Cristiano Baricelli

MAPPA DI UN CUORE CHE BRUCIA

 
 
 
 
di Caterina Villa
 
 
 
 

Freddo. Nuvole troppo vicine al naso. Un lampo in fondo agli occhi quando finisce nel cono di luce di un lampione. Rotolare di sassi di un motorino che passa sghignazzando. Eugenio si stringe nel cappotto. Zaffata di naftalina. Preso dal mucchio, sì quello che ha portato don Mauro. Colori troppo rumorosi. Ma questo è nero. Nero va bene. E ora nella tasca un peso che prima non c’era. Strano. Buono. Fresco. Ci lascia scorrere sopra le dita. Continua a camminare.

Nel naso aveva odore d’incenso. Cantavano Santo, Santo, Santo. Quella la sa anche lui. Don Mauro gli dice sempre che ha una buona memoria. Li porta in chiesa tutte le domeniche, tutti insieme in fila indiana lungo i marciapiedi, seduti in fondo sull’autobus. Don Mauro li porta nella chiesa principale, però. Quella con quell’uomo sulla croce grande che ha sempre la faccia disperata, come Lorenzo quando si sveglia di notte nel letto accanto al suo, la bocca deformata, l’ultimo urlo infilzato nel labbro come gli ami di Barabba, che con lui non doveva parlarci diceva lei. Don Mauro li fa sedere nei primi banchi. Eugenio tiene le mani sotto le cosce. Ferme mani. Non bisogna spaginare il breviario, né tamburellare sul legno e nemmeno giocare a morra. Sotto le cosce. Così è giusto. Così va bene. Nella chiesa grande, però, ci sono candele e monete nel cestino con il manico lungo e fiori, fiori dappertutto e prude il naso e i fiori. Nella stanza che sa d’incenso, invece, non c’erano candele né fiori. C’era odore di legno vecchio e una luMappa di un cuore che bruciace piccola. E sul muro tante facce e divise e bianco e grigio. Piloti davanti ai loro aerei, piloti in posa, piloti contro lo sfondo del cielo e della pista vuota. Piloti come nonno Enrico, che non aveva mai conosciuto ma che sapeva come il Santo, Santo, Santo. Vorrei portarvi via tutti, aveva pensato. Ma poi si era guardato le mani ed erano solo due. Non potevano bastare. Un po’ più a destra, in un angolo, cuori d’argento su un rosso polveroso. Grappoli luminosi. Aveva allungato una mano, aveva toccato un cuore. Era liscio. E sopra? Ma quel cuore stava bruciando! Andava spento? Era leggero. Come i passerotti che riportava la micia. Con quei becchi gialli e gli occhietti chiusi. Se l’era messo in tasca liscio e leggero e bruciante. Avrebbe funzionato.

E così adesso aspetta che il cuore faccia il suo lavoro. Ha camminato e nel frattempo è scesa la notte e la nebbia si è ingoiata la cima della torre, quella alta, quella da cui se l’aria è pulita si vede il mare. Una strisciolina laggiù. Ma non si deve pensare al mare. Mare vuol dire lei. Vuol dire sale e acqua e qualcosa che non va con lui. In lui. Vuol dire molto caldo e un vuoto che si espande tutt’intorno. Come nello spazio, l’ha visto in un film l’ha visto. Niente mare. Cattivo mare.

La strada è nera e lucida, bava di lumaca – che groppo che gli fanno venire in gola le lumache così nude e morbide e umide. Annusa forte. Sotto i portici c’è già odore d’inverno. Un signore russa piano avvolto in una coperta. È ora di dormire? Tira su il braccio, si scopre il polso sinistro, fa così Don Mauro quando poi dice l’ora. Ma il suo di polso è nudo. Non ha un orologio, ma ha fame. Nella tasca accarezza il cuore, piano, per non spaventarlo. Forza piccolo, lavora. Da un bar si rovesciano fuori delle risate, rumore di bicchieri, voci gonfie che fan paura. E cos’è che batte adesso? Il suo di cuore o quello che brucia? Si piega un poco su se stesso, per ascoltare meglio. Forse è il suo di cuore, quello magico non batte, brucia eterno e basta. Le colonne sfilano alla sua sinistra e gli fanno venire da ridere, dritte così, ma non si ride da soli per strada, sennò si accorgono di te e ti guardano come se dentro portassi nascosto qualcosa di terribile, anche se, che lui sappia, dentro non c’è proprio niente a parte i polmoni e il fegato e il sangue ma quella roba se la portano dietro tutti, no? Allora sta zitto e ride nella sua testa. Imbocca l’ottava strada a destra. Bel numero l’otto, morbido, tondo, bignè alla crema. È da un po’ che segue un odore specifico, odore di legna e cenere, sì, odore di qualcosa che non c’è più. Odore di una casa piccola e un albicocco fuori dalla porta e un gatto con gli occhi azzurri. Non saprebbe ritrovarla quella casa. Sopra la sua testa sfilano persiane chiuse, l’umidità gli si appiccica addosso. Deve aprire bene la bocca per respirare. Non si può fermare. Come gli squali, no? Che non si fermano mai. Non bisogna far spegnere il cuore, sennò non può funzionare. Sennò non può riportarla qui.

