo sentimento del colore è sempre stato ridicolo, pretenzioso. Il suo animale preferito è il fenicottero.

Fenicotteri comparivano sulla carta da parati nella stanza mia e di mia sorella. Fenicotteri di notte, al buio. Fenicotteri al mattino quando mamma ci chiamava per soccorrerla nel rito emetico del latte e del pane fradicio. Fenicotteri incorniciati in finte stampe giapponesi, dai colori guasti e le calligrafie fasulle. Fenicotteri sulle lenzuola, uccelli buoni, che con il becco sanno separare il fango dal cibo, la melma dalla rugiada. Il bagno della corsia è rivestito di maioliche verdi, accecanti. (altro…)