Claudio Morandini

Le pietre

 
 
 

L’ultimo romanzo di Claudio MorandiniLe pietre, pubblicato nel 2017 da Exòrma, dopo Neve, cane, piede (già recensito su questo blog), si dispiega tra favola e racconto fantastico intriso di mistero, tra giallo e mito, con uno stile che pare non nascondere la fascinazione per la narrazione orale, caratterizzato da circolarità e da una lingua in grado di creare una piccola epica popolare.

Le pietre è dominato dal noi, un coro che governa le fila della storia, in cui l’incredibile vicenda dei coniugi Saponara si alterna alle digressioni dedicate a curiose figure che animano il villaggio alpino di Sostigno, come il parroco: “A questo punto delle avventure dei Saponara entrerebbe in scena don Danilo. I più vecchi tra noi se lo ricordano bene. Quando la vallata era popolata a sufficienza per fare parrocchia a sé, don Danilo era il pievano di Sostigno. Eravamo il suo villaggio preferito, non ci mollava mai: d’estate veniva sempre con noi su a Testagno, portandosi dietro le sue cose sacre per celebrare messa e tutto il resto, e rimaneva alle malghe per tutta la bella stagione, benediceva le bestie e i pascoli, faceva catechismo ai piccoli e impartiva lezioni di morale ai grandi, si faceva invitare a pranzo ora dall’uno ora dall’altro, e aveva un buon consiglio o un rimprovero per ognuno, che lo volessimo o no”, p. 63.

Nel corso del racconto si leggono anche ritratti vividi di personaggi marginali rispetto alla vicenda principale del romanzo, ma che rimangono impressi nella memoria del lettore per il loro eroismo strambo, destinato a rimanere senza scopo, come Ruggero, che cercava di correre più veloce delle pietre, o Giacometti, il quale voleva realizzare in montagna le imprese osservate in pianura, o come la moglie del gestore della trattoria del paese: “[…] la povera signora Molinaro, quando da vecchia prese a parlare da sola e a vedere cose che nessun altro vedeva, con le pietre finì per farci il brodo. La mattina andava a coglierle lungo il greto del fiume, o torrente, e dicono che fosse molto selettiva. Poi le ripuliva dalla terra, a lungo, sotto il getto dell’acqua della fontana. Poi le metteva in una pentola, assieme a cipolla, sedano e carota, e lasciava andare per qualche ora”, p. 84.

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Neve, cane, piede

 
 
 

Protagonista umano di Neve, cane, piede, romanzo di Claudio Morandini uscito per Exòrma nel novembre del 2015, è Adelmo Farandola, un anziano solitario che vive in un vallone alpino a stretto contatto con una natura implacabile nei suoi cicli: “Venti gelidi insistono lungo il vallone, si insinuano fin tra le pareti della baita, sembrano battere alla porta, di giorno e di notte. Le nuvole si ingrossano, gravano sulle cose, e niente le sfilaccia più dalle pareti della roccia”, p. 9.

In questo clima dove tutto avviene necessariamente, non solo non c’è spazio per coltivare una vita sociale o sentimentale: persino il confine tra realtà e immaginazione è mobile, come se non fosse concesso il minimo riparo dall’imperio delle forze naturali.

Adelmo infatti si troverà spesso a domandarsi se le cose siano o meno accadute. Come quando, al sopraggiungere dell’autunno, scenderà in paese a fare provviste e gli verrà detto che tale azione è giàCop_NEVE_CANE_PIEDE_HR stata da lui compiuta appena una settimana prima: “Adelmo Farandola risale, confuso e avvilito. Non si ricorda – non si ricorda di essersi dimenticato”, p. 17.

Così tenue è il governo di Farandola sulla propria vita, che decade anche la dicotomia tra possibile e impossibile. Ecco dunque apparire un cane parlante, che sarà per Adelmo compagno ora impiccione ora civettuolo, davvero lontano da qualunque retorica sulla fedeltà e la docilità canina. Dirà l’animale in risposta all’offerta di un tozzo di pane: “I cani sono carnivori, non ci basta il pane secco, mica siamo galline, con tutto il rispetto per le galline”, p. 28.

Insomma: il legame tra Adelmo e il cane, più che essere alimentato dai due, pare accadere al di fuori di ogni progetto, proprio come accadono le cose del mondo: “Giunto l’inverno, Adelmo Farandola si accorge di avere concesso al cane di rimanere dentro la baita anche la notte. Lo vede accoccolarsi ai piedi del letto, con un sospirone. È diventato un compagno, pensa, un compagno di vita, pensa”, p. 49. (altro…)