Il portone si apre all’improvviso, legno marcio e il freddo che cambia di tono. Stringe il cuore e ci s’infila dentro. Mura gialle canarino uccellino tuorlo d’uovo. Alberi sottili e fuoco e musica, profonda, che gli rimane sotto la suola delle scarpe. C’è uno striscione appeso di traverso sopra le arcate. Non riesce a leggere cosa c’è scritto, linee e curve nere.  Gli fanno venire in mente le nuvole che formano gli stormi degli uccelli prima di ripartire per l’inverno. Ce n’erano tante sopra i tetti al mare, il corso vuoto, le cartacce sotto le panchine, le gelaterie chiuse. No, non il mare di nuovo. Scuote la testa Eugenio. Deve tornare qui. Tutt’intorno ci sono le ombre, ombre vicino a un fuoco, ombre sedute a un tavolo sotto stelle di vetro. Ma lui non ha paura, lui ha il cuore, lui è invincibile e presto lei tornerà e riprenderanno da quando l’ha lasciato. Un’ombra si avvicina, gli chiede se ha fame, lui annuisce. Mangia senza guardare nel piatto, fissa le fiamme e inspira il fumo. Mangia in piedi dondolandosi piano. Non ci si ferma. No, non ci si ferma. La nebbia sta scendendo ancora. Deve andare. S’inchina alle ombre e poi s’incammina, curvo su se stesso, una conchiglia intorno alla speranza.

Buio e umido intorno e dentro un frullio sommesso. Prega i suoi piedi di continuare a disegnare la mappa per tornare da lei, ma c’è un peso nuovo nelle ossa, un chiarore inizia a diffondersi su nel cielo.

All’improvviso tutto esplode di giallo. A terra, in aria. Il giallo scende in piccoli riquadri e tappezza la piazza. Come carte di caramelle, come miele quando aveva il mal di gola. Le sue dita trovano le fiamme del cuore. Vorrebbe che gli tagliassero via la pelle. Anche se sa che pure questo non va bene, che anche questo fa piangere l’uomo sulla croce. Si abbassa, infila le mani tra le foglie, sono sottili. Ventagli piccoli che sanno di terra. Un tempo gli hanno detto come si chiamava l’albero da cui son cadute ma lui il nome non lo ricorda. Sono ovunque, i ventagli, fino al portale della chiesa. È enorme e gli fa tremare i polsi.

Perché ancora lei non è qui? Perché non arriva ad abbracciarlo, a cancellare le parole e le medicine e gli sguardi.

Eppure lui ha camminato, ha cullato il cuore amuleto magia e adesso la notte sta per finire. Afferra il cuore lo tira fuori dal suo nascondiglio nero naftalina. Se lo rigira tra le mani. Brutto cuore. Cattivo cuore.

Lo schianta a terra in mezzo al giallo. E da dentro, in fondo al sangue e alle cose più nascoste, nasce un urlo che gli risale su per la gola ed esce nel mondo.

Nella testa è un rollio di suoni e il mare e il vento. Ha disegnato una mappa per lei, ci ha messo il cuore in mezzo. E tanto lei non torna. Lei con la sua mano grande intorno alla sua piccola. Già sbagliata. Per sempre sbagliata.

 
 

Caterina Villa, nata nel 1988 ad Assisi, vive a Roma e lavora come giornalista televisiva. Di recente ha pubblicato due racconti su “Rivista Blam” e un suo racconto è stato selezionato per far parte dell’antologia del progetto “Sfocature” organizzato da Fiaf, Risme ed Emuse.

 
 

llustrazione originale di Cristiano Baricelli

 

Cristiano Baricelli nasce a Genova nel 1977. Autodidatta dal 1997, elabora una personale tecnica di disegno basata sull’uso della penna a sfera. Ha partecipato a numerose mostre collettive e personali e collabora con Fanzine e Magazine di illustrazione tra cui: Grrrz Comic Art Books, Nurant, Osel,Watt, CartaCanta, Nitch, L’inquieto, Pastiche, Verde Rivista, Antropoide, Illustrati, Nèura, Freak Out, Guida 42, Carie, Rituali, Effe Rivista, Risme, Squadernauti, Racconti Crestati, Digressioni, Horror Moth. Attualmente sta sperimentando tecniche miste, e odia svegliarsi presto la mattina.

 
 

Salvatori

 
 
 
 

SalvatoriChi protegge le parole?

Chi le salva dal disuso e dall’abuso? Dall’oblio e dall’equivoco? Dall’ignaro che se ne serve per colmare i vuoti, puntellare gli scompensi?

Chi le preserva dai censori? Dal paladino con la falce? Dal dito che indica, condanna e assolve, si fa complice?

Non certo i Maestri pronti a bruciare pagine di dizionario per conservarle pure.

Le parole sbagliate non esistono, ci sono solo spazi e tempi inadatti ad accoglierle, bocche alle quali non appartengono.

 
 
(Gianni Usai)
 
 

Illustrazione originale di Cristiano Baricelli

 

Cristiano Baricelli nasce a Genova nel 1977. Autodidatta dal 1997, elabora una personale tecnica di disegno basata sull’uso della penna a sfera. Ha partecipato a numerose mostre collettive e personali e collabora con Fanzine e Magazine di illustrazione tra cui: Grrrz Comic Art Books, Nurant, Osel,Watt, CartaCanta, Nitch, L’inquieto, Pastiche, Verde Rivista, Antropoide, Illustrati, Nèura, Freak Out, Guida 42, Carie, Rituali, Effe Rivista, Risme, Squadernauti, Racconti Crestati, Digressioni, Horror Moth. Attualmente sta sperimentando tecniche miste, e odia svegliarsi presto la mattina.

 
 

Mio fratello Eric

 
 
 
di Niccolò Scarpelli
 
 
 
 

Ebbene, il discorso è molto semplice. Mio fratello è un dandy. Si chiama Eric e ha 21 anni e anche se non è particolarmente bello la sua persona si manifesta nella bellezza, scompare e riappare come se ogni frammento di sé (cioè di lui) si trovasse davanti a uno specchio. Quando pensa che nessuno lo stia guardando Eric balla e si muove con fare sinuoso come se fosse su un palcoscenico. Mio fratello è un’unità fisica composta in parti uguali da estetica ricostruita e ossa robuste. Come ho detto non è particolarmente bello, ma non per questo è brutto: Eric è uno di quei ragazzi che sanno fare gli occhi dolci – e per inciso i suoi occhi sono verdi ma di un verde innaturale, come salvia appassita al sole, un colore che non vorreste trovare nella vostra cena.

Eric sa risplendere e mettere in risalto la sua Non Particolare Bellezza come se da essa dipendesse un volere più grande. Riesce a racchiudere tutto se stesso all’interno della sua presenza fisica, il che a mio avviso è una cosa piuttosto figa; e anche se le sue mani sono un po’ troppo piccole per un uomo – le sue gambe leggermente a X, le spalle strette e sempre ricoperte di piccole escoriazioni che cadono dai suoi capelli (quello che sto dicendo è che ha la forfora), la pelle arrossata, chiazzata, ruvida per via della dermatite… anche se cammina con i piedi all’indentro, anche se sputacchia leggermente quando parla, anche se le sue mani sono sempre sudate (e anche i suoi piedi a giudicare dall’alone che lascia nelle ciabatte ogni volta che se le sfila) e sorride arricciando il naso verso l’alto, scoprendo una porzione troppo vasta delle gengive – insomma anche se i suoi difetti fisici non sono di certo un segreto, possiede un senso di singolarità assoluta. È come se fosse capace di opporsi agli altri brillando sotto una luce particolare, unica, una luce che sembra toccare soltanto lui e che è lui stesso a controllare, sfumare, amplificare, annichilire. Mio fratello sbatte le palpebre e la sua figura ritorna quella di un ragazzo ingenuo e goffo e Davvero Tutt’Altro Che Bello. Ed è proprio questo, secondo me, che lo rende un dandy perfetto, questa sua qualità di far arrivare la sua presenza attraverso il volto degli altri, tramite la luminescenza che lui stesso reprime e alimenta su chi lo circonda.

Ovviamente questo non è l’unico motivo per cui Eric è un dandy. Mio fratello costeggia la propria esistenza; recita il proprio ruolo, o quantomeno quello che [lui] crede sia il suo ruolo nel mondo. Come ogni dandy non è contento se non desta stupore, se non veste nel modo più sgargiante e accattivante e vistoso possibile. È sempre l’ultimo ad abbandonare una festa e il primo a mettersi in competizione con la persona attorno alla quale si orienta l’animo e l’umore degli invitati. Eric vuole vivere senza regole. Vuole dissipare il proprio tempo. Detesta stare da solo. I suoi occhi sono sempre opachi e smorti ma non riescono mai a nascondere del tutto lo scintillio folle di chi vive in una plastica e sovraccaricata posa perenne. È un pazzo scatenato, una persona talvolta piacevole da avere attorno e talaltra noiosa ed estenuante. È un ragazzo molto triste, mio fratello Eric, ma di una tristezza che ricerca se stessa senza farsi la cortesia di acchiapparsi mai; forse è anche per questo che non vuole mai restare da solo: forse crede che perfino l’idea di dover pensare alla propria solitudine gli permetterebbe (e badate questa è soltanto una mia idea, un’impressione personale suffragata da nient’altro che l’amore che provo per lui) di dare una tregua a quella ricerca che io stesso definisco auto-Negata, quel meccanismo di autocompiacimento tipicamente solipsistico di chi crede di essere nato sotto una cattiva stella e neanche ci prova a trovare un pretesto per non pensare a quanto più facile sarebbe farla finita e non pensarci più. Questo fa di mio fratello anche un egoista.

Eric è convinto – anzi, si è convinto – che 21 anni siano sufficienti per dichiararsi ufficialmente Niente. La sua vita è Niente. Il suo sentimento più profondo è il Niente. Io, secondo il suo modo di intendere le cose, sono Niente. E questo mi fa incazzare e non tanto perché io a mio fratello voglio bene ma perché sono del parere che questo suo atteggiamento spudoratamente nichilista trasmetta una superficialità d’animo che abbia finito col sminuirne la sua reale disperazione. Credo che il suo identificarsi nel Niente sia soltanto una scusa, una scorciatoia, una maschera dietro la quale nascondere l’infinito disordine mentale che pilota la sua vita. Per Eric è sempre una questione di Tutto o Niente. O si resta svegli fino alle prime luci dell’alba oppure ci si chiude a riccio nella propria tristezza –trasfigurazione letteraria di quell’oppressione toracica che si prova nel restare fermi e vivere nella rinuncia. Lanciamoci senza paracadute, dice Eric, oppure restiamo seduti su questa spiaggia a guardare la costa allontanarsi dal centro della terra. Questa è la rivoluzione di Eric. E anche se devo riconoscere che, drammaturgicamente, la sua idea è notevole, questo desiderio di disperazione e di inconcludente negatività emotiva io me lo spiego soltanto attraverso una congenita mancanza di coraggio. Voglio dire, diciamoci le cose come stanno: mio fratello è un codardo. E come ogni codardo, come chiunque non voglia neanche provare a dare una possibilità alla controparte che governa il proprio Io, non merita di essere biasimato o accusato o scusato di alcunché. Questo è quello che penso io. Già nostra madre, per esempio, la penserebbe diversamente se fosse qui. Ma lei non è qua, oggi, in questo momento, a parlare con voi. Ci sono io e pertanto l’unica cosa che posso fare è riportare il mio dispiacere e non il suo.

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Incanto

 
 
 
di Giovanni Locatelli
 
 
 
 

Pare che ci sia una particella subatomica chiamata incanto, pare che derivi dalla parola inglese charm, non ci capisco niente di fisica, l’ho scoperto così, cercando incanto sul vocabolario, mi interessava perché mi è capitato tra le mani l’avviso di un’asta giudiziaria e ho imparato che ci sono aste senza incanto, allora mi sono documentato, l’incanto è il rilancio, mentre senza incanto vuol dire che l’offerta va fatta in busta chiusa, potevano anche scrivere in busta chiusa, ma si sa che i giudici preferiscono non farsi capire, io infatti non ci capisco niente di aste, mi sono imbattuto per caso nel bando, beh, non esattamente per caso, è casa mia che mettono all’asta, ho saltato un paio di rate del mutuo, non avevo scelta, gli alimenti alla ex-moglie o il mutuo, mica li cago i soldi, un paio si fa per dire, ma la banca al secondo bollettino non saldato ha avviato la pratica, quindi bastano due sviste e sei fottuto, anche se in verità la svista è stata sposarsi, non fare il mutuo, col mio stipendio me la sarei cavata benissimo, e lei non ci pensava nemmeno, sono stato io a insistere, andiamo a convivere, sposiamoci, facciamo un figlio, mi sembrava necessario a dare un senso, sennò tutto si riduce a una baraccata caotica in cui ci si agita, si strilla, si piange, si ride, alla fine siamo solo polvere che si posa sui mobili, la qual cosa mi ha sempre dato parecchio fastidio, la polvere, il disordine, è stata proprio la sporcizia la causa di una litigata furibonda con Maggie durante il nostro primo viaggio insieme, aveva ridotto l’auto a un cesso rovesciando ovunque gusci di arachidi e briciole di cracker, e io che già me la immaginavo di lì a pochi anni grassa e sciatta le avevo fatto una scenata, scenata che non l’aveva scossa poi molto, aveva fatto spallucce e promesso che avrebbe passato lei l’aspirapolvere, al ritorno, poi se n’era guardata bene, non ricordo più con quale scusa, comunque il nostro primo scontro non aveva lasciato strascichi, ma già dal secondo avremmo dovuto capire che nei nostri caratteri c’era un punto inconciliabile, la mia strenua resistenza all’avanzata del caos contro il suo sistematico lavorio entropizzante, uso un parolone, non ne so niente di termodinamica, mi capita di scegliere termini a caso, se ne conosco vagamente il significato e questo viceversa faceva impazzire Maggie, lei è insegnante di lingua e letteratura inglese, le parole sono importanti, ripeteva, scagliandosi contro i miei strafalcioni, sì, sì, ma contano di più i fatti, ribattevo io, cinico, passando un dito sulla mensola in bagno e mostrandole la coroncina di polvere che immancabilmente nobilitava il polpastrello con una grigia parrucca, se non passo io lo straccio qui ci mangiano i batteri, insistevo, seriamente preoccupato dalle colonie di acari malsani che crescono cibandosi di pelle secca, te gli acari ce li hai nel cervello, è stata l’ultima cosa che mi ha detto, prima di andarsene sbattendo la porta, e io non ho potuto che darle ragione, sì, negli anni i microorganismi erano cresciuti a dismisura, fino a penetrarmi in bocca, nel naso e nelle orecchie, fino a mangiarmi pure i pensieri in testa, sarà per questo che ultimamente sento strane voci, voci che mi dicono: il mondo sta per spaccarsi, si è già inceppato a causa di un gioco di Mattia infilato nel meccanismo, erano sparpagliati dappertutto, prima della loro rocambolesca partenza, il mondo si è spaccato e nessuno lo sa aggiustare, la Terra non è più in garanzia da un pezzo, di questo ne sono convinto, considera l’inquinamento, l’immigrazione, le guerre, il riscaldamento globale, la criminalità organizzata, il divorzio, la droga, io so che sono eventi più grandi di me, ma almeno ci provo, invece Maggie lasciava correre tutto, ma chissenefrega, diceva, conta di più un sonetto di Shakespeare, è più concreto di tutte le chiacchiere che leggi sui giornali, quelle la settimana prossima svaniscono, questo è ancora attuale dopo cinquecento anni, sì, ma non mi dice che auto comprare per ridurre la CO2, ribattevo seccato, per tua informazione leggere produce pochissima CO2, meno di qualsiasi auto, ironizzava lei, recitando a memoria My mistress’ eyes are nothing like the sun, giocando con Mattia seduta per terra, mentre io facevo di tutto per mantenere un minimo di ordine in casa e nella mia vita, casa che la banca sta per mettere all’asta, vita che Maggie ha già sbattuto su ebay, su ebay non da Sotheby, peccato che quando il battitore mi ha presentato, esemplare di maschio adulto in discrete condizioni, considerando il recente terremoto, un tot di stipendio, un tot di salute, un tot di interessi, non c’era nemmeno una mano alzata per rilanciare di un centesimo l’offerta base già di per sé ridicola, per cui adesso me ne sto a casa di un amico, non me lo posso permettere l’affitto signor giudice, cazzo, sennò pagavo il mutuo, no? me ne sto a casa di un amico, ma non potrò rimanere lì per sempre, l’amico me l’ha fatto capire, si tratta di una soluzione transitoria, proprio a me doveva capitare ‘sta disgrazia, a me che ho sempre cercato la stabilità, e pensavo davvero che Maggie fosse la persona giusta, invece poi salta fuori che lei vuole mollare tutto per inseguire il suo grande sogno di scrivere un libro, un anno sabbatico solo lei e Mattia da qualche parte vicino al mare, e io a chiedere perché non potessi far parte di quel sogno, perché sei una continua distrazione, mi diceva, perché con te non si può stare tranquilli un secondo, c’è sempre qualcosa di urgente da fare: lavare, stendere, spolverare, aspirare, ma non è stato questo a dividerci, che io sappia il sabba non è ancora iniziato e del fantomatico libro non è stato scritto nemmeno il prologo, a ben vedere non l’ho mai vista scrivere, ci voleva dell’altro per minare il nostro rapporto, peccato che questo altro sia arrivato in fretta, troppo in fretta, mi sarebbe bastato solo un po’ più di tempo, oggi sono cambiato, vorrei che Maggie lo sapesse, non rifarei gli stessi errori, non mi metterei a sbraitare alla sua proposta di ospitare un immigrato in casa nostra, non userei certe parole oscene: razza, pelle, rapina, invasione, stupro, cercherei piuttosto di convincerla ad adottare un bambino a distanza, sono davvero cambiato, in un anno la massa delle cellule sostituite è pari all’intero peso del corpo, l’ho letto in un articolo scientifico, ecco il perché di così tanta polvere in giro per casa, comunque è ingiusto che io paghi per gli errori commessi da uno diverso da me, da un sempliciotto che commentava gli avvenimenti senza capirli, ma non è questo che mi interessa davvero adesso, il fatto è che il termine incanto, intendo nella locuzione asta con o senza incanto, etimologicamente deriva dal latino in quantum, a quanto, a che prezzo, l’ho cercato sul vocabolario, ve l’ho detto che sono cambiato, no? Maggie sarebbe orgogliosa di me, e allora si torna al quanto della fisica, parrebbe del tutto a caso, visto che incanto per quel che riguarda il quark è una traduzione di charm, così chiamano quella speciale particella in inglese, che vuol dire fascino, incanto, appunto, ma io non ci capisco niente di aste e neppure di fisica e l’incanto per me resta l’effetto che mi ha sempre fatto mia moglie, la mia ex-moglie, comparendo all’improvviso in mezzo alla folla, o uscendo dal bagno dopo una doccia.

 
 

Giovanni Locatelli (Gio Diesis su FB e IG), ingegnere e scrittore (e musicista), viaggiatore che ha perso o mancato qualcosa, o forse non esattamente perso… più come se stesse aspettando qualcosa, cowboy a cui non è stata data una giusta chance, a cui non avrebbero nemmeno dovuto darla o a cui dovrebbero dargliene un’altra. (cit. Malcom Lowry – Sotto il vulcano).

 

Illustrazione originale di Cristiano Baricelli.

 

Cristiano Baricelli nasce a Genova nel 1977. Autodidatta dal 1997, elabora una personale tecnica di disegno basata sull’uso della penna a sfera. Ha partecipato a numerose mostre collettive e personali e collabora con Fanzine e Magazine di illustrazione tra cui: Grrrz Comic Art Books, Nurant, Osel,Watt, CartaCanta, Nitch, L’inquieto, Pastiche, Verde Rivista, Antropoide, Illustrati, Nèura, Freak Out, Guida 42, Carie, Rituali, Effe Rivista, Risme, Squadernauti, Racconti Crestati, Digressioni, Horror Moth. Attualmente sta sperimentando tecniche miste, e odia svegliarsi presto la mattina.

 
 

Dedalo

 
 
 
di Antonio Fidel Mereu
 
 
 
 

Il signore che sta aspettando qui davanti alla porta si è svegliato puntale come ogni mattina alle 05:30, ha risciacquato il proprio volto in seguito a numerose, esagerate spugnature, lavato tutti e trentadue i denti uno per uno, prima e dopo il consumo del fondamentale pasto mattutino, e, dopo aver indossato il suo miglior abito di lino, è pronto per uscire. Aspettava questo momento da molto tempo.

Infatti aveva in programma di svolgere tre appuntamenti molto importanti, fin troppo per riuscire a chiuderli tutti al meglio nell’arco di una sola giornata. Tra questi, i primi due lo interessavano in modo particolare, in prima persona, in quanto strettamente interconnessi con la propria vita privata. Appunto per questa semplice, ma essenziale causalità, il signore aveva segnati i primi due appuntamenti all’interno dell’organizzatissima rubrica, impenetrabile agli imprevisti, sotto la voce questioni vitali; il terzo appuntamento, tuttavia, seppure anch’esso importante, era invero una diretta conseguenza dei propri impegni lavorativi (doveva, a fine giornata, concludere un importante affare, e qualora l’incontro fosse andato per il verso giusto, lo avrebbero incaricato della costruzione di un maestoso labirinto), e dunque tale da poter considerare anche quest’ultimo in certo modo vitale; lui stesso si era dedicato pienamente al proprio lavoro sino a quel giorno, compiendo grandi sacrifici e subordinando ad esso ogni questione privata, benché il lavoro da lui svolto con saltuario successo gli insidiava nelle membra un gran senso di mediocrità e di tempo sprecato, di essenza gradualmente usurpata. Nonostante ciò, questo terzo appuntamento, per vitale che fosse, egli aveva cessato di considerarlo della massima importanza non appena la possibilità del primo e del secondo appuntamento non si rivelò prossima alla manifestazione, sfondando le barriere del probabile e divenendo di fatto una cosa reale e certa, vitale, sì, ma di una vitalità superiore al terzo. Egli aveva predisposto i tre appuntamenti nell’arco della stessa giornata con precisione matematica, precisione che egli stesso, in anni di organizzazione e ripartizione del tempo che avrebbe potuto concedere a tali appuntamenti di eguale importanza, aveva imparato a migliorare, ponderando con precisione l’importanza relativa di ognuno di questi senza alcun ausilio dell’abaco. Per forza di cose, i primi due appuntamenti erano in certo modo equiparabili. Con forza eguale e contraria, entrambi, al pari del terzo, avrebbero apportato ingenti modifiche alla vita del signore che attende, dei cambiamenti a dir poco drastici, ma dolci. Il primo di questi appuntamenti avrebbe avuto luogo di lì a un’ora, in compagnia della donna alla quale si sentiva legato da un amore primordiale, trascinato sin dall’infanzia, senza mai aver smesso un solo giorno di desiderarla. Si trattava di un sentimento ubiquo e nostalgico, di cui l’uomo sapeva essere ricambiato; un amore sincero, ma inconsunto. Egli era cosciente del fatto che la donna avrebbe potuto concepirlo in ogni sua particella, (essa lo conosce ancor più di quanto il signore non creda e, forse, anche più di quanto il signore creda di conoscere se stesso), tuttavia era presente la possibilità che questo amore, alla lunga, li avrebbe portati ad un periodo indefinito di ambiguità amorosa e, per questo, il signore temeva che l’agognata felicità futura, conservatrice di questo amore incompiuto ora sincero e antico, sarebbe poi potuta svanire nella delusione una volta consumato quell’ardore fallace. Certamente, in futuro egli avrebbe provato odio verso quella donna, detestandone ogni movenza e sillaba, e la avrebbe ripudiata riversando nei suoi confronti l’odio che egli avrebbe covato verso sé medesimo per il fatto di essersi consegnato a lei.

Il secondo appuntamento pure consisteva nell’incontro con una donna, una donna che egli non conosceva da assai tanto tempo, ma di cui comunque si era innamorato violentemente. Questa era la donna che l’uomo aveva sempre sognato e corrispondeva in ogni sua parte a quanto l’uomo avrebbe voluto.

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